Sabato in Poesia: "Vendemmia" di Marino Moretti

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Sabato in Poesia: Estratto di "Beppo, racconto veneziano" (George Gordon Lord Byron)

Beppo è un poemetto satirico in ottave ariostesche (secondo lo schema metrico ABABABCC), attraverso il quale Byron affronta...

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02 agosto 2014

Caso Tavecchio

di Roberto Marino 
                                                                                           (foto www.calcioweb.eu)
Mogli e buoi dei paesi tuoi. Probabilmente dietro le parole a sfondo razzista di Carlo Tavecchio c'era questo pensiero tutto italiano, tuttavia giustificare una frase più che infelice, come quella pronunciata dal candidato al ruolo di presidente della Fgic, in nome della tutela di un principio (sulla cui validità si può poi sicuramente discutere), sarebbe un errore. Questo perché il ruolo che si appresterebbe a ricoprire è decisamente delicato per più di un motivo. Innanzitutto, è la figura di massima rappresentanza del calcio italiano nel mondo. La nostra immagine, la nostra credibilità e la nostra considerazione internazionali passano anche da qui. Secondariamente, un'associazione come la Figc non può permettersi di avere come massima autorità un tizio che adopera frasi a sfondo discriminatorio, perché altrimenti verrebbero meno i valori morali e culturali che lo sport deve trasmettere: rispetto degli altri, delle diversità, sano agonismo e altrettanto sana competizione. 

Sarà pur vero che su quella battuta è stato montato un caso mediatico, sarà altrettanto vero che si è cercato di sfruttarla per consumare lotte intestine di potere all'interno della federazione, ma l'errore rimane evidente. Che poi, a ben vedere, la concezione degli stranieri come «mangia banane» - tanto per citare testualmente - è anche storicamente anacronistica, oltre che logicamente priva di senso. Si poteva comprendere, ma non giustificare, in un contesto passato, di qualche decennio fa, quando l'Europa dei popoli era ancora un sogno di pochi. Oggi che la mescolanza etnica e culturale è una realtà, certe resistenze ultra-nazionalistiche rimangono residui del passato. 

Che Tavecchio non fosse proprio un eccellente comunicatore lo aveva già dimostrato qualche mese addietro, quando in un'intervista concessa alla trasmissione Report disse: «Finora si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio sotto l'aspetto della resistenza, del tempo, dell'espressione atletica. Invece abbiamo riscontrato che sono molto simili». Questa la precisazione chiarificatrice, chiesta dalla giornalista, alle parole pronunciate immediatamente prima, che suonavano altrettanto spinte: «Noi siamo protesi a dare una dignità anche sotto l'aspetto estetico alla donna nel calcio». Tavecchio sociologo insomma, antropologo e comunicatore non proprio illuminati. 

Una lancia però - magari meglio una freccia - in suo favore bisogna pur spezzarla. Seppure in un modo non proprio elegante e rispettoso e comunque del tutto personale, Tavecchio solleva un problema esistente nel mondo del calcio: la scomparsa del talento nostrano. La cosa si è resa molto evidente durante questi mondiali. La nazionale italiana è stata, tra le altre cose, carente dal punto di vista dei giocatori di qualità, di eccellenze tutte italiane. Scelte tecniche certamente, ma anche forse esiguità nei vivai giovanili, derivante da scelte manageriali dei club, spostate molto verso il mercato ed il risultato immediato. In questo modo però non si permette ai calciatori di essere valorizzati nei propri paesi di nascita e il calcio nazionale inevitabilmente si isterilisce. 

A questo punto, forse, un passo indietro sarebbe opportuno. Non solo per quanto detto sino ad ora, ma anche perché, se anche dovesse ottenere un numero sufficiente di voti per passare (voti che si stanno sempre di più riducendo), Tavecchio, dal punto di vista del suo nuovo ruolo, sarebbe un'"anatra zoppa". Sarebbe cioè esposto a continue polemiche, critiche, che ne sminuirebbero l'autorevolezza e di certo il nostro paese non merita un trattamento del genere. Siamo pur sempre una nazione come le altre e calcisticamente quattro volte campioni del mondo.

Spente le polemiche, i lavori per la nomina del presidente dovranno pur ripartire. Logicamente il clima che si respira nel mondo calcistico non è dei migliori e non sappiamo quanto questa situazione possa effettivamente giovare al nostro paese e a quello sport che da pulito, divertente e depositario di sani valori si è sempre di più trasformato in un mero strumento di business e di conflitto ai vertici. Sarà forse ingenuo, utopistico e perfino puerile pensarlo e dirlo, ma un calcio meno sporco e più trasparente tornerebbe ad essere, se non proprio lo sport più bello del mondo, qualcosa che gli si avvicina molto.

21 giugno 2014

L'Italia che arranca

di Roberto Marino                            
                                                                                                (foto Corriere della Sera)
Come una di quelle giornate storte che, nonostante si provi con tutto se stesso a far girare per il verso giusto, proprio non va. Può essere questa la metafora che meglio raffigura l'incontro di calcio disputato ieri dalla nostra nazionale, che ha insistito, provato e riprovato a pareggiare una partita non entusiasmante, ma che certo non doveva finire 1 a 0 per la Costa Rica. D'altra parte, se proprio non va, non va. Come quando appunto ci si sveglia male, con l'umore nero, e si intuisce al volo che la giornata da poco iniziata sarà uno di quei disastri colossali da cui, se si esce vivi, significa che ci sono diversi santi in paradiso che, tutto sommato, lavorano per noi.

Simbolo di questa nazionale che proprio non gira è, a mio modesto e profano avviso calcistico, Mario Balotelli. Il "SuperMario" nazionale, troppo super ma anche tanto italiano (soprattutto nei vizi più che nelle virtù), sta dimostrando di essere forse un buon "prodotto mediatico", ma non un giocatore talentuoso e di successo, né un campione. La sua incostanza, la sua inaffidabilità si misurano con il metro della mancanza di concretezza, che caratterizza le prestazioni di questo giocatore. Certo, non tutte le colpe di una sconfitta possono ricadere su un solo giocatore, e infatti la squadra di ieri non ha per nulla brillato, tuttavia un accattante che non segna o che lo fa ad intermittenza o che spreca le due o tre palle gol che gli capitano a tiro dimostra di non essere forse adeguato al clamore che gli piomba sulle spalle e di cui forse non riesce a sostenere adeguatamente il peso e la responsabilità. Sintesi: Balotelli sopravvalutato e non è forse un caso che il Milan vorrebbe cederlo in cambio di Mandzukic o Falcao.

Balotelli a parte, forse qualche errore tecnico è stato commesso da Prandelli, che sicuramente in passato ha mostrato molte virtù, ora sembra averci preso gusto ed essere diventato un po' troppo sperimentatore. Già nella partita d'esordio avevamo visto un Paletta lanciato lì in difesa come un gladiatore piuttosto magrolino e male armato contro i leoni inferociti di un Colosseo moderno, e un Chiellini in un ruolo anomalo; tutto sommato però è andata bene. Questa volta però, complice il caldo equatoriale a cui non siamo assolutamente abituati (nonostante gli allenamenti ad hoc per lenirne gli effetti, fatti nei giorni precedenti), un orario decisamente sconcio in cui giocare - ma il fuso orario è quello che è - e alcune scelte tecniche non proprio azzeccate - sempre a mio modestissimo e profano parere - hanno portato alla sconfitta.

E' vero che sia quando si vince che quando si perde (ma quando si perde in misura molto maggiore) tutti gli italiani si trasformano in commissari tecnici, al punto che il vero sport nazionale non smette di essere il calcio e diventa quello di "sentirsi allenatori per un giorno". E probabilmente anche io sto risentendo ora di questo costume molto nostrano, a cui aggiungo un atteggiamento andante verso la "forbice d'oro" - per usare un detto popolare, che allude al criticismo (non certo quello kantiano) esasperato - tuttavia avrei preferito avere fin dall'inizio Cassano, fantasista dietro le punte che, seppure non ha brillato ieri, ha comunque avuto qualche spunto interessante, e Immobile, ora in stato di grazia, al posto di uno spento Balotelli. E ancora, non avrei voluto vedere in campo Thiago Motta, che ieri ha registrato la sola presenza.

Gli avversari stanno invece dimostrando di essere una squadretta allegra, vivace, concreta e pragmatica, magari priva di grandi nomi ma in grado di fare risultato e soprattutto di crederci. Due caratteristiche che in fondo a noi sono mancate. Non tutto però è perduto. Siamo ancora in corsa per la fase finale di questi mondiali, ma logicamente bisognerà dare il massimo e sperare (noi tifosi), farlo (i giocatori), di vincere la prossima partita contro l'Uruguay di Cavani e Suarez, anche se in realtà basterebbe pure un pareggio per proseguire.

Forse questa Italia calcistica che arranca mostra di essere lo specchio di una nazione che, più globalmente parlando, fatica a riprendersi da una situazione di difficoltà culturale, politica, economica. Forse è un'Italia che non riesce a fare veramente gruppo, poco affiatata, stimolata e che ha smarrito la strada del bene collettivo. Forse. Per ritornare a vincere, dentro e fuori dal campo, servono coraggio, fiducia, grinta e voglia di fare. Ed è per questo che, nonostante tutto, dobbiamo continuare a sperare e ad impegnarci. Solo uniti si va avanti.