La crisi che ha interessato i mercati finanziari dei paesi maggiormente sviluppati, e che gli esperti hanno indicato come la più grave dal dopoguerra, trae origine nell’agosto del 2007 dal segmento dei mutui immobiliari statunitensi: i cosiddetti subprime.Nonostante il complesso scenario economico rimanga ancora oggi tutt’altro che di semplice lettura, è comunque possibile, in estrema sintesi, giungere a evidenziare quattro elementi di tipo strutturale e comportamentale, la cui interazione ha di fatto innescato lo scoppio della crisi:
- una politica monetaria che la Federal Reserve (Fed), la banca centrale americana, ha per lungo tempo perseguito, mantenendo bassi i tassi di interesse a breve termine;
- l’eccessivo trasferimento del rischio di insolvenza a soggetti terzi da parte di istituti finanziari mediante prodotti ad hoc che facilitassero l’espansione del credito;
- l’inefficace e lacunosa regolamentazione delle istituzioni finanziarie;
- l’errata valutazione da parte delle società di rating circa le rischiosità legate alle attività finanziarie.
A tal proposito risulta significativo notare la crescita dei volumi dei mutui residenziali concessi negli Stati Uniti, che dal 2000 al 2006 quasi raddoppiarono il loro ammontare fino a giungere a 11.000 miliardi di dollari, di cui 6000 miliardi risultavano cartolarizzati. È necessario altresì ricordare che nel mercato statunitense questi mutui si dividono in quattro categorie: i) Agency; ii) Jumbo; iii) Alt-A; iv) Subprime.
Le prime due tipologie vengono concesse a persone considerate «affidabili»; la terza a creditori che lo sono di meno; mentre la quarta e ultima categoria viene concessa a mutuatari poco «bancarizzabili», vale a dire con un’elevata probabilità di insolvenza (spesso si dice con basso merito di credito). La concessione di mutui subprime avvenne anche attraverso la particolare formula dei cosiddetti contratti NINJA (No Income, No Job, No Asset), e grazie appunto alla modifica della regolamentazione dei mutui ipotecari da parte delle amministrazioni democratica e repubblicana, rispettivamente sotto la Presidenza Clinton e quella Bush, che si servirono dei noti istituti Freddie Mac e Fannie Mae (1) per favorire la concessione di finanziamenti.
- rapporto tra ammontare del prestito e valore dell’immobile (loan-to-value ratio o LTV) uguale o persino al superiore al 100%;
- tasso variabile (Adjustable Rate Mortgages);
- tasso definito “allettante” (teaser rate), chiamato così perché molto basso per i primi due o tre anni e successivamente destinato a incrementare per via della revisione delle condizioni contrattual (reset).
La valutazione del merito di credito è stata in genere molto approssimativa, con concessione di mutui di tipo low doc e no doc, ossia basati su scarsa e totale assenza di documentazione. Si è calcolato che all’incirca il 50% dei mutui subprime sono stati effettuati da mortgage brokers, intermediari che non erano soggetti alla supervisione della vigilanza e scarsamente regolati dai singoli Stati, incentivati nella loro vendita da forti guadagni.
Il compito svolto dalla SPV è quello di acquistare il portafoglio crediti della banca, acquisto che viene finanziato dall’emissione di una serie di obbligazioni denominate ABS. Il rimborso ai detentori di tali obbligazioni avviene mediante il denaro ricevuto dai flussi di cassa, cioè interessi e capitale, generati dal portafoglio crediti.
In conclusione, la creazione delle SPV e l’emissione da parte loro di obbligazioni ABS ha consentito alle banche di distribuire il rischio connesso alla concessione di crediti su un numero elevato di investitori.
La liquidità generata dalla vendita del portafoglio crediti poteva così essere usata dalle banche per concedere ulteriori crediti ad altri investitori, quali famiglie e imprese, e formare un circolo virtuoso di denaro. La funzione della banca passò dall'adozione dal modello di origine e detenzione dei prestiti (originate and hold) a quello di origine e distribuzione dei prestiti stessi (originate and distribute), con i vantaggi del caso riassumibili attraverso i seguenti punti:
- crediti concessi che risultano nei bilanci come attività rischiose, essendo ceduti alle società veicolo non devono essere più contabilizzate;
- la somma dei crediti che possono essere concessi non dipende più dal denaro raccolto attraverso i depositi a risparmio o i conti correnti;
- nonostante i crediti concessi aumentino, le banche possono tenere un rapporto tra depositi, crediti concessi e capitale in linea con i vincoli di rischiosità e le dimensioni del portafoglio crediti che le autorità di vigilanza impongono.
La certificazione del livello di rischiosità, chiamata nel gergo rating, che era attestata da società apposite, ha contribuito non poco al gonfiarsi della bolla finanziaria. Le banche che volevano vendere i loro prodotti non potevano che fare ricorso alle agenzie specializzate per fornire una valutazione del rischio legato agli ABS, che a posteriori è risultata del tutto errata.
Punto di partenza sono i derivati di credito, cioè strumenti che, come detto, permettono il trasferimento del rischio di credito, rappresentato dalla probabilità che un debitore non sia in grado di far fronte ai pagamenti (interessi e capitale).
- quello in cui un intermediario ha acquistato un’obbligazione (in tale situazione si può facilmente trasferire il credito vendendo il titolo);
- quello in cui un intermediario ha concesso un mutuo a un investitore che può essere una famiglia o un’impresa.
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| Figura 1: Schema del trasferimento di rischio |
A fronte di un portafoglio di titoli di credito, nella fattispecie rappresentati da mutui per un valore complessivo di $100 milioni, la SPV emette tre tranches di ABS, la cui scadenza è a 5 anni: la tranche equity, la tranche mezzanine e la tranche senior, i cui valori nominale sono pari rispettivamente a $5, $20 e $75 milioni, mentre i tassi di rendimento sono rispettivamente 30%, 10% e 6%. Chi acquista una tranche si assume l’impegno di coprire parte delle perdite dell’eventuale fallimento dei mutui sottostanti, in analogia al caso del soggetto B nel CDS. I pagamenti che affluiscono al portafoglio vengono canalizzati verso le tre tranche mediante un insieme di regole detto a «cascata». Tali pagamenti vengono per primi utilizzati per corrispondere agli investitori della tranche senior il tasso del 6% loro promesso. Se è possibile, vengono successivamente utilizzati per corrispondere ai possessori della tranche mezzanine il tasso del 10%, e, infine, sempre se possibile, per corrispondere agli investitori della tranche equity il tasso del 30%. Nel caso in cui si verifichino insolvenze, i primi a subirne le conseguenze saranno gli investitori della tranche equity. Il loro tasso di rendimento diverrà inferiore al 30%, con probabili perdite in conto capitale. Successivamente, se le insolvenze dovessero essere numerose, saranno gli investitori della tranche mezzanine a subire un decremento del loro tasso di rendimento e così anche per quelli che avevano acquistato la tranche equity.
I vantaggi che la cartolarizzazione porta agli investitori sono legati:
- alla diversificazione del rischio, la quale deriva dalla acquisizione di una partecipazione in un pool di crediti;
- alla possibilità di possedere prodotti che, tramite il procedimento della suddivisione in tranche, avevano rischi e rendimenti differenti.
In sostanza, l'errata valutazione del rating creditizio di questi prodotti ha fatto sì che si innescasse un meccanismo tramite il quale gli investitori possedevano, a loro insaputa, titoli certificati secondo un livello di rischiosità che in realtà non era quello effettivo. Nel momento in cui il mercato immobiliare e i prezzi delle case cominciarono a contrarsi, dunque un crescente numero di mutuatari iniziò a saltare il pagamento delle rate dei mutui, i flussi di cassa che avrebbero dovuto alimentare l'acquisto delle tranche e il pagamento degli interessi ai sottoscrittori di queste ultime venne meno. Le conseguenze della rottura di questo meccanismo furono devastanti. La rete di compravendita tra i vari investitori, che come detto erano per la gran parte le banche stesse, venne a recidersi proprio a seguito del fallimento del colosso Lehman Brothers - allora quarta potenza bancaria statunitense -, contagiando tutti i partecipanti al "gioco" e trascinando dietro di sé perdite di ricchezza enormi.

