Sabato in Poesia: "Vendemmia" di Marino Moretti

Vendemmia di Marino Moretti è una poesia tratta dalla raccolta Sentimento: pensieri, poesie...

Roma capitale d'Italia

Chissà quanti studenti ed ex studenti liceali si sono trovati a tradurre la famosissima frase del De Oratore...

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15 settembre 2013

L'origine della crisi finanziaria statunitense

di Tommaso Andreoli

La crisi che ha interessato i mercati finanziari dei paesi maggiormente sviluppati, e che gli esperti hanno indicato come la più grave dal dopoguerra, trae origine nell’agosto del 2007 dal segmento dei mutui immobiliari statunitensi: i cosiddetti subprime.

Nonostante il complesso scenario economico rimanga ancora oggi tutt’altro che di semplice lettura, è comunque possibile, in estrema sintesi, giungere a evidenziare quattro elementi di tipo strutturale e comportamentale, la cui interazione ha di fatto innescato lo scoppio della crisi:
  1. una politica monetaria che la Federal Reserve (Fed), la banca centrale americana, ha per lungo tempo perseguito, mantenendo bassi i tassi di interesse a breve termine;
  2. l’eccessivo trasferimento del rischio di insolvenza a soggetti terzi da parte di istituti finanziari mediante prodotti ad hoc che facilitassero l’espansione del credito;
  3. l’inefficace e lacunosa regolamentazione delle istituzioni finanziarie;
  4. l’errata valutazione da parte delle società di rating circa le rischiosità legate alle attività finanziarie.
Nel periodo che va dal terzo trimestre 2001 al primo trimestre 2005, la Fed fissò tassi di interesse nominalmente bassi per attutire l’impatto recessivo dovuto all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre e allo scoppio della bolla dot.com. Tale provvedimento - unito alla precisa volontà del governo statunitense di dare concretezza allo slogan «Una casa per tutti» e consentire anche ai cittadini delle fasce meno abbienti d'essere possessori di una casa (nel 2003 venne approvata la legge American Dream Downpayment Act che introdusse un sussidio federale all’acquisto di case interamente finanziate con i prestiti) - diede un forte impulso all’espansione degli impieghi delle banche, in particolare nel settore immobiliare.

A tal proposito risulta significativo notare la crescita dei volumi dei mutui residenziali concessi negli Stati Uniti, che dal 2000 al 2006 quasi raddoppiarono il loro ammontare fino a giungere a 11.000 miliardi di dollari, di cui 6000 miliardi risultavano cartolarizzati. È necessario altresì ricordare che nel mercato statunitense questi mutui si dividono in quattro categorie: i) Agency; ii) Jumbo; iii) Alt-A; iv) Subprime.

Le prime due tipologie vengono concesse a persone considerate «affidabili»; la terza a creditori che lo sono di meno; mentre la quarta e ultima categoria viene concessa a mutuatari poco «bancarizzabili», vale a dire con un’elevata probabilità di insolvenza (spesso si dice con basso merito di credito). La concessione di mutui subprime avvenne anche attraverso la particolare formula dei cosiddetti contratti NINJA (No Income, No Job, No Asset), e grazie appunto alla modifica della regolamentazione dei mutui ipotecari da parte delle amministrazioni democratica e repubblicana, rispettivamente sotto la Presidenza Clinton e quella Bush, che si servirono dei noti istituti Freddie Mac e Fannie Mae (1) per favorire la concessione di finanziamenti.

Dal punto di vista delle condizioni contrattuali, i mutui subprime sono generalmente caratterizzati da:
  • rapporto tra ammontare del prestito e valore dell’immobile (loan-to-value ratio o LTV) uguale o persino al superiore al 100%;
  • tasso variabile (Adjustable Rate Mortgages);
  • tasso definito “allettante” (teaser rate), chiamato così perché molto basso per i primi due o tre anni e successivamente destinato a incrementare per via della revisione delle condizioni contrattual (reset).
A regime, i mutui subprime furono tutt’altro che alla portata di chi li accese. Questi erano infatti caratterizzati in media da tassi più alti di quelli destinati a clienti primari. Nonostante ciò, gli intermediari finanziari specializzati in mutui (le finanziarie e mortgage brokers) e le banche commerciali in qualità di mortgage originators hanno addirittura venduto mutui subprime a questi ultimi, adottando spesso pratiche di offerta insistenti, talvolta aggressive, al limite della legalità.

La valutazione del merito di credito è stata in genere molto approssimativa, con concessione di mutui di tipo low doc e no doc, ossia basati su scarsa e totale assenza di documentazione. Si è calcolato che all’incirca il 50% dei mutui subprime sono stati effettuati da mortgage brokers, intermediari che non erano soggetti alla supervisione della vigilanza e scarsamente regolati dai singoli Stati, incentivati nella loro vendita da forti guadagni.

La costante immissione di liquidità nel sistema bancario aveva, tra gli altri, l’obiettivo di espandere il credito al consumo, così da favorire una maggiore capacità di spesa pro capite e di riflesso una crescita delle aziende e dell’intero sistema americano. La politica creditizia alimentò dunque una politica del debito, che portò le famiglie americane a investire sempre di più in beni di consumo e immobili, aumentando fino all’eccesso il loro livello di indebitamento.

Dal 2001 al 2006 al lievitare del prezzo delle case si è nel contempo assistito alla crescita dell’indebitamento, con conseguente peggioramento della qualità del credito; quest’ultimo ha necessitato di un ricorso sempre maggiore al trasferimento del rischio di credito al mercato attraverso l’utilizzo di nuovi strumenti finanziari detti prodotti strutturati, concepiti appunto per spostare verso creditori terzi gli alti rischi di insolvenza.

Un tipico esempio di questa classe di prodotti sono gli Asset Backed Securities (ABS), vale a dire titoli obbligazionari emessi a fronte di un portafoglio di crediti costituito da prestiti, bond, mutui o altre attività finanziarie. In altre parole, alcuni dei crediti che la banca ha concesso a suoi clienti vengono in qualche modo «impacchettati» e ceduti a una società esterna detta Special Purpose Vehicle (SPV) - “società veicolo con un obiettivo speciale” -, che nella maggioranza dei casi è creata appositamente dalla stessa banca.

Il compito svolto dalla SPV è quello di acquistare il portafoglio crediti della banca, acquisto che viene finanziato dall’emissione di una serie di obbligazioni denominate ABS. Il rimborso ai detentori di tali obbligazioni avviene mediante il denaro ricevuto dai flussi di cassa, cioè interessi e capitale, generati dal portafoglio crediti.

In conclusione, la creazione delle SPV e l’emissione da parte loro di obbligazioni ABS ha consentito alle banche di distribuire il rischio connesso alla concessione di crediti su un numero elevato di investitori.

La liquidità generata dalla vendita del portafoglio crediti poteva così essere usata dalle banche per concedere ulteriori crediti ad altri investitori, quali famiglie e imprese, e formare un circolo virtuoso di denaro. La funzione della banca passò dall'adozione dal modello di origine e detenzione dei prestiti (originate and hold) a quello di origine e distribuzione dei prestiti stessi (originate and distribute), con i vantaggi del caso riassumibili attraverso i seguenti punti:
  • crediti concessi che risultano nei bilanci come attività rischiose, essendo ceduti alle società veicolo non devono essere più contabilizzate;
  • la somma dei crediti che possono essere concessi non dipende più dal denaro raccolto attraverso i depositi a risparmio o i conti correnti;
  • nonostante i crediti concessi aumentino, le banche possono tenere un rapporto tra depositi, crediti concessi e capitale in linea con i vincoli di rischiosità e le dimensioni del portafoglio crediti che le autorità di vigilanza impongono.
Ad acquistare gli ABS erano per la gran parte altre banche pronte a rivenderle a risparmiatori e altri investitori istituzionali. Il loro effettivo valore era tuttavia difficile da stimare, dato che gli ABS appena emessi venivano venduti in mercati cosiddetti over the counter (2). Tuttavia, gli elevati rendimenti che questa tipologia di obbligazioni prometteva e la certificazione di rischiosità considerata bassa da parte delle agenzie di rating, incentivavano gli investitori a comprare questi titoli nonostante, appunto, il loro prezzo non derivasse da contrattazioni giornaliere su mercati borsistici.

La certificazione del livello di rischiosità, chiamata nel gergo rating, che era attestata da società apposite, ha contribuito non poco al gonfiarsi della bolla finanziaria. Le banche che volevano vendere i loro prodotti non potevano che fare ricorso alle agenzie specializzate per fornire una valutazione del rischio legato agli ABS, che a posteriori è risultata del tutto errata.
Le obbligazioni ABS, emesse a fronte dello stesso portafoglio crediti non avevano tutte lo stesso livello di rischio. Apprestiamoci dunque a spiegare più in dettaglio il funzionamento del meccanismo meglio noto
come cartolarizzazione.


Il trasferimento del rischio

Punto di partenza sono i derivati di credito, cioè strumenti che, come detto, permettono il trasferimento del rischio di credito, rappresentato dalla probabilità che un debitore non sia in grado di far fronte ai pagamenti (interessi e capitale).
I casi che si presentano sono in genere due:
  1. quello in cui un intermediario ha acquistato un’obbligazione (in tale situazione si può facilmente trasferire il credito vendendo il titolo);
  2. quello in cui un intermediario ha concesso un mutuo a un investitore che può essere una famiglia o un’impresa.
Tale credito non può essere ceduto tramite la vendita. Ecco perché si ricorre all’utilizzo dei Credit Default Swaps (CDS). In questa situazione, il trasferimento del rischio di credito avviene mediante l’acquisto da parte dell’intermediario A (acquirente della protezione dal rischio di default) di un titolo che obbliga il soggetto B (venditore della protezione) a farsi carico delle eventuali perdite da fallimento del debitore dell’intermediario A (debitore di riferimento). Chi acquista la protezione paga un premio (spread) a B per ricevere; in caso di fallimento del debitore di riferimento C, l’intero debito (vedi Figura 1 in basso). Da notare la seguente differenza: nel caso dell’obbligazione chi si prende il rischio deve acquistare l’obbligazione spendendo molto denaro; invece, nel caso dei CDS, ci si può assumere un rischio equivalente senza spendere nulla alla data attuale. Questo è il motivo per cui il mercato dei CDS è notevolmente cresciuto.

Figura 1: Schema del trasferimento di rischio
Il meccanismo illustrato si collega bene al processo di cartolarizzazione. Un esempio può aiutare a chiarire le idee.

A fronte di un portafoglio di titoli di credito, nella fattispecie rappresentati da mutui per un valore complessivo di $100 milioni, la SPV emette tre tranches di ABS, la cui scadenza è a 5 anni: la tranche equity, la tranche mezzanine e la tranche senior, i cui valori nominale sono pari rispettivamente a $5, $20 e $75 milioni, mentre i tassi di rendimento sono rispettivamente 30%, 10% e 6%. Chi acquista una tranche si assume l’impegno di coprire parte delle perdite dell’eventuale fallimento dei mutui sottostanti, in analogia al caso del soggetto B nel CDS. I pagamenti che affluiscono al portafoglio vengono canalizzati verso le tre tranche mediante un insieme di regole detto a «cascata». Tali pagamenti vengono per primi utilizzati per corrispondere agli investitori della tranche senior il tasso del 6% loro promesso. Se è possibile, vengono successivamente utilizzati per corrispondere ai possessori della tranche mezzanine il tasso del 10%, e, infine, sempre se possibile, per corrispondere agli investitori della tranche equity il tasso del 30%. Nel caso in cui si verifichino insolvenze, i primi a subirne le conseguenze saranno gli investitori della tranche equity. Il loro tasso di rendimento diverrà inferiore al 30%, con probabili perdite in conto capitale. Successivamente, se le insolvenze dovessero essere numerose, saranno gli investitori della tranche mezzanine a subire un decremento del loro tasso di rendimento e così anche per quelli che avevano acquistato la tranche equity.

La procedura di cartolarizzazione veniva implementata in modo tale da attribuire il rating più alto (AAA) alla tranche senior. Tale meccanismo permetteva alla SPV di poter vendere facilmente questo tipo di tranche a investitori istituzionali come i fondi pensione, per esempio, che potevano da regolamento investire in attività finanziarie con il massimo livello di qualità creditizia. La tranche equity spesso rimaneva nei bilanci della banca così da guadagnarsi la fiducia del mercato, segnalando che la parte più rischiosa del prodotto non era in vendita, se non per investitori, come gli hedge funds, la cui propensione al rischio è per loro natura molto elevata. La tranche mezzanine, la parte più difficile da collocare, subiva nuovamente un processo simile a quello descritto nell’esempio precedente, permettendo così ancora una volta di riprocedere alla generazione di titoli con rating ancora migliore a partire da un portafoglio di titoli rischiosi.

I vantaggi che la cartolarizzazione porta agli investitori sono legati:
  1. alla diversificazione del rischio, la quale deriva dalla acquisizione di una partecipazione in un pool di crediti;
  2. alla possibilità di possedere prodotti che, tramite il procedimento della suddivisione in tranche, avevano rischi e rendimenti differenti.
Il principio di diversificazione del rischio entra in gioco nel momento in cui i mutui vengono «impacchettati»; la suddivisione in tranche ha invece agevolato l’offerta di prodotti finanziari adatti sia a investitori più propensi al rischio sia a quelli che lo erano in minore misura, allargando nel contempo la possibilità di acquisire obbligazioni con elevati tassi di rendimento, che quindi pagavano cedole più alte rispetto ai bond governativi a parità di rating con tripla A.


Conclusione

In sostanza, l'errata valutazione del rating creditizio di questi prodotti ha fatto sì che si innescasse un meccanismo tramite il quale gli investitori possedevano, a loro insaputa, titoli certificati secondo un livello di rischiosità che in realtà non era quello effettivo. Nel momento in cui il mercato immobiliare e i prezzi delle case cominciarono a contrarsi, dunque un crescente numero di mutuatari iniziò a saltare il pagamento delle rate dei mutui, i flussi di cassa che avrebbero dovuto alimentare l'acquisto delle tranche e il pagamento degli interessi ai sottoscrittori di queste ultime venne meno. Le conseguenze della rottura di questo meccanismo furono devastanti. La rete di compravendita tra i vari investitori, che come detto erano per la gran parte le banche stesse, venne a recidersi  proprio a seguito del fallimento del colosso Lehman Brothers - allora quarta potenza bancaria statunitense -, contagiando tutti i partecipanti al "gioco" e trascinando dietro di sé perdite di ricchezza enormi.

Dopo che il mondo intero ha pagato e ancora oggi continua indirettamente a pagare le conseguenze di questa catastrofe finanziaria, le domande che a molti sorgono spontanee sono: abbiamo imparato qualcosa da ciò che è accaduto? Possiamo davvero ritenerci al sicuro e pensare che una crisi del genere non possa più ripresentarsi?




(1) Fannie Mae è il nome comune della Federal National Mortgage Association; Freddie Mac è il nome comune della Federal Home Loan Mortgage Corporation.

(2) Tale termine nasce dall’abitudine che vi era in passato di trattare affari nei dintorni di Wall Street. Spesso, infatti, le trattative avvenivano sul bancone dei bar (over the counter, appunto). La negoziazione si riferiva a titoli che non erano presenti nei circuiti ufficiali di Borsa. Oggi tali tipi di contrattazione avvengono via telefono o in maniera telematica.

Così cinque anni fa cominciava la crisi...

di Roberto Marino 

"Era una notte buia e tempestosa...", questo è l'incipit dell'interminabile romanzo che Snoopy, il simpatico e cinico bracchetto uscito dalla penna - pardon, dalla matita - di Charles Monroe Shulz, prova continuamente a scrivere. Interminabile come questa durissima crisi economico-finanziaria iniziata cinque anni fa.

Quello di cui oggi ricorre un triste anniversario, del quale avremmo fatto volentieri a meno, non è però una notte - seppure altrettanto buio e tempestoso - ma un giorno, passato alla storia (recente) come "black Monday". Era infatti un lunedì il 15 settembre 2008, giorno in cui la Lehman Brothers, una delle più grandi e potenti banche americane d'investimento del mondo, annunciava di avvalersi del Chapter 11 del Bankruptcy Code statunitense; il che significa che dichiarava bancarotta. Quella data ha segnato l'inizio del grande putiferio che ha caratterizzato la fine degli anni Zero e l'inizio dei Dieci di questo XXI secolo e da cui non si riesce ancora ad uscire. Black Monday che ci ricorda un altro "black day" rimasto famoso nella storia, il Martedì nero del 29 ottobre 1929, che diede inizio alla Grande Crisi.

Se i paragoni storici risultano spesso un po' azzardati e grossolani, almeno dal punto di vista delle cause, possono non esserlo per quello che riguarda le conseguenze. Il contesto che caratterizzava il mondo e l'Europa alla fine degli anni Venti e all'inizio dei Trenta del secolo scorso era ben diverso da quello odierno. Non esisteva la globalizzazione dei mercati economici e finanziari come la conosciamo oggi, esisteva invece una forte determinazione nazionale dei singoli Paesi europei. La speculazione finanziaria era meno o diversamente aggressiva e gli Stati Uniti si trovavano ancora in una posizione geopolitica prevalentemente isolazionista, nonostante i forti flussi di capitali indirizzati verso la Germania che avviarono il processo di ricostruzione. 

Il forte protezionismo americano fu sicuramente, dal punto di vista strettamente economico, una delle concause della grande crisi degli anni '30, perché non permise una libera circolazione di merci e un riassorbimento all'esterno delle sovrapproduzioni interne delle stesse. E' anche vero però che l'Europa visse una situazione meno drammatica rispetto a quella americana (ad accezione della Germania che dipendeva fortemente dai capitali americani e che per le gravi difficoltà imboccò quella via dittatoriale che conosciamo bene e che le consentì di diventare una tra le grandi potenze) proprio a fronte di una forte caratterizzazione nazionalistica, che impegnava i governi (spesso dittatoriali) a forti interventi di pianificazione. In America invece la situazione fu di gran lunga più nera e soltanto l'intervento dello stato con il varo del New Deal rappresentò un tentativo di risposta (pubblica) al problema. In ogni caso, ci vollero anni ed una guerra da 50 milioni di morti per la ripresa vera e propria, mentre intanto, proprio negli Stati Uniti, si verificava più o meno quello che accade oggi in Europa e nell'area mediterranea in particolare: crollo dei consumi, chiusura delle aziende, perdita del lavoro, disoccupazione.

Se la forte caratterizzazione nazionale fu uno dei punti di "forza" dell'Europa di ottanta anni fa, oggi è di sicuro un punto di debolezza. La difesa di interessi nazionali, che si regge sulla mancanza di una Unione forte di carattere politico, sulla carenza di regole certe ed uniformi di stampo economico-finanziario, sulle differenze che spesso sono divenute lacune di tipo culturale, ha creato una Europa a due velocità. Un organismo simile non ha potuto e non può dare risposte nette e decise alla crisi, che diventa, per questo ed altri motivi, globale o quasi. 

Sì, perché altri Paesi, i cosiddetti emergenti come la Cina - ma lista è lunga - ad esempio, hanno registrato tendenze opposte rispetto all'Occidente, con punte di crescita anche del 7-8% l'anno di Pil. Ovviamente, la specificità della crescita della Cina è stata caratterizzata dalla capacità di sapersi incuneare nelle debolezze dell'economia europea, in particolare italiana, sfruttando, come sempre accade, la difficoltà di qualcuno per avvantaggiarsene, così come dalla presenza di una tutela legislativa e sociale decisamente inferiore rispetto a quella dei Paesi della vecchia Europa e dell'Italia nello specifico.

E' innegabile però che la crescita ci sia stata, a parte tutte le specifiche del caso, anche e soprattutto per la maggiore flessibilità dei Paesi emergenti di fronte al cambiamento globale. L'Europa, almeno una certa parte, e l'Italia non sono state in grado di adeguarsi, rinunciando ad impostare un programma di riforme legislative ed economiche strutturali in grado di resistere alla crisi e provare a superarla. 

Proprio due giorni fa il commissario dell'Ue, Olli Rehn, ha messo in guardia l'Italia per quanto riguarda la situazione economica, mostrando preoccupazione per l'ulteriore calo del prodotto interno dello 0,2% nel secondo trimestre di quest'anno. E c'è anche il rischio che il rapporto deficit/Pil possa nuovamente superare la soglia critica del 3%, riportandoci nella procedura di infrazione chiusa poche settimane fa. E' innegabile dunque che si avvi un processo di riforme nazionali (ed europee) così come lo stesso Rehn ha invitato a fare, che potrà partire solo quando si deciderà di mettere da parte le beghe politiche di altro genere, si smetterà di temporeggiare e si comincerà a lavorare. Nulla di nuovo vero, ma rimasto ancora lettera morta.

28 marzo 2013

La crisi cipriota: che diavolo è successo? (Parte I)

di Tommaso Andreoli

Alzi la mano chi fra voi è in grado di fare il resoconto, quantomeno per grandi linee, di ciò che sta accadendo da qualche settimana a questa parte in quella sperduta isola di nome Cipro, situata ai confini dell’Europa. “Lontana dagli occhi, lontana dal cuore” – qualcuno potrebbe dire. “Godetevi lo bello mare e stateve buoni” – qualchedun altro aggiungerebbe. E invece no. Di Cipro e della sorte dei suoi abitanti a noi ci importa. Eccome se ci importa, perbacco! Sapete perché? Anche loro fanno parte dell’Unione Europea. Pertanto, nel bene o nel male (in questo caso la seconda) i fattacci loro sono anche fattacci nostri.
In quel che segue, mi accingerò, cercando di non sbagliare (e se lo faccio, correggetemi), a fare il punto di quanto è successo in quella lontana – geograficamente ma non economicamente e finanziariamente – isola mediterranea. 

L’identikit cipriota 
Con i suoi 9.250 km2, Cipro è la terza isola per estensione fra quelle dell’azzurro Mediterraneo dopo le italiche Sicilia e Sardegna, e, secondo la leggenda, luogo di nascita di Afrodite, dea dell’amore e della bellezza. Insomma, una perla incastonata nel mare vicino al Medio Oriente, che però oggi si vede funestata dalle ire del dio Finanza, al quale – ahi lei – deve rendere conto per i peccatucci (poi mica tanto piccoli!) commessi dai suoi rappresentanti e dalle autorità di vigilanza in un passato non troppo lontano. 
Diciamo subito che la Repubblica cipriota (la parte sud dell’isola), ormai nel club dei Paesi dell’Unione Europea dal lontano maggio 2004, ha adottato come valuta l’euro cinque anni fa, a partire dal primo giorno del 2008. Nonostante il suo Pil (Prodotto interno lordo, ossia il valore dei beni e servizi finali prodotti nell’economia nel corso di un anno) pesi solamente lo 0,18% dell’Eurozona (dunque poco se riferito a quello greco che si attesta intorno al 3%), Cipro tiene in ansia tutte le altre economie di Eurolandia, perché, si sa, basta anche una piccolissima infezione per ammalarsi seriamente. 
Vediamo pertanto di capire come questa infezione è nata e i motivi che l’hanno indotta a ritenerla molto pericolosa. 

Segnali di pericolo 
Lo dicono i numeri: tanto più il sistema bancario risulta grande, tanto maggiore è il rischio per gli Stati di vedere crollare a picco la loro economia. Basta dare un’occhiata ai quattro casi di crisi precedenti a quella cipriota per capire le cose come stanno: 
• l’Irlanda ha banche più grandi 5,3 volte l’ammontare del Pil; 
• il Portogallo 3,7; 
• la Grecia 2,6; 
• la Spagna 4,3. 
In questa speciale classifica, tra i 17 membri dell’Eurozona Cipro si posiziona al terzo posto con un moltiplicatore di 7,8, dietro a Lussemburgo e Malta, il cui rapporto tra attivi bancari e Pil risulta rispettivamente pari a 19,8 e 8. Per ora in queste ultime la situazione sembra reggere per via della loro buona salute del sistema bancario e dei conti pubblici, tuttavia il Fondo monetario internazionale ha già segnalato un annetto fa alle autorità dei due Paesi la possibilità che la loro stabilità finanziaria possa essere minata dall’intensificarsi della crisi europea. La preoccupazione che quanto già avvenuto nell’isola cipriota possa ripetersi è grande: si vuole cioè evitare di incappare negli stessi errori per l’ennesima volta, evidenziando il fatto che un eventuale dissesto non sarebbe gestibile autonomamente, vista la sproporzione tra sistema bancario ed economia reale. Dunque occhio a non sottovalutare gli avvertimenti. 
E Cipro? Cosa diavolo è successo Cipro? Tu quoque, Cipro, come hai potuto cacciarti in guai così grossi? 

All’origine della crisi 
Cattiva supervisione bancaria. È con queste parole che si potrebbe sintetizzare quanto avvenuto. Le autorità dell’isola hanno infatti permesso alle loro banche di crescere fino a divenire giganti tali da non rendersi più conto che in caso di barcollamento non avrebbero potuto più trovare un appoggio stabile sul quale sorreggersi per continuare a farcela da sole. Si sono così concesse il lusso di prestare ingenti somme di denaro alla Grecia e di esporsi, inoltre, al rischio altissimo legato ai titoli di Stato greci (tramutatisi in junk bond), investendo malamente ampi pezzi dei loro patrimoni. Mosse finanziarie che sono costate ben l’80% di quanto impiegato. 
E come se tutto ciò non bastasse, per molto tempo le medesime banche cipriote hanno lasciato confluire nei loro forzieri i miliardi di euro di oligarchi russi e di ricchi investitori del vicino Medio Oriente, da sempre alla ricerca di paradisi (fiscali) come quello cipriota, senza porsi troppe domande sul cattivo odore di riciclaggio emanato da questi capitali. Sebbene con la crisi del debito gran parte di questi investitori (soprattutto russi) si siano decisi a far fare marcia indietro ai loro denari, Cipro e la Russia sono riuscite ad accordarsi su un finanziamento da 2,5 miliardi di euro, che non sono però bastati all’isola per ripianare il conto, tanto che si è stati costretti a rivolgersi più a oriente, in Cina, e chiedere un altro miliardo e mezzo. 
In realtà la situazione è risultata così grave che il governo cipriota non si è più potuto nascondere, tentare altri escamotage, o chiedere aiuti che non fossero quelli europei: il 15 e 16 giugno scorsi, Nicosia ha dovuto ufficialmente bussare alla porta dell’Ue e, dalle cronache dei quotidiani economici-finanziari, si apprende che oggi di miliardi di euro ne serviranno quasi 16.