Sabato in Poesia: "Vendemmia" di Marino Moretti

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Sabato in Poesia: Estratto di "Beppo, racconto veneziano" (George Gordon Lord Byron)

Beppo è un poemetto satirico in ottave ariostesche (secondo lo schema metrico ABABABCC), attraverso il quale Byron affronta...

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27 aprile 2014

Selfiemania

di Roberto Marino

Certo che ne sono passati di scatti - pardon di autoscatti - da quando è nato il primo selfie della storia, anche se all'epoca non aveva neppure un nome. 

La genesi di questa pratica, che oggi viene persino accolta nel novero delle definizioni dell'Oxford Dictionary, ha nobili natali e risale nientemeno che alla Granduchessa Anastasija Nikolaevna Romanova, figlia dell'ultimo zar di Russia. Sicuramente la tredicenne quartogenita di Nicola II non poteva immaginare nel lontano 1914, all'epoca del galeotto scatto effettuato con la sua Kodak Brownie, che un secolo dopo sarebbe divenuta l'antesignana di una moda così invasiva e pervasiva. Eppure su questa origine sembrano non esserci dubbi; infatti nella lettera che accompagna la foto si legge: «Ho scattato questa foto di me stessa guardandomi allo specchio. Era molto difficile perché le mie mani tremavano». 

Oggi non tremano più le mani degli amatoriali fotoreporter, che immortalano se stessi nelle situazioni più disparate e spesso strampalate. Anzi, tutti loro ostentano una certa sfrontatezza nell'esibire corpi seminudi sui social media o nel testimoniare visibilmente qualsiasi evento della loro giornata, esponendosi a commenti e critiche di amici e sconosciuti. Ma il prezzo del "successo", si sa, non può essere basso, quindi ben venga tutto, purché se ne parli. 

Eppure c'è qualcosa che trema ancora in queste persone, qualcosa di instabile, e non appartiene all'ambito fisico. Un recente studio scientifico, pubblicato dalla American Psychiatry Association, ritiene la moda del selfie un vero e proprio disturbo psichico, definito selfite, e ne individua tre livelli o gradi di gravità. Secondo il rapporto degli psichiatri americani, si passa dalla selfite borderline (malessere di chi fotografa se stesso almeno tre volte al giorno, ma non pubblica le proprie foto su internet) alla selfite acuta (da cui sarebbe affetto chi scatta almeno tre foto al giorno e sente la necessità di condividerle on line) fino alla selfite cronica (il disturbo di chi scatta da sei foto in su al giorno e le pubblica incontrollabilmente sui social media). 

Al di là di quanto sostiene l'equipe medica e dell'attendibilità dello studio, basta poco per capire che la necessità di immortalare se stessi e lanciare il tutto in balia delle fauci mediatiche istantanee nasconde una preoccupante mania di esibizionismo, di desiderio di farsi notare, mettersi in mostra; da qui poi a comprendere che dietro un simile comportamento ci sia molta insicurezza, da cui consegue un bisogno di approvazione sociale, il passo è breve. 

Già nei primi anni Venti del secolo scorso, lo psicoanalista svizzero allievo di Freud, Carl Gustav Jung, parlava di tipi psicologici estroversi ed introversi. I primi - che in questa sede ci interessano particolarmente - vengono classificati come coloro che a livello conscio concentrano la propria attenzione sul mondo esterno, mentre inconsciamente tendono a concentrare la propria attenzione sull'io. Nell'epoca della ipercomunicazione immediata, della diffusione virale a macchia d'olio di contenuti audio-video, in cui basta un semplice telefonino per essere in relazione continua con il mondo, il tipo dell'estroverso è decisamente cambiato e sarebbe interessante recuperare quella categoria e adattarla al nuovo contesto psico-socio-culturale. 

Lo storico inglese Eric J. Hobsbawm, che nell'opera Il secolo breve compie una analisi panoramica sul Novecento, lo definisce come il secolo dell'uomo della strada, «dominato da forme d'arte prodotte dall'uomo comune e a lui destinate». Ora, se è vero che sarebbe inappropriato definire forma artistica una pratica come il selfie, perché dell'arte mancano tutte le caratteristiche, in ogni caso essa testimonia come questo processo di concentrazione sul proprio io e di diffusione della propria intimità sia divenuto sempre più necessario, sentito, seppure, in questo caso, ad un livello leggero, superficiale.

Detto ciò, nessuno vuole demonizzare le nuove tecnologie, né bandirne l'utilizzo ludico. Internet è un mezzo di comunicazione straordinario. La logica con cui è stato progettato, costruito e sviluppato è decisamente rivoluzionaria. Se però lo si usasse in maniera un po' più consapevole e intelligente, sfruttando le enormi potenzialità che possiede, si riuscirebbe a dare un contributo significativo al miglioramento della società e si lascerebbe un indelebile segno positivo nella Storia. Migliorando la società, infatti, miglioriamo noi stessi. Comunicare contenuti culturali, informativi, artistici, valoriali, modi di leggere ed interpretare la realtà, suscitare dibattito, confrontarsi e scambiarsi idee per incontrare culture diverse è sicuramente un passo in questa direzione. Passo compiuto, per giunta, facendo parlare di sé. Anzi, raccontandosi in prima persona.

27 agosto 2013

Occhio al Vintage!

di Roberto Marino 


Spensieratezza, leggerezza, relax, divertimento. Sono queste le cose che l'estate porta con sé ed è per questo che tutti la ricercano e la aspettano con desiderio. L'estate di quest'anno però ha portato anche qualcosa in più, una forte tendenza alla riscoperta del passato che, con termine moderno e alla moda, chiamiamo Vintage

In realtà, l'attrazione per ciò che appartiene ad un'altra epoca, lontana almeno vent'anni dalla propria - è questo il significato del termine - non spunta soltanto quest'anno come un fungo dopo qualche giorno di pioggia. Già da qualche tempo infatti si nota, nella nostra cultura, un certo atteggiamento nostalgico nei confronti del retrò, tuttavia ho notato, in questo periodo di vacanza, una certa accentuazione del fenomeno. 

Cover band musicali di artisti o gruppi appartenenti a periodi storici ruggenti; note e parole di canzoni che hanno segnato epoche, formato giovani, diffuso idee e modelli comportamentali; stili di abbigliamento sbarazzini, che ripropongono (in cattività) la voglia di liberazione del corpo e dello spirito da gabbie di stoffa e concettuali, che non possono essere neppure un ricordo pallido nella memoria dei ragazzi d'oggi. Tutto questo abbiamo visto e continuiamo a vedere in giro per le strade, i locali, le discoteche, gli stabilimenti balneari, i mercatini, le fiere, le piazze delle piccole e grandi città italiane. 

Visto il panorama culturale che ci circonda, è necessario almeno un tentativo di riflessione, giusto per capire cosa stia succedendo, che periodo stiamo vivendo. Ho l'impressione che ci troviamo, almeno in Italia, in un'epoca di stanchezza culturale, in cui manca quella forza propulsiva che ha caratterizzato periodi storici precedenti. E non è soltanto una convinzione razionale, ma anche la percezione di qualcosa che si avverte nell'aria. 

Certo, in questi ultimi due decenni abbiamo conosciuto invenzioni, o in alcuni casi diffusioni su larga scala, di beni e servizi decisamente rivoluzionari come internet (utile per mille usi) e i social network che hanno modificato radicalmente il nostro modo di comunicare e di vivere in società. A parte questo però, non sembra che su altri fronti si possano riscontrare cambiamenti rivoluzionari, che consegneranno alla Storia la nostra epoca come un periodo di grande vitalità. 

Eppure l'Italia è stata in passato la patria della modernità. Le grandi scoperte geografiche alla fine del Quattrocento, il Rinascimento nei primi decenni del Cinquecento, il Romanticismo a inizio Ottocento, la passione dei patrioti durante il XIX secolo e ancora la grande letteratura di Foscolo, Manzoni, Leopardi. Per il secolo appena trascorso, basterà citare l'esempio delle grandi rivoluzioni culturali degli anni '60-'70. Nuovi stili musicali, nuova tipologia di abbigliamento, nuovi ideali, valori, aspettative, stili di vita rispetto a quelli di una sola generazione precedente. Spesso d'importazione dai Paesi anglosassoni, ma comunque innovativi per il periodo. Persino nell'ambito socio-politico, in quegli anni, si sono teorizzate concezioni alternative rispetto ai modelli antitetici e unilaterali rappresentati dai regimi totalitari da una parte e dalle democrazie occidentali alle prese con qualche problema di coerenza interna dall'altra. E non era decisamente facile in un clima di trionfo delle ideologie, che si imponevano attraverso un'intensa opera di propaganda e di forte pressione mediatica!

Dopo di ciò ci siamo fermati. E' vero che è sempre molto facile cedere alla tentazione di criticare l'epoca in cui si vive, invece di cogliere ciò che c'è di positivo; soltanto gli uomini più lungimiranti sono in grado di leggere anche i piccoli segnali di cambiamento e trasformali in vere rivoluzioni. E' anche vero però che la situazione non lascia molto ben sperare. Ammetto di essere, probabilmente per indole, attratto dalla nostalgia del passato, ma preferirei avvertire nel mio tempo il profumo della Grande Storia e lasciare ai posteri la fortuna di assaporarne il gusto. Non voglio pensare che l'attuale generazione di uomini non abbia una propria spinta propulsiva in grado di portare in alto. Magari ci troviamo solamente in un periodo di transizione, uno dei tanti cicli storici che apre la strada ad un'epoca migliore; qualcosa di simile a ciò che avviene in economia e in demografia con i cicli di espansione e di contrazione. 

Ciò detto, l'ammirazione per il passato va anche bene - in fondo c'è sempre stata nel corso della storia e spesso ha contribuito all'evoluzione - ciò che bisogna evitare è la caduta nel lassismo, che deriva da un atteggiamento di monumentalizzazione della storia e dei valori delle culture precedenti. E' necessario quindi cogliere lo spirito delle Opere delle generazioni che ci hanno preceduto e metterlo a frutto con coraggio e creatività. Nietzche e Winckelmann, seppure ciascuno a suo modo, lo avevano anticipato rispettivamente un secolo e mezzo e due secoli e mezzo fa. Una bella lezione proveniente dal passato!

09 marzo 2013

Un augurio (vero) alle donne

di Roberto Marino


No, non sono smemorato, né ritardatario e neppure folle. So benissimo che il mondo ha festeggiato ieri la ricorrenza in nome della donna, ma io preferisco ricordare le donne in un giorno non consueto. Non è anti-convenzionalismo chic il mio, ma sono sinceramente convinto del fatto che l'immagine (e non solo quella) della donna vada rispettata, ricordata, difesa, tutelata, tutti i giorni dell'anno ed è per questo che ho pensato che un buon modo, sicuramente simbolico, per cominciare a farlo potrebbe essere quello di scrivere due righe il giorno dopo in cui il mondo generalmente festeggia. 

Si potrebbe erroneamente pensare che nel mondo occidentale la festa della donna abbia ormai un valore quasi esclusivamente simbolico, più consumistico che reale, eppure i casi di violenza sulle donne sono ancora tanti, troppi. Una realtà vergognosa. Per rendersene conto, non serve andare molto lontano; basta leggere i dati che l'Osservatorio del Telefono Rosa ha pubblicato quest'anno nell'annuale rapporto "Le voci segrete della violenza". Secondo lo studio, che analizza i dati di 1562 vittime di violenza che si sono rivolte Telefono Rosa, risulta che nel 2012 siano state uccise 124 donne. I casi di violenza avvengono maggiormente tra le mura domestiche, infatti nel 60% dei casi a praticare la violenza è il marito o il partner convivente, mentre nel 23% è l'ex partner. Un altro dato sconcertante è che soltanto nel 2% dei casi la violenza avviene per mano di sconosciuti, dimostrando come questo fenomeno così deplorevole sia un mero "fatto privato" e "affettivo". 

Inoltre, non bisogna dimenticare i casi di stalking. Se pensiamo che il reato di persecuzione è stato inserito nel codice penale italiano soltanto nel 2009 e che le vittime sono in prevalenza donne, capiamo bene come la situazione sia allarmante anche da quest'altro punto di vista. Ecco perché una giornata in ricordo della donna ha un valore importante anche in Italia. Serve a sensibilizzare l'opinione pubblica, affinché fenomeni del genere scompaiano definitivamente dalla cultura italiana, ancora troppo maschilista e violenta. 

Spostandoci in ambito internazionale, si nota come esistano pratiche culturali legate a tradizioni religiose arcaiche e violente. La più nota tra queste, avente una dimensione sia fisica che psicologica, è l'infibulazione. Questa pratica barbara comporta l'asportazione chirurgica del clitoride, delle piccole labbra e di parte delle grandi labbra dell'apparato vaginale, cui segue poi la cucitura della vulva, lasciando aperto soltanto un foro per consentire la fuoriuscita dell'urina e del liquido mestruale. Viene praticata in molte zone dell'Africa, nella penisola araba e nel sud-est asiatico. La motivazione di questa operazione consiste nella necessità di preservare l'illibatezza e la castità della donna fino al giorno del matrimonio, attraverso l'impossibilità di consumare l'atto sessuale e l'annullamento del piacere. Nel giorno del matrimonio, il marito effettua direttamente la scucitura della vulva, per poter consumare il rapporto sessuale. Fino al giorno del parto la vulva della rimane aperta, in seguito viene ricucita e scucita ogni volta che si ha necessità di procreare. Oltre a non provare piacere, la donna infibulata avverte persino dolore durante il rapporto, in seguito all'insorgenza di cistiti, ritenzione urinaria e infezioni vaginali.        

E ancora, sempre in contesto internazionale, si verifica l'orrendo fenomeno delle spose bambine. Secondo i dati forniti dall'ong Plan International e diffusi da Radio Vaticana attraverso un'intervista a Tiziana Fattori, direttore  nazionale di Plan International Italia, nel gennaio di quest'anno, risulta che 10 milioni di ragazze e bambine contraggono regolarmente matrimonio prima dei 18 anni. In molti casi, in alcuni Paesi africani come il Niger, il Chad, il Bangladesh, il Mali, l'Etiopia, la Guinea, accade che ad essere costrette a sposarsi siano bambine al di sotto dei 15 anni. O, peggio ancora, si verificano casi in cui le famiglie diano in sposa le proprie bambine di 8-10 anni a uomini di 50, allo scopo di ripagare un debito, e togliere dalle proprie spalle le spese di mantenimento alimentare e scolastico delle figlie. Contrariamente a quanto si possa pensare, il fenomeno prescinde dalla religione - in questi Paesi la religione musulmana è decisamente prevalente - tanto è vero che è diffuso anche presso comunità cristiane. 

Ritornando in Italia e sfiorando la quotidianità di contesti cosiddetti normali, notiamo che la nostra società è ancora pervasa da una cultura poco evoluta in fatto di parità di diritti. Molte donne vengono discriminate sui posti di lavoro perché madri attuali o potenziali tali, attraverso la pratica delle dimissioni in bianco. In questo senso il legislatore - con la riforma Fornero - ha fatto qualche passo avanti, inserendo un articolo nella normativa, che tutela la lavoratrice costretta o "vivamente consigliata" a firmare un foglio di dimissioni in bianco appena assunta dal datore di lavoro, sospendendo le dimissioni fino a verifica ed avvenuta approvazione del servizio ispettivo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. L'elenco delle discriminazioni è ancora molto lungo. La mancanza di presenza femminile nei ruoli chiave della nostra società è ancora troppo grande. Non abbiamo mai avuto un Presidente della Repubblica donna, un Primo Ministro donna (l'Inghilterra lo avuto 30 anni fa). Le parlamentari donna sono ancora poche rispetto agli uomini, i top manager donna nelle aziende e società varie sono quasi inesistenti. E' un problema culturale che va affrontato e risolto. 

Per ultimo, vorrei focalizzare l'attenzione sui comportamenti e atteggiamenti quotidiani tenuti da noi uomini "normali" e rispettosi nei confronti delle nostre donne. Anche noi commettiamo a volte degli errori, quando trattiamo le nostre mogli, compagne, madri, sorelle, soltanto come mogli, compagne, madri, sorelle e poco come donne. Dovremmo prendere di più in considerazione le loro esigenze di donne ed impegnarci a far sì che si sentano appagate e realizzate come esseri umani e non solo per il ruolo che affettivo o sociale che svolgono. Come ha ribadito ieri sera Serena Dandini - ospite nella trasmissione Otto e Mezzo condotta da Lilli Gruber - è necessario collaborare tutti insieme, uomini e donne, affinché si possa ristabilire un equilibrio vero tra i sessi, portando a rispettare, far emergere e quindi valorizzare - aggiungo io - i diritti, i bisogni, le capacità, i meriti delle donne in quanto esseri umani, che hanno pari dignità rispetto agli uomini, pur nelle diversità individuali e di genere.   

21 febbraio 2013

Genealogia della bugia all'italiana

di Roberto Marino


Sembra che l'italiano non riesca a fare a meno di mentire. E' una sorta di deformazione culturale, una non ben precisata distorsione che appartiene al carattere storico-sociale dell'italiano. L'affaire Giannino - che coinvolge il giornalista e candidato premier per il movimento Fare per fermare il declino in uno scivolone su presunti titoli accademici che gli avrebbero e si sarebbe attribuito - dimostra che l'italiano non riesce a fare a meno di dire bugie, anche quando questo rischia di mettere a repentaglio ciò che di buono è riuscito a costruire.

Si potrebbe tentare di ricostruire una breve genealogia della tendenza dell'italiano a modificare la realtà - forse però in questo caso si dovrebbe parlare più di trasfigurazione - e allora si potrebbe trovarne l'origine nella creatività dell'uomo italiano, nella sua voglia di trasgressione, di evasione, nella sua vanagloria ancestrale. Qualcuno con orgoglio - anche se non è un bel ricordo per la nostra nazione - definiva gli italiani "popolo di poeti e navigatori", guarda caso figure che sono entrambe legate strutturalmente al dire bugie. Il poeta è un trasfiguratore di quella che considera una gretta realtà, mentre si dice che il navigatore, il marinaio - non me ne vogliano gli impiegati nel settore - siano mentitori par excellence. Io aggiungerei anche che l'italiano è seduttore e che per raggiungere il suo obiettivo (affascinare, convincere, sedurre appunto) utilizza in particolar modo l'arma dell'ampliare la realtà.


C'è da dire però che nel caso specifico di Oscar Giannino, il giornalista e candidato premier ha saputo gestire l'incidente con onestà e coerenza. Nonostante sia stato preso - come egli stesso ha spiegato ieri sera alla trasmissione Le invasioni barbariche - da una sorta di desiderio di rivalsa per non aver conseguito un titolo accademico accumulatosi nel tempo, che poi si è trasformato in un non più controllabile atteggiamento divertito di "scherno" nei confronti di dotti ed eruditi, è stato in grado di fare un passo indietro. Ha deciso di abbandonare la presidenza del partito da lui stesso co-fondato insieme alla collaborazione di illustri rappresentanti del mondo della cultura, della ricerca e delle professioni, e di rinunciare al seggio in parlamento. Giannino ha sicuramente dato una buona lezione di stile e coerenza a tutti coloro che ricoprono un ruolo di responsabilità (politica in testa) e, venendo scoperti in fallo, si abbarbicano strenuamente al loro posto, ruolo, incarico. Però...


C'è un "però" che bisogna analizzare e non è di poco conto. E' vero che bisogna distinguere la vita privata dalla vita pubblica e di conseguenza l'uso che si fa di alcune cose in entrambe le dimensioni, tuttavia un personaggio che decide di entrare a far parte della vita pubblica è tenuto ad un rispetto del buon gusto e della propria immagine molto di più rispetto a chi resta nell'anonimato. E' come se si verificasse il fenomeno dei vasi comunicanti, in cui vita pubblica e privata, se proprio non si sovrappongono, tendono a travasare l'una nell'altra. E' quasi inevitabile che avvenga. E di questo bisogna tenere conto.


L'incidente verificatosi non mette in discussione le buone idee del movimento, che restano tali, tuttavia la credibilità, non solo del suo leader ma anche dell'intero schieramento, rischia di essere messa in discussione. Perché dunque - ci si domanda - è accaduto tutto questo? Tutte le possibili spiegazioni, analisi, giustificazioni - date anche dal diretto interessato - convincono difficilmente e lasciano comunque, per forza di cosa, qualche ombra sulla vicenda. Anche perché Giannino vanta un curriculum esperienziale e professionale - magari non ricco di titoli accademici ufficiali, ma sicuramente di cultura, conoscenze e di impegno nel mondo del giornalismo e della politica - di tutto rispetto.


E allora? E allora si ritorna al principio. L'uomo, l'italiano in particolare, è un po' leggero, non sempre attento e preciso, vanaglorioso.