Sabato in Poesia: "Vendemmia" di Marino Moretti

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Roma capitale d'Italia

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Sabato in Poesia: Estratto di "Beppo, racconto veneziano" (George Gordon Lord Byron)

Beppo è un poemetto satirico in ottave ariostesche (secondo lo schema metrico ABABABCC), attraverso il quale Byron affronta...

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27 maggio 2014

Santa madre Chiesa

di Roberto Marino

Forse quella santa donna di mia nonna (pace all'anima sua!) aveva proprio ragione quando, in dialetto calabrese, diceva di «stare attento alle vesti lunghe». Ora, per chi non conoscesse l'idioma o l'espressione, le lunghe vesti sarebbero i membri della gerarchia ecclesiastica, in particolare quelli di rango elevato (vescovi e cardinali), che godono di particolare prestigio e potere. Proprio contro di loro infatti sarebbe rivolta l'allusione polemica tratta dalla saggezza popolare.

A ben vedere, il giallo che sta investendo l'ex segretario di Stato vaticano, il cardinal Tarcisio Bertone, sembra confermare non solo i sospetti e le diffidenze della saggezza popolare tradizionale, ma anche il detto, dal sapore altrettanto caustico, che caratterizzava il pensiero di un grande rappresentante - nel bene e nel male - della storia recente, Giulio Andreotti. Tutti ricordano il detto che il divo, Belzebù, chiamatelo come vi pare, soleva dire: «A pensar male si fa peccato, ma qualche volta ci si azzecca». E se a trovarsi sulla stessa lunghezza d'onda sono stati due cattolici ferventi come mia nonna e Andreotti, la Chiesa non mi scomunicherà di certo dopo queste riflessioni.

In effetti, l'affaire Bertone, che sta travolgendo il porporato già da qualche settimana (si ricorderà la polemica sullo scandalo che riguardava l'abitazione mastodontica di 700 mq, poi ridimensionata dal diretto interessato che ha parlato di un più modesto 200 mq) e che qualche giorno fa sembra essersi allargato a presunte operazioni finanziarie poco chiare, qualche motivo per sospettare lo fornisce. Ma veniamo dunque ai fatti. 

Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Bild, il cardinale si sarebbe servito, durante il periodo di segretariato e presumibilmente nel dicembre di due anni fa, della bellezza di 15 milioni di euro dello Ior per finanziare un affare di Ettore Bernabei. Costui è il presidente di una società di comunicazione, la Lux Vide, che si occupa anche della produzione di fiction per la Rai e dalla quale viene finanziata ogni anno con 30 milioni di euro. E qui si parla dunque di implicazione di denaro pubblico, tanto è vero che, secondo le fonti tedesche, il cardinale sarebbe accusato di malversazione e su di lui starebbero indagando congiuntamente l'Aif - Autorità di informazione vaticana - e la Procura di Roma. 

La Lux è una società la cui proprietà appartiene a vari soci: la Rml comunicazione della famiglia Bernabei, la Prima Tv di un imprenditore tunisino, Intesa San Paolo, la Impresat, riconducibile alla Cei e la Ricerche e Consulenza Az. Due anni fa la Rml decide di aumentare la propria partecipazione e per farlo chiede un finanziamento alla banca vaticana. A questo punto si innesca un intrecciato giro di affari, che coinvolge diverse società estere tra cui la Movie Invest Ltd - che fa capo alla famiglia Bernabei ed emette obbligazioni per un valore di 15 milioni di euro - e la Futura - società maltese che le acquista per cederle allo Ior. I soldi però, secondo le indagini, non rientrano nelle casse della banca ed è qui che scoppia lo scandalo.

Le indagini logicamente proseguiranno e faranno il proprio corso, sperando si arrivi in un tempo utile al ristabilimento della verità. A fronte di notizie come questa però, si percepisce una forte stonatura tra il tentativo di ridare alla Chiesa un volto (e si spera anche un corpo ed un'anima) pulito, operato da papa Bergoglio, e gli intrecci politico-finanziari sotterranei, che attraversano l'istituzione nata per pascolare le anime e finita spesso troppo vicino alla materia.

10 maggio 2014

L'occasione mancata

di Roberto Marino 

Se avevamo bisogno di conferme circa la situazione italiana, eccole qua arrivate puntuali come un orologio svizzero. E poi dicono che solo loro sono affidabili. Pochi giorni fa l'Unione Europea e gli istituti di ricerca più accreditati - Censis e Istat - si sono dati battaglia di cifre al ribasso, per ricordarci che l'Italia è ancora immersa in una crisi drammatica. E ci resterà ancora per qualche tempo, nonostante si parli del 2015 come anno della svolta. 

Eppure la crisi non è solo economica ed anche questo sapevamo già prima che i fatti di cronaca giudiziaria di ieri lo dimostrassero. Come dire: la prova del nove. I veri dramma italiani si chiamano: corruzione, malaffare, intreccio malavitoso e vischioso tra politica e affari, contiguità illegale che sempre più spesso diventa continuità sempre dello stesso tipo.

Tutto questo oggi ha preso le sembianze di Expo 2015, che ha rivelato come Tangentopoli non sia mai terminata. Sostenere con buona pace di qualcuno che così non è, perché i partiti non sono coinvolti come venti anni fa, significa chiudere gli occhi sui casi Unipol, Monte dei Paschi di Siena, Expo. Ma le elezioni europee sono alle porte e questo basta a salvare il salvabile.

Che l'affare Esposizione Mondiale poi puzzasse di illegalità ce ne eravamo già accorti qualche mese fa, quando abbiamo appreso della notizia dell'arresto di Antonio Rognoni, allora direttore generale di Infrastrutture Lombarde - società controllata dalla Regione Lombardia che si occupa della valorizzazione del patrimonio immobiliare regionale - coinvolta in una serie di appalti in occasione dell'evento internazionale. Ieri invece il cattivo odore dell'illegalità lo abbiamo percepito in tutto il suo fetore con l'arresto di Primo Greganti (già vecchia conoscenza della procura milanese durante l'inchiesta Mani Pulite), Gianstefano Frigerio (ex segretario della Dc lombarda e parlamentare berlusconiano, Angelo Paris, direttore dell'ufficio contratti dell'Expo), Sergio Catozzo (ex sindacalista Cisl, poi parlamentare Udc e infine Forza Italia - l'imprenditore Enrico Maltauro e l'ex senatore Pdl Luigi Grillo. Certamente, dal punto di vista penale, le singole responsabilità saranno accertate dalla magistratura, tuttavia le vicende rappresentano, nella loro globalità, la cartina di tornasole della società italiana.

Expo 2015 poteva essere una occasione reale di rilancio per la società italiana. Dal punto di vista morale, culturale, economico, politico. Poteva essere una vetrina agli occhi dell'Europa e del mondo per mostrare che l'Italia non è solo pizza, mandolino e mafia, ma anche capacità di provare ad uscire da una situazione oggettivamente complicata e di farlo a testa alta. Poteva essere un'ottima occasione appunto e l'abbiamo sprecata. Ma questo forse lo sapevamo fin dal principio.

14 ottobre 2013

Storie di ordinaria follia calabrese

di Roberto Marino

La vita è davvero strana e imprevedibile. E’ una frase fatta, di circostanza, un abito buono per ogni occasione, ma in alcuni casi è l’unico commento possibile per eventi che accadono inaspettati, nel senso di non voluti. Come quello capitato lo scorso anno ad alcuni - da qualche anno ormai ex - studenti dell’Università della Calabria, tra cui il sottoscritto. 

Era esattamente il 17 settembre 2012, quando poco prima di mezzogiorno, nella calda mattinata di quel giorno di scampolo d’estate in cui veniva voglia di fare un tuffo in mare, mi vedo recapitare un avviso di conclusione indagini preliminari, per una questione riguardante il presunto – rivelatosi poi infondatissimo – superamento illecito di alcuni esami, risalente a 7 anni prima. Lo sgomento fu indicibile da parte di chi ha sempre studiato con dedizione, ritenendo lo studio non soltanto un impegno nei confronti di se stesso per costruirsi il proprio futuro – piuttosto carente in Italia - o della propria famiglia come ricompensa morale per i sacrifici sostenuti, quanto più che altro una passione, un vero e proprio modo di vivere: uno stile di vita. 

Come ormai è noto, perché riferito da molte testate giornalistiche locali, il presunto illecito aveva riguardato e riguarda ancora molti laureati e laureandi, alcuni impiegati di segreteria, nonché una tutor didattica, della facoltà di Lettere e Filosofia all’Unical di Arcavacata. Scoperta, nel lontano 2010, una irregolarità, da parte di un docente titolare dell’insegnamento di Storia del pensiero scientifico, sul cursus studii di una laureanda a qualche giorno dal raggiungimento del traguardo – sostanzialmente il professore non riconosceva come propria la firma apposta sullo statino, che avrebbe dovuto comprovare il regolare superamento di dell’esame – il caso è passato nelle mani della magistrature di Cosenza e Catanzaro in seguito alla denuncia da parte dello stesso docente, del preside della facoltà, Raffaele Perrelli, dell’allora rettore dell’ateneo, Giovanni Latorre. 

La magistratura ha fatto giustamente il proprio lavoro, coinvolgendo nelle sue indagini, durate ben due anni e mezzo, oltre settanta utenti ed ex utenti dell’Unical. Il problema è che nelle indagini sono state coinvolte persone completamente estranee, nonché inconsapevoli dei fatti. Ma tant’è; non ci si scandalizza per situazioni simili, possono anche accadere. Ciò che non può accadere e per cui invece ci si deve scandalizzare è il motivo per cui si può venire investiti da simili vortici giudiziari: lo smarrimento della documentazione ufficiale attestante l’intera carriera di studenti ed ex studenti (statini) e la successiva - ancora presunta visto che ci sono state circa 60 richieste di rinvio a giudizio - ricompilazione illecita inter nos, ad insaputa delle persone coinvolte, da parte di chi svolge lavoro pubblico. 

Le responsabilità penali sono ancora tutte da accertare e la magistratura, meglio la giustizia, – perché di questo c’è bisogno in Italia – farà il proprio corso, attribuendo ad ognuno il suo. C’è un però. Se il reato è stato commesso e nelle modalità che si ritengono, la responsabilità materiale spetta sicuramente a chi lo ha concretamente compiuto, con o senza la eventuale complicità dei beneficiari dell’atto. La responsabilità morale tocca però a tutto un sistema di disfunzione amministrativa, cattiva gestione, disorganizzazione burocratica, che fa capo alla rete Unical e che chi ha frequentato l'ateneo conosce bene. 

Quello che tutte le testate giornalistiche, che si sono occupate del caso, hanno riportato è infatti la notizia della tempestività con cui l'Università, nelle figure competenti, ha immediatamente messo a disposizione degli inquirenti il proprio materiale per l’accertamento della verità. Vero in parte. Ciò che non si è detto è che dopo la ricezione della notifica di conclusioni indagini preliminari, laureati e laureandi coinvolti hanno insistentemente richiesto alla Università copie di una quantità di atti, sempre ufficiali, dimostranti la propria estraneità alla vicenda e non consegnati in prima istanza – per dimenticanza, difficile reperimento si può supporre – a chi aveva indagato fino ad allora. Successivamente, la solerzia del personale amministrativo ha fatto sì che altro materiale, originale e di prima mano, giungesse nelle mani della magistratura, facendo ottenere a 13 ex indagati - tra cui chi scrive - prima, la richiesta di archiviazione da parte dei pubblici ministeri al giudice per le indagini preliminari e, successivamente, la firma del decreto, di meno di un mese fa, da parte dello stesso magistrato con la motivazione di estraneità al reato. 

Certo, il rapporto scientifico causa-conseguenza dei due fatti – la richiesta insistente di documentazione da parte delle persone coinvolte e il successivo, in ordine temporale, riaffiorare di quella parte fondamentale dei documenti originali per la conclusione della vicenda – non è scientificamente dimostrabile, tuttavia proprio la scienza, da Galilei a Popper, insegna che le ipotesi sono il punto d'avvio del processo conoscitivo. 

La storia appena raccontata non vuole essere uno sfogo personale. Non è questa la sede opportuna per operazioni del genere. Molto più appropriate sarebbero infatti le conversazioni con familiari e amici. L’obiettivo che invece ho voluto raggiungere è innanzitutto l’analisi più o meno approfondita di una triste vicenda, ma soprattutto la rappresentazione di una dimensione culturale degradata come quella calabrese, a cui serve un cambio di passo, uno scatto di reni individuale e sociale per allinearsi agli standard più evoluti di quell’Europa che sempre più cerca di richiamarci a sé. 

Questa storia passerà come passano tutte le storie umane; i protagonisti stessi passeranno, come è normale che sia, come accade a tutti, ma ciò che resterà sarà il senso di giustizia, la voglia di cambiamento da parte dei giovani che si sentono frustrati in una regione sterile - perché in questo modo ridotta - il bisogno di riscatto, l'impegno attivo di tutti coloro che quotidianamente si adoperano, con lavoro instancabile e senso di abnegazione, per cercare di migliorare le cose. In una parola: ideali. Del resto, qualcuno di decisamente più saggio, intelligente, profondo, illustre di me disse, in tempi non sospetti, che gli uomini passo, ma le idee restano. Se è vero che lui come uomo è passato quel 23 maggio 1992, è altrettanto vero che le sue idee stanno ancora, fortunatamente, circolando sulle gambe delle donne e degli uomini coraggiosi ed onesti. 

29 maggio 2013

La donna e la Calabria

di Roberto Marino

In questi giorni si leggono sulle testate on line di importanti giornali come Il Fatto quotidiano o la rubrica La 27° ora del Corriere della Sera articoli piuttosto semplicisti e generalisti sulla  condizione culturale e materiale della donna in Calabria. 

L'occasione per sviluppare la riflessione sul tema viene colta dalla terribile notizia di cronaca pervenuta qualche giorno fa, riguardante la crudele e barbara esecuzione della piccola Fabiana Luzzi a Corigliano Calabro. Fatto gravissimo per la violenza consumatasi, l'età delle persone coinvolte, la modalità di esecuzione, la reazione dell'omicida post mortem. Morte che per tutte queste cose merita rispetto e anche qualcosa di più e che va tenuta distinta da una riflessione su un tema così scottante e delicato, che pure va affrontata.

Gli articoli che stanno circolando in rete ritraggono una situazione culturale in Calabria piuttosto retrograda, arcaica, che non lascia alla donna libertà di scelta in nessun ambito della propria vita. Vi si dice infatti che la donna calabrese non è libera, fin da piccola, di scegliere la scuola che preferisce - laddove le fosse concesso di poter crearsi una forma di istruzione superiore - di scegliere liberamente il proprio fidanzato, di scegliere cosa fare da grande. Vi si aggiunge poi che le donne vengono zittite, spiegando loro molto concisamente che non possono capire perché donne, dunque inferiori, e che spesso, quando le parole non fossero sufficientemente chiare, vengono accompagnate da qualche sganassone che vale più di mille discorsi. 

Il problema delle letture generaliste e semplicistiche non è tanto che sono false, quello sì, ma in un secondo momento; il vero problema è che tendono a semplificare in modo troppo sbrigativo la realtà, trasformando situazioni marginali in verità valide per tutti. Ora, attribuire atteggiamenti di padronanza spietata ad un intero spaccato sociale come il sesso maschile calabrese o alla stessa società di quella regione è una semplificazione troppo a buon mercato. Sarebbe come dire che il popolo americano è composto da soli serial killer soltanto perché sono accaduti diversi fatti gravissimi di uccisioni seriali o di stragi inspiegabili. E l'elenco potrebbe continuare.

Servirsi poi della propria provenienza regionale come garanzia della conoscenza di una realtà di fatto non è sufficiente. Non basta aver vissuto in una determinata cittadina per impostare un discorso più vasto, di carattere regionale. Non basta aver avuto tragiche esperienze personali, dirette o indirette, per descrivere un fenomeno come reale. Bisognerebbe aver vissuto in tutte le cittadine calabresi per crearsi una immagine più fedele alla realtà dei fatti. E comunque non sarebbe ancora sufficiente. Sarebbe necessario aggiungere a ciò analisi di dati statistici, ricerche, sondaggi e comunque tutto questo non basterebbe per rendere realmente giustizia di un tema così delicato e spesso scivoloso, perché anche i dati scientifici, le ricerche tengono conto di campioni pur sempre parziali e di risposte soggettive. La secolare questione di cosa è scienza (nel senso più profondo e antico di questo termine, ovvero episteme, conoscenza vera) sarebbe in discussione anche in questo caso.

Ciò detto non significa che la questione della condizione femminile non esista. In Calabria e non solo. Innanzitutto, gli ultimi fatti di cronaca ci stanno parlando di un problema di emergenza violenza, fisica e psicologica, sulla donna ahimè a tiratura nazionale. Il suicidio di Carolina a Novara per atti di cyberbullismo, il ferimento con soda caustica ai danni di una donna di 32 avvenuto a Vicenza, l'aggressione, sempre con acido, contro un'avvocatessa di Pesaro da parte del suo ex compagno, ritenuto il mandante del gesto, il ferimento a Milano di una 36 enne incinta sono campanelli d'allarme non certo di carattere regionale. 

Episodi del genere affondano le radici nella cultura della oggettualizzazione della figura della donna, che è un problema non certo da poco. E non serve andare a scomodare i programmi televisivi o le riviste scandalistiche per capire che la donna è ancora considerato un oggetto. Basta dare uno sguardo alla vita quotidiana delle nostre famiglie, laddove alla donna viene attribuito ancora un ruolo sociale ben definito - quello di angelo del focolare che deve occuparsi delle faccende di casa - sia casalinga o lavoratrice, perché così va da sempre e così deve andare. Come se ci fosse una certa naturalità nella distribuzione rigida dei compiti sociali. 

Che poi esista un problema donna in Calabria e in generale nelle regioni italiane a cultura mediterranea non si può negare, anche se va considerato più come accentuazione di un problema dalla dimensione nazionale. Sicuramente la cultura calabrese appare più chiusa rispetto a determinati valori di maggiore ascendenza nordica e tende a bollare come non idonei determinati comportamenti femminili più emancipati o "liberi", mentre contemporaneamente ne tollera, quando non ne esalta, la versione maschile. Prova ne è la categoria ancora valida di machismo o di reputazione da latin lover per i conquistatori uomini, di contro a quella di "poco di buono" utilizzata per etichettare le conquistatrici. La politica dei due pesi e due misure. Da qui però a descrivere una realtà primitiva, violenta, incivile, barbara ne passa. 

Nessuno intende negare che modi di pensare retrogradi ai limiti della disumanità esistano ancora - non si spiegherebbero comportamenti come quello dell'assassino di Fabiana - ma devono essere ridimensionati nella loro limitatezza e singolarità e comunque confinati (non giustificati né tantomeno umanamente "compresi") in contesti particolari di degrado socio-culturale. 

Le questioni macroscopiche ancora irrisolte che una regione come la Calabria vive in maniera peculiare sono economiche, sociali, culturali. Il dramma della criminalità organizzata, della mancanza di lavoro giovanile e non, dello spreco delle potenzialità di risorse umane, materiali e naturali, della mancanza di una classe dirigente seria e lungimirante, della mentalità omertosa e connivente con la 'ndrangheta, che coinvolge istituzioni e privati cittadini, del familismo amorale, che porta alla mancanza di una visione collegiale della società e all'aborto prematuro della formazione di un senso di rispetto profondo per la collettività. Questi problemi si intrecciano anche sicuramente con la questione femminile, accentuandone la drammaticità ed evidenziando l'inferiorità professionale, sociale, culturale della donna rispetto all'uomo. 

La vera sfida diventa allora analizzare seriamente tutto questo e dargli una risposta ferma e decisa, anche valorizzando il contributo che le donne possono portare per la rinascita della regione calabrese innanzitutto e poi di tutta l'Italia. La crisi che stiamo vivendo può essere un'occasione per rilanciare le forze nuove e fresche, donne innanzitutto, che rappresentano una speranza. Parliamo di tutto questo e non creiamo rappresentazioni fantasiose poco aderenti con la realtà.

12 maggio 2013

Allarme violenza

di Roberto Marino

Sempre di più l'Italia sembra sconvolta da una violenza inarrestabile. Su uomini, su donne, su sconosciuti e inermi passanti di strada cittadina, su immigrati sfruttati come bestie nei faticosi lavori dei campi, senza una paga che possa dirsi dignitosa e un posto dove dormire degno di chiamarsi tale. Non c'è neppure differenza geografica nella violenza, che coinvolge il Nord, il Centro e il Sud. 

L'episodio più eclatante dell'intera settimana è quello che riguarda il ferimento e l'uccisione di passanti, avvenuto ieri mattina tra le 5.30 e le 6.30 circa nel quartiere di Niguarda, a nord di Milano, ad opera di un immigrato ghanese di 31 anni. L'uomo è sceso in strada brandendo un piccone ed ha cominciato ad inseguire le persone che si trovavano a tiro, colpendone cinque. Di questi, un uomo di 40 anni è morto per le ferite riportate; gli altri sono feriti, di cui qualcuno in modo grave. 

E ancora, nei giorni scorsi si sono verificati altri atti di violenza come il ferimento con soda caustica della donna di 32 anni, compiuto a Vicenza ad opera di due uomini che l'avrebbero obbligata a versarsi addosso il liquido urticante. O come il caso dell'avvocatessa di Pesaro, aggredita anche lei con l'acido probabilmente dal suo ex compagno ritenuto mandante del gesto. Ed infine non bisogna dimenticare i casi dell'infermiere sfregiato a Roma il 30 aprile - forse dall'ex fidanzata - mentre aspettava il treno alla stazione di Tor Pignattara e della donna 36enne incinta, colpita anch'essa da un getto di acido a Milano.

Un altro grave episodio di violenza, magari non direttamente fisica, è quello che riguarda lo sfruttamento degli immigrati africani a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria. Proprio ieri i carabinieri hanno arrestato tre italiani e un immigrato del Burkina Faso, accusati di violazione della Legge 148 del 2011 (art. 603 bis del codice penale) che riguarda il reato di «Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro». I quattro avrebbero cioè reclutato illecitamente, attraverso lo strumento del caporalato, e fatto lavorare in condizioni disumane alcuni immigrati africani come braccianti agricoli. La storia si ripete, sia di lungo che di breve corso. La prima ricorda quella della vecchia servitù della gleba, ripresentata in forme nuove; la seconda è la stessa di 3 anni fa con gli stessi episodi di sfruttamento disumano che accaddero proprio a Rosarno.

Riuscire a trovare un filo conduttore unico tra fatti simili nella forma, ma diversi nella sostanza è sciocco oltre che vano. Nel calderone delle cause si potrebbe infilare qualsiasi cosa: dalla follia omicida latente alla rabbia per una condizione esistenziale difficile, dalla gelosia incontenibile, che smette di essere passione per diventare bisogno esclusivo di possesso, al desiderio di incunearsi nei meccanismi di controllo e potere di certe aree depresse del Mezzogiorno italiano. Eppure qualcosa che, in fondo, deve legare tutta questa violenza c'è. Ci deve essere. 

Sarà che forse stiamo pagando lo scotto di una società stressante e dinamica, dannatamente opulenta e piena di opportunità, scintillante, ammaliante, effimera, evoluta, ma ancora ricca di contraddizioni evidenti e spesso di retaggi culturali arcaici. Sarà che forse ci siamo spinti troppo in là con le nostre forze e ciò ha provocato una grande illusione, una bolla fiabesca che adesso rischia di scoppiare e lasciare solo l'amarezza di una disillusione cui non si riesce a far fronte. Sarà questo, forse. O sarà semplicemente che noi uomini d'oggi non siamo all'altezza di un mondo costruito da chi ci ha preceduto. O che forse questo mondo è sempre rimasto solo nella nostra testa o nel nostro cuore. O ancora che i mezzi di comunicazione danno eccessivo risalto - oggi più che mai, in cui tutto fa notizia e in particolar modo eventi seriali di violenza che nutrono un certo gusto sensazionalistico portato al sadismo - a episodi comuni, normali in una grande comunità civile, quasi fisiologici. Sarà questo o sarà altro, chissà...

Quello che invece è certo è che le nostre città, ma anche le nostre campagne, stanno diventando sempre più insicure, invivibili, violente al limite del sopportabile. E' una constatazione allarmante, ma purtroppo reale. Sinceramente parlando, non credo ci siano ricette precostituite o programmi da seguire per cercare di arginare il fenomeno e ci si trova davvero in una sensazione di impotenza dinnanzi ad episodi come quelli citati. Quell'impotenza che porta a guardarsi continuamente non soltanto più le spalle, ma anche la fronte. Non solo dall'estraneo, lo sconosciuto, il passante, ma anche dal conoscente, l'amico e persino dal familiare. 

E' triste, decisamente troppo triste dover vivere continuamente con la paura, l'angoscia, la diffidenza nei confronti di tutti, in particolare in una società così orientata alla comunicazione, allo scambio, alla conoscenza, alla diversità come la nostra. La sensazione è quella che stiamo davvero sprecando un'opportunità. Una grande opportunità.    

17 aprile 2013

L'America trema ancora. L'incubo continua.

di Roberto Marino


Ci sono eventi, in particolare quelli traumatici, che non possono essere compresi né tanto meno descritti dall'esterno. Per quanto si possa avere a disposizione una tavolozza ricca e articolata di parole ed espressioni, certe situazioni possono solo essere vissute. E spesso non basta neppure questo. E' necessario infatti avere il tempo per metabolizzare, razionalizzare certi accadimenti che appaiono inspiegabili. 

In questi giorni, la città di Boston e gli Stati Uniti per intero tremano ancora per l'orribile attentato terroristico (perché chi piazza degli ordigni in un centro abitato, durante una manifestazione che accoglie centinaia e centinaia di persone con il solo scopo di uccidere, non può essere altri che un terrorista) che ha sconvolto le vite di migliaia di persone direttamente e di milioni in modo indiretto, avvenuto sul percorso della storica maratona di Boston.

Il riferimento immediato va ovviamente all'attentato terroristico di matrice islamica dell'11 settembre 2001, ancora vivo nella mente sconvolta degli americani, ma questa volta, almeno per ora, sembra che al Qaeda non sia responsabile. Il segretario alla Sicurezza interna, Janet Napolitano, ha spiegato in un'intervista alla Cnn che per il momento non c'è nessun indizio di «un collegamento straniero o di una reazione di al Qaeda». Eppure, come riporta l'agenzia di stampa Agi, la tipologia di bombe utilizzate per portare a compimento l'attentato - ordigni realizzati in maniera artigianale, inserendo dell'esplosivo in pentole a pressione per ampliare il potenziale distruttivo, il tutto posto all'interno di due borse, in aggiunta a pezzi di metallo, chiodi e sferette d'acciaio - sarebbe la stessa che in un articolo del 2010, intitolato "Una bomba nella cucina di mamma", la rivista Inspire, legata proprio ad al Qaeda, invitava ad utilizzare, dando istruzioni su come realizzarla.  Del resto, non bisogna dimenticare che un pentola a pressione fu utilizzata nell'attentato poi fallito di Times Square a New York nel 2010, così come negli attacchi terroristici in Iraq e Afghanistan.

Effettivamente, ci sono state indagini nella direzione islamica da parte dell'Fbi, che nella giornata di ieri ha perquisito una casa sospetta a circa 10 chilometri da Boston, fermando un giovane studente saudita ritenuto inizialmente sospetto. Tuttavia, al momento, si ritiene che il giovane sarà discolpato. 

La tipologia rudimentale dell'ordigno e la facilità con cui è possibile costruirlo e renderlo altamente efficace fanno pensare alla possibilità di un'altra matrice terroristica. Quella interna legata a gruppi di fanatici, sostenitori delle idee di supremazia razziale. Lo stesso Obama infatti è stato cauto nel discorso alla nazione, assicurando che l'America troverà i colpevoli, anche se al momento non si dispone di notizie certe, e non facendo neppure accenno all'ipotesi islamica.

Resta comunque un fatto: nonostante le amministrazioni Bush prima e Obama poi - seppure con modi molto diversi - si siano date da fare per cercare di rendere l'America più sicura - il primo aprendo due campagne militari dispendiose e fallimentari, il secondo catturando Osama Bin Laden ed esibendo il suo cadavere come fosse un trofeo, che per altro è stato fatto sparire in modo piuttosto sospetto perché molto frettoloso - il loro obiettivo non è stato centrato. Gli USA risultano ancora molto vulnerabili sul proprio territorio e nei momenti più impensati come quello di una competizione sportiva, subendo tragiche morti e l'ironia beffarda e cinica di chi ha ucciso durante una corsa il cui ultimo tratto, dove si sono verificate le due esplosioni, era dedicato ai bambini e agli insegnati morti nella strage di Newtown dello scorso dicembre.  

Che bisogna dunque intervenire in modo drastico anche sul piano interno, rendendo più difficile il reperimento di armi, munizioni, ordigni e materiale esplosivo? Può essere una strada. Non risolutiva forse, ma sicuramente utile.

30 marzo 2013

Ciao, Enzo.


In questo giorno di lutto per la scomparsa del grande cantautore, cabarettista, artista a tutto tondo, medico e molto altro ancora Enzo Jannacci, "Accendiamo le idee!", con i suoi autori e - mi permetto di aggiungere anche - con i suoi lettori e commentatori, vuole esprimere il  proprio ricordo nei suoi confronti.

In particolare, mi permetto di lasciare le parole allo stesso grande Jannacci:

http://youtu.be/zAWKuoTc3zs