Sabato in Poesia: "Vendemmia" di Marino Moretti

Vendemmia di Marino Moretti è una poesia tratta dalla raccolta Sentimento: pensieri, poesie...

Roma capitale d'Italia

Chissà quanti studenti ed ex studenti liceali si sono trovati a tradurre la famosissima frase del De Oratore...

L'origine della crisi finanziaria statunitense

La crisi che ha interessato i mercati finanziari dei paesi maggiormente sviluppati, e che gli esperti...

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"Era una notte buia e tempestosa...", questo è l'incipit dell'interminabile romanzo che Snoopy...

Sabato in Poesia: Estratto di "Beppo, racconto veneziano" (George Gordon Lord Byron)

Beppo è un poemetto satirico in ottave ariostesche (secondo lo schema metrico ABABABCC), attraverso il quale Byron affronta...

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13 dicembre 2014

Sabato in Poesia: "Santa Lucia" di Francesco De Gregori

Nella tradizione religiosa e popolare Santa Lucia è protettrice della vista. L'iconografia classica la ritrae infatti con due occhi posti in un piattino retto dalla mano destra. L'origine della leggenda risale all'epoca romana dell'imperatore Diocleziano, quando - secondo un racconto popolare di epoca normanna - la giovane fu decapitata in seguito all'accusa del suo promesso sposo di professare la fede proibita: il cristianesimo. La giovane siracusana Lucia, infatti, appartenente ad una famiglia benestante della città sicula e promessa sposa ad un giovane pagano, fece voto a sant'Agata per ottenere la buona salute ormai perduta della madre, ammalata da anni alla vista. In sogno ebbe l'apparizione della santa, che le disse di possedere ed usare il potere per guarire la madre. Dopo il miracolo, la giovane manifestò la sua ferma intenzione di abbandonare la vita mondana per seguire Cristo e in seguito a questo suo proposito fu denunciata alle autorità dal suo promesso sposo, processata, condannata e decapitata. 
Il testo della canzone di De Gregori è una sorta di preghiera laica, pervasa da una religiosità non convenzionale, che si rivolge alla santa affinché si occupi di tutti coloro che si trovano ai margini dell'esistenza, ma anche delle persone comuni che non si rendono più conto di avere dei problemi. Il testo dimostra la presa di consapevolezza della realtà di una società problematica, che non è più in grado guardare se stessa ed oltre e per cui è necessario un aiuto, un cambiamento. Non è nuovo nella poetica di De Gregori un certo atteggiamento religioso ricco di riferimenti e metafore alla e della tradizione cristiana - seppure non propriamente conforme alla religione rivelata -, come si deduce da altri suoi testi quali Finestre di dolore, Cercando un altro Egitto, Gesù Bambino, Tutto più chiaro che qui. Parimenti non è nuovo il ricorso dell'artista a metafore spesso oscure, vertiginose, criptiche e/o allusive, come quelle presenti in questo testo per definire gli intellettualmente miopi, gli emarginati e i borderline, coloro che sono esposti alle difficoltà della vita.

(Foto wikipedia.org)

Santa Lucia, per tutti quelli che hanno occhi
e gli occhi e un cuore che non basta agli occhi
e per la tranquillità di chi va per mare
e per ogni lacrima sul tuo vestito,
per chi non ha capito. 

Santa Lucia, per chi beve di notte
e di notte muore e di notte legge 
e cade sul suo ultimo metro, 
per gli amici che vanno e ritornano indietro 
e hanno perduto l'anima e le ali. 

Per chi vive all'incrocio dei venti 
ed è bruciato vivo, 
per le persone facili che non hanno dubbi mai, 
per la nostra corona di stelle e di spine, 
per la nostra paura del buio e della fantasia. 

Santa Lucia, il violino dei poveri è una barca sfondata
e un ragazzino al secondo piano 
che canta, ride e stona
perché vada lontano, 
fa che gli sia dolce anche la pioggia delle scarpe,
anche la solitudine.

Francesco De Gregori


Francesco De Gregori (Roma, 1951) è un cantautore e musicista italiano. Si trasferisce molto piccolo a Pescara per via del lavoro del padre, bibliotecario, e dopo dieci anni ritorna nella sua città natale, Roma. Nel 1966 si reca a Firenze col fratello più grande per prestare soccorso agli alluvionati e nello stesso anno inizia a suonare la chitarra. Al Folkstudio di Roma, comincia le proprie esibizioni dal vivo e conosce diversi artisti emergenti, che successivamente diventeranno personaggi di successo tra cui: Caterina Bueno, Antonello Venditti, Mimmo Locasciulli, Ernesto Bassignano, Edoardo De Angelis, Giorgio Lo Cascio. Negli anni '70 arrivano i primi successi discografici e di critica con i famosissimi album Alice non lo saFrancesco De Gregori (soprannominato poi La pecora, per la foto della copertina, che reca proprio un agnello inginocchiato) e il vendutissimo Rimmel. Nella primavera del 1976, durante un concerto a Milano, si ritrova ad essere "ostaggio" di alcuni militanti di estrema sinistra, che accusano il cantautore di essersi venduto al sistema economico borghese e di esibirsi solo per denaro. La situazione si risolve soltanto grazie all'intervento della polizia. Questo evento lo segna profondamente, tanto da fargli quasi decidere di ritirarsi dalla vita artistica, cosa che poi puntualmente non viene tradotta in realtà. Nel marzo del '78 sposa una sua compagna di liceo, Alessandra Gobbi, che gli dà alla luce due gemelli, Marco e Federico. Il '79 è l'anno della collaborazione con Lucio Dalla, da cui viene fuori il riuscitissimo tour Banana Repubblic, che consacrerà i due artisti presso il grande pubblico. L'evento, per la grande partecipazione e per l'organizzazione, segnerà una svolta nel rapporto tra l'artista e i fans, anticipando così i grandi concerti oceanici delle rockstars. Gli anni che seguono saranno coronati dai grandi album di successo, come Viva l'ItaliaTitanicLa donna cannoneCanzoni d'amorePrendere e lasciare e la famosissima Il bandito e il campione, scritto dal fratello Luigi Grechi. Gli anni '90 sono segnati da grandi successi come testimoniato dall'album Canzoni d'amorePrendere e lasciare, mentre i Duemila si aprono con Amore nel pomeriggio, che ottiene la Targa Tenco come miglior opera dell'anno a pari merito con Canzoni a manovella di Capossela, e con un tour a quattro con il vecchio amico Ron, Fiorella Mannoia e Pino Daniele. I successi continuano anche con l'album del 2005 Pezzi, che riceve un altro premio Tenco e la canzone Gambadilegno a Parigi, che viene votata come miglior canzone dell'anno dai lettori del quotidiano La Stampa. Il 2010 è l'anno della grande collaborazione con Dalla. A 31 anni dal fortunatissimo tour con l'amico e collaboratore di sempre, i due riescono a far letteralmente impazzire fans ed estimatori, realizzando il tutto esaurito in ogni tappa del tour e regalando emozioni. La collaborazione diventerà un disco, che prenderà lo stesso titolo dell'evento Work in Progress. L'ultimo album in studio del cantautore romano è invece Sulla strada, dai toni decisamente intimistici ed esistenziali, che rappresenta una sorta di bilancio degli otre 40 anni di carriera, successi e poesia di De Gregori.
La discografia di De Gregori comprende: Theorius Campus (con Venditti, 1972); Alice non lo sa (1973); Francesco De Gregori (1973); Rimmel (1974); Bufalo Bill (1976); De Gregori (1978); Viva l'Italia (1979); Titanic (1982); La donna cannone (1983); Scacchi e tarocchi (1985); Terra di nessuno (1987); Mira Mare 19.4.89 (1989); Canzoni d'amore (1992); Prendere e lasciare (1996); Amore nel pomeriggio (2001); Il fischio del vapore (2002); Pezzi (2005); Calypsos (2006); Per brevità chiamato artista (2009); Sulla strada (2012).

11 gennaio 2014

Un poeta con la chitarra

di Roberto Marino

Carattere schivo, una cultura vastissima, come testimonia chi ha avuto modo di parlare con lui, spirito arguto, grande sensibilità per la realtà nascosta, marginale, e un senso di libertà appagante, soddisfacente quanto pericoloso. Questo e molto altro ancora è stato Fabrizio De André, il primo poeta in Italia ad aver preso in mano una chitarra, il primo musicista e cantante e paroliere aver dimostrato di saper usare la penna come un poeta.

Poeta è infatti colui che riesce a rappresentare la realtà sotto una luce inconsueta attraverso la parola, dimostrando di padroneggiarla perfettamente, di conoscerne pienamente i significati intimi, le implicanze che possiede, le evocazioni e allusioni che suscita, i mondi che svela a chi legge o ascolta, di combinarla efficacemente e creativamente con altre.

Eppure De André ironizzava argutamente sulla definizione di poeta che gli veniva attribuita. Prendendo in prestito le parole di Benedetto Croce, che nell'Estetica scriveva che da ragazzini tutti provano a scrivere poesie, ma che poi continuano solo i veri poeti o i cretini, Fabrizio proseguiva aggiungendo che lui, per non sbagliare, si era rifugiato nella canzone.

Poeta però lo è stato veramente, nonostante le critiche, spesso dure, nonostante l'atteggiamento elitario degli storici della letteratura, i quali, non potendo ignorarlo, degradano i suoi testi a poesia popolare e fenomeno della cultura di massa del secondo Novecento, nonostante le apologie troppo a buon mercato.

Come nella buona tradizione poetica e letteraria anticonformista, in particolare quella francese da cui fu molto influenzato, De André fu genio ribelle e "maledetto", bohèmien nella vita come nell'arte. Frequentava i bassifondi di Genova pur appartenendo ad una famiglia di estrazione alto-borghese (il padre, Giuseppe, era professore, direttore di una scuola privata da lui fondata, manager e vicesindaco); era un nottambulo che passava le serate a fare scherzi, ridere, fare casino con gli amici della giovinezza - Paolo Villaggio su tutti - molto spesso tra le braccia crudeli dell'alcol; era attratto dal mondo reale nella sua crudezza e rifiutava con altrettanta forza e passione quello ipocrita e ovattato della cultura e della società di livello elevato della Genova degli anni '50-'60, specchio eloquente dell'Italia del boom economico.

Questo rifiuto, questa rabbia, questa attrazione per il brutto ma vero - di contro al bello troppo borghese e conformista - Faber (così chiamato da Villaggio per la sua passione per i pastelli della Faber-Castell) lo scopre ancora ragazzo nelle canzoni di George Brassens, cantautore allora molto famoso in Francia, nelle poesie di François Villon, poeta maledetto francese del XV secolo. Dopo aver assorbito quei contenuti, quell'atteggiamento nei confronti della vita, riesce a riversare tutto nei testi e nelle musiche delle sue canzoni, filtrati dalla sua sensibilità umana ed intellettuale e adattati al contesto in cui vive. Così riesce a superare le barriere dello spazio e del tempo e a restituire un'immagine della realtà scomoda ma reale. In questo modo nascono Il testamento, La Canzone di Marinella, Bocca di rosaLa ballata dell'eroe, La città vecchia, Via del campo, La ballata del MichéSi chiamava GesùPreghiera in gennaio, dedicata a Luigi Tenco morto suicida nel 1967 durante lo svolgimento del Festival di San Remo. 

I protagonisti di questi testi sono tutti antieroi, personaggi sconfitti dalla vita e ripudiati dalla società, ma «pur sempre figli / vittime di questo mondo» e De André è interessato a mostrare come la realtà vera sia proprio quella che vivono le prostitute, i poveri, i diversi, «chi viaggia in direzione ostinata e contraria» come dirà diversi anni dopo nella canzone Smisurata preghiera, il suo testamento spirituale.

Poi arrivano gli anni '70, la contestazione si fa più "politica" e anche De André in qualche modo risente del clima mutato. Album come la Buona novella, Non al denaro, non all'amore né al cielo e soprattutto Storia di un impiegato dimostrano la maturazione del suo pensiero poetico, la capacità di andare più in profondità su certe questioni e di dare organicità alle sue creazioni. Gli attacchi nei confronti del potere, della cultura dominante si fanno più decisi, tanto che De André può essere considerato da questo periodo in avanti un vero maestro del sospetto e un punto di riferimento della controcultura di stampo anarchico e libertario.

Molto si è detto sulle traduzioni, fatte di suo pugno, di canzoni Brassens, Dylan e Cohen e inserite nei suoi album, in particolare durante i periodi di crisi creativa. E' innegabile questo fatto, così come innegabili risultano la necessità di intense collaborazioni importanti con poeti e parolieri come Riccardo Mannerini, Giuseppe Bentivoglio, Massimo Bubola, Francesco De Gregori, Ivano Fossati, il ricorso ad ispirazioni e rifacimenti provenienti dal mondo letterario, rilette come necessità di appoggiarsi a qualcosa o a qualcuno. Per dirla con le parole parole di Enrica Rignon, prima moglie di De André: «Se lavori da solo vuol dire che sei un presuntuoso, se invece hai una persona ti confronti e discuti le tue insicurezze». Insicurezza, mania estrema di perfezionismo, che testimoniano la grande passione di quest'uomo per uno dei mestieri più belli del mondo, scrivere, e che non sminuiscono la capacità di lasciare la propria grande impronta e rielaborare in modo personale certe idee.

Quello che di più bello e quindi di poetico ci ha lasciato De André è il risultato di umanizzazione dei personaggi che si muovono nella realtà delle sue canzoni, sia in una direzione orientata verso l'alto che verso il basso. Nel primo caso, personaggi completamente discriminati e marginalizzati dalla culturale e dalla morale benpensante italiana, e relegati il una dimensione subumana, vengono tratti fuori dal nulla in cui annaspano e resi umani pur con tutti i loro difetti e problemi, che rimangono comunque incollati loro come una seconda pelle. Marinella e Bocca di rosa da prostitute nella realtà diventano personaggi illustri nel racconto: una principessa sfortunata, corteggiata dal suo principe azzurro ancora dopo la morte in circostanze misteriose, la prima; una dispensatrice di gioia, vitalità e piacere ad una comunità consumata dalla noia e dall'abitudine, la seconda. Nel secondo caso, l'umanizzazione compie il percorso inverso, per cui personaggi che nell'immaginario collettivo occupano un grado elevato vengono ridotti ad individui comuni. Ecco quindi Gesù Cristo, sua madre e suo padre diventare uomini e donne di cui si analizzano le debolezze. Stesso discorso vale per i personaggi della dimensione laica come Carlo Martello, celebrato dalla storia come fiero difensore della fede cristiana contro i musulmani miscredenti ed invasori e diventato, sotto l'occhio irriverente di Villaggio e De André che sembra spiare dal buco di una serratura senza tempo, un normale uomo in preda a desideri sessuali insopprimibili dopo un lungo periodo di astinenza.  

Tutte le cose però hanno una fine e quelle belle, come lo stesso De André sapeva bene, per ironia della sorte scompaiono molto prima delle altre. Faber è stato stroncato, all'età ancor giovane di 58 anni, da un tumore ai polmoni, probabilmente causato da quella sigaretta che non si staccava mai dalla sua bocca, al punto da non capire dove finisse l'una e dove iniziasse l'altra. Chissà come la sua penna, le sue note avrebbero raccontato questi anni difficili, lenti e stabili eppure veloci e in continuo cambiamento, incerti, senza punti di riferimento. Si sente proprio la mancanza di una voce scomoda, arguta, graffiante.

25 novembre 2013

Biagio Accardi il cantastorie


di Giovanna Cafaro e Roberto Marino

Ci sono figure, non soltanto professionali ma anche appartenenti al mondo della cultura popolare, che vengono travolte inevitabilmente dal progresso tecnologico ed economico. Una di queste è il cantastorie. Un tempo intrattenitore nelle piazze di borghi e villaggi, diffusore di cultura presso gli strati sociali meno elevati della popolazione, oggi è una vera e propria rarità. A maggior ragione il suo valore culturale diventa ancora più elevato. Perché riesce a strappare qualche risata genuina e non confezionata in un contenitore mediatico; perché riscopre valori, conoscenze, modelli comportamentali che appartengono al passato e che ci sono sconosciuti, anche se spesso inconsciamente retroagiscono nella nostra vita. 

Può anche capitare però di trovarsi di fronte a chi crede ancora nelle proprie radici al punto tale da recuperare una figura simile e coniugarla con le necessità ed opportunità del mondo contemporaneo. Nasce così la figura del cantastorie moderno, che gira a piedi per i comuni della sua terra (la Calabria) in compagnia di un'asina - Cometa Libera il suo nome - e porta i suoi spettacoli, fatti di serenate, strine, canti popolari, alla conoscenza di tutti, lanciando un messaggio in controtendenza rispetto alla velocità cui siamo abituati: il messaggio della riscoperta dell lentezza.

Noi di Accendiamo le Idee abbiamo incontrato una simile perla rara alla presentazione del suo libro-CD Cantu cuntu e... mi ni fricu e non ci siamo lasciati sfuggire l'occasione di intervistarlo.

Cominciamo col dire chi è Biagio Accardi.
E' un uomo qualunque. Il cantastorie è un personaggio di questa epoca. E' colui il quale sta inventandosi un lavoro, soprattutto allo scopo di promuovere un territorio troppo spesso abbandonato, dimenticato; colui che sta cercando di portare un messaggio, che è quello della lentezza. Di fronte poi ad una situazione di crisi economica come quella che stiamo vivendo, rivalutare il mondo contadino, il mondo rurale può essere l’unica strada percorribile per i giovani. Non bisogna prendere però una soluzione del genere come una sconfitta. Potrebbe infatti costituire un beneficio per l'ambiente, per il mondo dove viviamo, per la qualità della nostra vita.

Le esibizioni dei cantastorie sono un vero e proprio atto performativo, un rito che riflette, esprime il sistema sociale o la configurazione culturale di una determinata epoca, nella quale, attraverso una critica in parte diretta in parte velata, si trasmette il senso della nostra Storia. Secondo l’antropologo Victor Turner, le performance culturali non sono semplici schermi riflettenti o espressioni di cultura, ma possono diventare esse stesse agenti attivi di cambiamento.
Pienamente d’accordo con la posizione di Turner. Ho sempre pensato che le forme artistiche, qualsiasi esse siano, debbano recare un messaggio. Se poi questo riesce ad essere strumento di cambiamento (e un cambiamento deve esserci) sensibilizzando l'animo umano, allora la poesia avrà realizzato forse il suo compito morale più elevato. Se un cambiamento sociale ci sarà, arriverà sicuramente attraverso la poesia.

L’associazione Cattivo Teatro si inserisce in quel filone di controcultura, che vuole mettere tra parentesi un modello culturale massificato e omologato. In una realtà così satura di informazioni, di dati, di ipermedialità (internet è un medium esplosivo) si rischia di inciampare nel qualunquismo o, d'altra parte, nell’asservimento mediatico, dove riuscire a dare all’uomo comune una sorta di orientamento diventa difficile.
Il documento che riporta questo tipo di progetto a cui lei si riferisce, all'interno del quale vengono presentate la mia associazione e gli obiettivi che si propone di raggiungere, è piuttosto datato. Risale infatti all'epoca in cui internet cominciava a muovere i suoi primi passi. Sicuramente, all'interno dei mass media, c'è il rischio che il messaggio diventi un'operazione piuttosto confusionaria, retorica, un qualcosa che sta nel calderone. Per questo motivo, il mezzo che preferisco per veicolare determinati messaggi è la mia arte, è quello che faccio nelle piazze a diretto contatto con la gente.

Canto, cuntu... è uno spettacolo di stampo teatrale che include al suo interno non solo gli elementi della tradizione calabrese quindi la “strina”, le sonate sempre accompagnate dalla tipica strumentazione dell’epoca ma vi si trova la maschera della Commedia dell’arte, forse una scelta stilistica che serve a evidenziare, attraverso la stilizzazione di particolari stereotipi, le virtù e i difetti di un popolo.
Sono un cantastorie atipico, frutto del mio vissuto artistico. La maschera è solo uno strumento come tanti altri, che ho a disposizione per dire certe cose. Faccio qualche esempio: lo scherno di Il Testamento, in cui un personaggio morto lascia una sorta di testamento spirituale attraverso cui prendere in giro diversi personaggi di grado sociale più o meno elevato, oppure la ironica e divertente reazione schifata di Noè, il personaggio di Kairos - il nuovo progetto a breve in partenza (NdA) - di fronte alla provetta che contiene il liquido utile a riprodurre il genere umano. Se Biagio uomo mandasse a farsi friggere il genere umano, avrebbe poco senso; una maschera può invece farlo senza creare particolari contraddizioni.

Lo spettacolo conclusivo della sua presentazione, Il Testamento, ricorda molto la tradizione degli chansonniers francesi, in cui si inseriscono ad esempio Georges Brassens (Le Testament, 1956), il belga Jacques Brel (Le moribond, 1961) o il cantautore italiano Fabrizio De Andrè (Il Testamento, 1963), che si ispirò ai primi due e al poeta maledetto del Quattrocentesco, François Villon, che di quella tradizione è uno degli iniziatori. Tutti e tre i cantautori affrontano lo stessa tema, quello della morte in una chiave pungente e ironica. Quali sono i modelli artistici o intellettuali di Biagio Accardi?
Frank Zappa (ride). Tutti e nessuno. Ho detto Frank Zappa, perché secondo me sta nell'olimpo dei musicisti. A citarli tutti quanti... Ovviamente la mia è una scelta soggettiva. 

Che cosa ha imparato, scoperto o, meglio ancora, riscoperto nel suo viaggio nel mondo calabrese?
Tutto quello che ho appreso, o almeno la maggior parte, lungo il mio viaggio nel mondo calabrese lo devo alla mia asina Cometina, la mia maestra di vita. Nell'immaginario collettivo l'asino per antonomasia è considerato come simbolo della cocciutaggine, della testardaggine. Addirittura a scuola si usa l’appellativo di asino in senso spregiativo, per indicare un bambino svogliato. L’asino invece è determinato. Se si ferma per strada e non ha più voglia di camminare, c'è un motivo, magari un pericolo che cerca di comunicare. E' l'irruenza dell'uomo, che cerca piuttosto di sopraffare la natura a tutti i costi, che non può funzionare. Questo, forse, è l'insegnamento più grande che ho ricevuto durante il mio viaggio. Devo dire poi che si è creata una specie di simbiosi molto stretta tra me e la mia asina. Stando infatti a contatto per così tanto tempo, si inizia inevitabilmente a capirsi.

04 giugno 2013

MusicaMania: Il Rockabilly dei John Wayne Gacy. (L'Intervista)

di Giovanna Cafaro

Immaginate di viaggiare in un flusso spazio-temporale indefinito come accade nel visionario Back to the future e di ritrovarvi di colpo alla fine del varco che apre alla vista una brulicante hall illuminata da un occhio di bue, nella quale una figura si materializza in scena sulle note di un frenetico rock and roll alla Chuck Berry. Sì, l’atmosfera che si respira sembra proprio corrispondere a quella degli anni Cinquanta.
La sensazionale esperienza descritta è equiparabile a ciò che si prova ascoltando la musica dell’emergente gruppo rockabilly John Wayne Gacy, composto da quattro “svalvolati” – Antonio Adduca (chitarra solista e cultore jazz), Fabrizio Morrone (al basso per necessità ma flautista per vocazione), Marco Ferraro (batterista), Francesco Fazio alias Alvin (chitarra e voce) – i cui destini sono accomunati dall’amore per il genere.
The John Wayne Gacy è la travolgente band che trae linfa vitale dal vasto repertorio della musica anni Cinquanta, o per meglio dire dai musicisti dei favolosi Ottanta che attingono dai suoni di tre decadi prima: gente come Brian Setzer, ex chitarrista degli Stray Cats, tanto per intenderci. È dal repêchage dei ritmi e dei sound unito alle soluzioni strumentali innovative da loro ideate che nasce l’esplosivo genere.

Scopriamo qualcosa in più di loro, i retroscena e le confessioni della loro vita da musicisti parlandone con Alvin, leader del gruppo. 

Ciao Alvin e ben trovato nel nostro piccolo spazio dedicato all’universo musicale. Per cominciare, vorrei chiederti da dove nasce l’idea di formare un gruppo rockabilly.
Tutto ebbe origine nel lontano 2009 quando assistetti all’esibizione del rivoluzionario trio siciliano  Adels: fu amore a prima vista. La loro capacità di combinare insieme Rockabilly, Surf, Blues e Punk - definendo il Pure South-a-Billy Sound (da cui il titolo che diede vita al loro album nel 2006, NdA) - accese in me la voglia di sperimentare nuovi orizzonti pur rimanendo ancorati alla tradizione.

Il nome che avete deciso di adottare suona quasi come un ossimoro: il serial killer Gacy e l’attore dell’epopea classica del cinema hollywoodiano John Wayne, due personaggi antitetici, come nel caso del Dottor Jekyll e Mr. Hyde. L’uno è l’eroe che incarna “l’american dream” alla conquista del nuovo mondo all’interno del melting pot per salvaguardare la comunità dai cattivi; l’altro lo spietato assassino che tortura, sodomizza e uccide le sue vittime con estrema freddezza. Qual è lo slancio che connette le due figure con la nominazione del gruppo John Wayne Gacy? 
Innanzitutto, cercavamo un nome legato a eventi tragici e macabri, come accadeva per la maggior parte delle band del passato. Ti elenco alcuni esempi: il gruppo heavy metal britannico Black Sabbath trae origine dal Sabba, celebrazione orgiastica a carattere per lo più sacrilego che si consumava tra le streghe e il demonio; i Led Zeppelin scelsero lo Zeppelin tedesco LZ 129 Hindenburg come nome per il loro gruppo, poiché rievocava alle menti l’oggetto volante più grande mai costruito, poi distrutto nel 1937 a causa di un incendio; i Pennywise, gruppo hardcore punk statunitense dal perfido clown del celebre romanzo It di Stephen King; o ancora i Lyzzy Borden, che esasperavano le loro performance in forti shock rock (ossia l’attitudine di quei musicisti che durante i loro concerti ne estremizzano le esibizioni con temi a sfondo sessuali e violenti, NdA). La scelta di attingere dalla tradizione rappresentava un modo per rendere omaggio ai grandi artisti, facendo rivivere insieme il bene e il male come matrice della vita. E poi guardo agli innovatori della musica, per citarne solo alcuni: i Black Label Society, il mio mentore Zakk Wylde, i Metallica, gli Skid Row, i Deep Purple, gli AC/DC, i Pink Floyd, i Kiss e i Poison, per discostarmene e forgiarne un personalissimo stile.

Mi chiedevo se fosse diventata una costante tra i giovani quella di rivolgere e tendere l’orecchio al passato, soprattutto come accade negli ultimi tempi con la diffusione e talvolta l’abuso che si fa del termine vintage (dal francese “vendemmia”, indicando con essa la produzione di vino d’annata in riferimento ai manufatti fuori produzione da uno o più decenni, ricercati e collezionati in ragione della buona qualità del design e riconducibile a un determinato periodo storico) - onnipresente su tutti i fronti della vita - dalla moda al design, dalla musica alle automobili e via discorrendo. Nell’ambito musicale questo si ripercuote con l’avvento di band che emulano i loro padri, ricreando certe atmosfere suggestive. Il fenomeno sembra essere in costante aumento: mi sapresti dire perché la necessità di riproporre scenari come questi?
Guardare al passato, o come dici tu “tendere l’orecchio” verso di esso, permette di ammirare musicisti e produttori di testi davvero unici: e ci tengo a sottolineare che la musica, quella vera, esiste. Oggi non ci sono band capaci di compiere gesti eclatanti e di apportare genuine innovazioni nell’ambito del rock and roll e dell’hard rock, dove la produzione si presenta piuttosto scarsa. Per quel che riguarda, invece, il fenomeno prettamente legato al costume, devo dire che esso tende inevitabilmente a scontrarsi con la moda, con l’apparenza e con ciò che ne consegue. Ad esempio, il riferimento agli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, in realtà, è sempre esistito: vedi i Festival, i raduni, che uniscono determinati gruppi sociali per l’amore che si prova verso un particolare genere musicale. Queste realtà «parallele» riaffiorano nel momento in cui ci si accorge che esistono, perciò necessitano di essere vissute e raccontate al mondo.
 
Hai appena citato Festival, raduni, meeting... microcosmi fatti di differenti realtà, dove potersi confrontare e assaporare i retroscena del mondo rockabilly. Frequentate questi circuiti, magari come palcoscenico o trampolino di lancio che possano per farvi conoscere?
Tra i festival più importanti in Italia per lo scenario rockabilly vorrei ricordare il Summer Jamboree  di Senigallia che si svolgerà dal 3 all’11 agosto 2013, una sorta di happening culturale all’insegna di buona musica e non solo. Si tratta dell’evento più frizzante dell’anno in grado di coniugare la passione per il genere in un contesto ricreato ad hoc nel quale ti ritrovi investito e immerso in un’atmosfera davvero senza fiato, con l’insegnante di ballo, la make-up artist che ripropone il trucco anni Cinquanta, il tatuatore e tanti piccoli empori all’aperto con accessori e vestiti vintage: una grande famiglia in grado di offrirti tanto affetto. E poi è grazie alla passione che ci unisce per la musica a rendere tutto ciò così vitale. Il Maverick Rock ’n’ Roll Festival di Crotone, invece, è una realtà calabrese nata da poco: l’ho vissuta da spettatore attivo ed è stato come sentirsi al posto giusto nel momento giusto. Era tutto davvero perfetto!

Frequentare i luoghi “giusti” implica inevitabilmente far parte di una nicchia molto ristretta di cultori del genere. Quanto conta per voi seguire certi dettami e come si riflettono nell’abbigliamento, ma soprattutto nella vita?
Certo l’ambiente è di nicchia, ma non è fatto di soli cultori... per me è diventato sin da subito un vero e proprio stile di vita. Ti faccio un esempio: anche nella quotidianità mi ritrovo a indossare le creeper, le coloratissime camicie hawaiane, da bowling e a quadri che porto durante i concerti. Giochiamo molto con l’aspetto scenico, pensa al burlesque: l’arte e la vita si fondono insieme.

Il rockabilly è un genere ballabile, frenetico e soprattutto coinvolgente, mi descrivereste una vostra performance-tipo?
L’adrenalina sale, ogni concerto è una storia a sé! Solitamente si rompe il ghiaccio con un pezzo originale o un lento per mettere a proprio agio principalmente le coppiette; poi improvvisamente cambiamo registro, ed è qui che il pubblico si lancia in pista lasciandosi travolgere dall’incalzante ritmo.  Si crea una sintonia unica... pazzesco! Solo allora ti accorgi di amare con tutte le tue forze la musica, il rock and roll.

30 marzo 2013

Ciao, Enzo.


In questo giorno di lutto per la scomparsa del grande cantautore, cabarettista, artista a tutto tondo, medico e molto altro ancora Enzo Jannacci, "Accendiamo le idee!", con i suoi autori e - mi permetto di aggiungere anche - con i suoi lettori e commentatori, vuole esprimere il  proprio ricordo nei suoi confronti.

In particolare, mi permetto di lasciare le parole allo stesso grande Jannacci:

http://youtu.be/zAWKuoTc3zs