Sabato in Poesia: "Vendemmia" di Marino Moretti

Vendemmia di Marino Moretti è una poesia tratta dalla raccolta Sentimento: pensieri, poesie...

Roma capitale d'Italia

Chissà quanti studenti ed ex studenti liceali si sono trovati a tradurre la famosissima frase del De Oratore...

L'origine della crisi finanziaria statunitense

La crisi che ha interessato i mercati finanziari dei paesi maggiormente sviluppati, e che gli esperti...

Così cinque anni fa cominciava la crisi...

"Era una notte buia e tempestosa...", questo è l'incipit dell'interminabile romanzo che Snoopy...

Sabato in Poesia: Estratto di "Beppo, racconto veneziano" (George Gordon Lord Byron)

Beppo è un poemetto satirico in ottave ariostesche (secondo lo schema metrico ABABABCC), attraverso il quale Byron affronta...

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29 ottobre 2013

Martedì 29 ottobre 1929: cominciava la Grande Crisi

di Roberto Marino

Il 29 ottobre 1929 era martedì e quella data segnò un momento tragico per gli Stati Uniti d'America, l'economia mondiale, il capitalismo, la tenuta dei regimi liberal-democratici. Quel giorno è passato alla storia come il martedì nero, preceduto dal giovedì nero, 24 ottobre, e il giorno prima, 28 ottobre, il lunedì nero. 

Una settimana a dir poco pesante l'ultima di quell'ottobre di 84 anni fa, nella quale si arrivò a stabilire record negativi difficilmente superabili in termini di denaro perso (30 miliardi di dollari in una settimana, di cui 14 nella sola giornata di martedì), di azioni scambiate (quasi 13 milioni il giovedì per arrivare a 16,4 milioni del martedì 29) e di percentuale di valore perso dell'indice Dow Jones (-17% ai primi di ottobre, -13% il lunedì 28 e un altro -12% del martedì). 

A poco valse la riunione fiume di venerdì 25 ottobre tenuta dai grandi banchieri Lamont, Wiggin e Mitchell, i quali provarono a gettare sul mercato, attraverso la direzione di Richard Whitney - vice presidente del maggiore mercato finanziario americano per volume di affari, l'Exchange - una enorme quantità di liquidi, acquistando ben sopra il valore di mercato grandi pacchetti azionari della U.S. Steel e di altre società. L'operazione stabilì una tregua, ma non la fine della tragedia. L'andamento dell'indice di borsa si mantenne altalenante, mostrando grande volatilità per il resto dell'anno e per l'anno successivo. Iniziò così la Grande Depressione, che costò agli Stati Uniti gran parte della crescita che avevano sviluppato nel corso dei decenni precedenti e all'Europa, la Germania in particolare, l'estremizzarsi del panorama politico fino alla vittoria dei fascismi con le tutte le conseguenze che sappiamo. 

Il sistema democratico liberale ottocentesco dimostrò con la crisi di non essere in grado di saper affrontare forti criticità e di riformarsi. Il liberismo economico classico, con il sistema del laissez-faire, aveva creato forti guadagni speculativi negli anni successivi alla Grande Guerra. Gli Stati Uniti beneficiarono fortemente della grande crescita legata al treno degli investimenti per la ricostruzione in Europa, mentre questa aveva perso enormemente la leadership internazionale e le sue potenze (Gran Bretagna, Francia, Germania), sia dal punto di vista politico che economico, erano ormai state declassate o addirittura enormemente impoverite. Basti pensare che il tasso medio di disoccupazione nei paesi europei tra il 1924 e il 1929 (periodo in cui la ricostruzione andava a pieno regime) si aggirava intorno al 14%, mentre oltreoceano era al 4. 

La crescita post guerra era in realtà un fenomeno aleatorio. Dai dati di cui si dispone (W. W. Rostow, The World Economy: History and prospect p. 669) risulta che il commercio mondiale alla fine degli anni Venti era tornato ad un livello pressoché simile a quello del 1913 prima di capitombolare negli anni Trenta. Tra il 1927 e il 1933 il prestito internazionale si ridusse del 90%. Questi dati fanno capire che era in atto in realtà un fenomeno di stagnazione dell'economia mondiale, che non riusciva ad elevarsi oltre i limiti toccati prima della guerra. Causa principale: l'isolazionismo americano e la politica protezionistica sui propri prodotti, attraverso l'imposizioni di dazi sulle importazioni, che innescò un effetto domino. 

Tappa importante per proseguire il viaggio all'interno della realtà che portò alla crisi è il crollo del sistema monetario in Germania. Il paese era stato fortemente penalizzato dalle riparazioni di guerra imposte dalle potenze vincitrici, in particolare la Francia che voleva un ridimensionamento drastico e duraturo del potente e insidioso vicino e che impose il risarcimento in denaro anziché in beni. Ciò comportò la necessità di un ingente flusso di capitali provenienti dal solo paese che poteva permettersi una vasta elargizione creditizia, gli Stati Uniti. Il flusso ci fu, tanto che l'America accrebbe la propria potenza finanziaria, mentre la Germania si indebitò fortemente e fu esposta ad una grande vulnerabilità che sfociò nel crollo del valore della moneta. 

Intanto nel resto d'Europa, con una disoccupazione cresciuta a livelli record e una capacità produttiva enormemente cresciuta, soprattutto ad opera degli Stati Uniti che nel 1929 producevano circa il 42% del totale mondiale contro il 28 di Gran Bretagna, Francia e Germania insieme, il mercato non poteva assorbire la produzione, generando un tragico crollo dei prezzi. Crollo dei prezzi, impossibilità di assorbire la produzione accentuarono maggiormente la disoccupazione, che nel periodo peggiore della crisi (1932-1933) raggiunse il 22-23% in Inghilterra e Belgio, il 24% in Svezia, il 27% in America, il 29% in Austria, il 31% in Norvegia e il 44% in Germania (fonte dati Hobsbawm, Il secolo breve). 

Non si può capire però la grande crisi e il malfunzionamento del sistema economico mondiale senza analizzare il funzionamento del sistema economico americano e il suo modello di consumo interno. Abbiamo già detto che gli Stati Uniti uscirono fortemente arricchiti dalla guerra. Essi non avevano subito distruzioni sul proprio territorio, avevano aumentato la propria produzione e il volume di affari dei crediti prestati alle nazioni europee sia durante la guerra ma soprattutto dopo. Anche la prosperità americana però aveva radici deboli. I salari non crescevano e l'agricoltura era in difficoltà. La crescita rapida generò così effetti distorsivi. La domanda, essendo bassi i salari, era molto lenta rispetto alla produttività galoppante del sistema industriale e si generarono fenomeni di sovrapproduzione e speculazione finanziaria, che a loro volta alimentarono il crollo. 

Negli Stati Uniti poi il collasso del sistema fu ancora più duro, perché per alimentare una domanda fiacca rispetto alla crescita le banche concessero iniezioni di credito ai consumatori, portando avanti pericolose politiche speculative. I consumatori, entusiasti del credito concesso a buon mercato, lo usarono in maniera sregolata, acquistando beni di consumo durevoli propri di una moderna e compiuta società di consumi come automobili, immobili, senza avere redditi tali da sopportarne il carico e soprattutto bloccando ben presto il mercato. I beni durevoli sono tali proprio perché hanno una durata lunga nel tempo e una volta acquistati non si esauriscono nel breve periodo. I beni di consumo immediati (cibo, vestiario, etc.) sono invece di continuo ricambio, perché finiscono velocemente. Costruire una crescita su beni considerati elastici, la cui domanda si contrae con l'imperversare di una crisi, invece che su consumi anelastici significa rendere il sistema fortemente vulnerabile. Infatti tra il 1929 e il 1931 la produzione di automobili dimezzò.

Con la fine della crisi, che arrivò dal 1933 in poi, e con il varo del New Deal da parte del presidente Roosevelt qualcosa cambiò, le gravi difficoltà per le fasce sociali più deboli furono parzialmente attenuate, ma il decollo non ci fu. Soltanto con la nuova e terribile guerra mondiale l'economia si riprese. 

Il sistema economico mondiale e i governi dei paesi occidentali impararono dai propri errori. Un sistema di crescita senza controllo era illusorio; erano necessarie regole, accordi ed interventi di natura economica e politica, seppure non turbativi del libero gioco economico, per indirizzare l'economia verso una crescita sostenibile. Che cosa invece stiamo imparando noi dalla crisi attuale?

15 settembre 2013

L'origine della crisi finanziaria statunitense

di Tommaso Andreoli

La crisi che ha interessato i mercati finanziari dei paesi maggiormente sviluppati, e che gli esperti hanno indicato come la più grave dal dopoguerra, trae origine nell’agosto del 2007 dal segmento dei mutui immobiliari statunitensi: i cosiddetti subprime.

Nonostante il complesso scenario economico rimanga ancora oggi tutt’altro che di semplice lettura, è comunque possibile, in estrema sintesi, giungere a evidenziare quattro elementi di tipo strutturale e comportamentale, la cui interazione ha di fatto innescato lo scoppio della crisi:
  1. una politica monetaria che la Federal Reserve (Fed), la banca centrale americana, ha per lungo tempo perseguito, mantenendo bassi i tassi di interesse a breve termine;
  2. l’eccessivo trasferimento del rischio di insolvenza a soggetti terzi da parte di istituti finanziari mediante prodotti ad hoc che facilitassero l’espansione del credito;
  3. l’inefficace e lacunosa regolamentazione delle istituzioni finanziarie;
  4. l’errata valutazione da parte delle società di rating circa le rischiosità legate alle attività finanziarie.
Nel periodo che va dal terzo trimestre 2001 al primo trimestre 2005, la Fed fissò tassi di interesse nominalmente bassi per attutire l’impatto recessivo dovuto all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre e allo scoppio della bolla dot.com. Tale provvedimento - unito alla precisa volontà del governo statunitense di dare concretezza allo slogan «Una casa per tutti» e consentire anche ai cittadini delle fasce meno abbienti d'essere possessori di una casa (nel 2003 venne approvata la legge American Dream Downpayment Act che introdusse un sussidio federale all’acquisto di case interamente finanziate con i prestiti) - diede un forte impulso all’espansione degli impieghi delle banche, in particolare nel settore immobiliare.

A tal proposito risulta significativo notare la crescita dei volumi dei mutui residenziali concessi negli Stati Uniti, che dal 2000 al 2006 quasi raddoppiarono il loro ammontare fino a giungere a 11.000 miliardi di dollari, di cui 6000 miliardi risultavano cartolarizzati. È necessario altresì ricordare che nel mercato statunitense questi mutui si dividono in quattro categorie: i) Agency; ii) Jumbo; iii) Alt-A; iv) Subprime.

Le prime due tipologie vengono concesse a persone considerate «affidabili»; la terza a creditori che lo sono di meno; mentre la quarta e ultima categoria viene concessa a mutuatari poco «bancarizzabili», vale a dire con un’elevata probabilità di insolvenza (spesso si dice con basso merito di credito). La concessione di mutui subprime avvenne anche attraverso la particolare formula dei cosiddetti contratti NINJA (No Income, No Job, No Asset), e grazie appunto alla modifica della regolamentazione dei mutui ipotecari da parte delle amministrazioni democratica e repubblicana, rispettivamente sotto la Presidenza Clinton e quella Bush, che si servirono dei noti istituti Freddie Mac e Fannie Mae (1) per favorire la concessione di finanziamenti.

Dal punto di vista delle condizioni contrattuali, i mutui subprime sono generalmente caratterizzati da:
  • rapporto tra ammontare del prestito e valore dell’immobile (loan-to-value ratio o LTV) uguale o persino al superiore al 100%;
  • tasso variabile (Adjustable Rate Mortgages);
  • tasso definito “allettante” (teaser rate), chiamato così perché molto basso per i primi due o tre anni e successivamente destinato a incrementare per via della revisione delle condizioni contrattual (reset).
A regime, i mutui subprime furono tutt’altro che alla portata di chi li accese. Questi erano infatti caratterizzati in media da tassi più alti di quelli destinati a clienti primari. Nonostante ciò, gli intermediari finanziari specializzati in mutui (le finanziarie e mortgage brokers) e le banche commerciali in qualità di mortgage originators hanno addirittura venduto mutui subprime a questi ultimi, adottando spesso pratiche di offerta insistenti, talvolta aggressive, al limite della legalità.

La valutazione del merito di credito è stata in genere molto approssimativa, con concessione di mutui di tipo low doc e no doc, ossia basati su scarsa e totale assenza di documentazione. Si è calcolato che all’incirca il 50% dei mutui subprime sono stati effettuati da mortgage brokers, intermediari che non erano soggetti alla supervisione della vigilanza e scarsamente regolati dai singoli Stati, incentivati nella loro vendita da forti guadagni.

La costante immissione di liquidità nel sistema bancario aveva, tra gli altri, l’obiettivo di espandere il credito al consumo, così da favorire una maggiore capacità di spesa pro capite e di riflesso una crescita delle aziende e dell’intero sistema americano. La politica creditizia alimentò dunque una politica del debito, che portò le famiglie americane a investire sempre di più in beni di consumo e immobili, aumentando fino all’eccesso il loro livello di indebitamento.

Dal 2001 al 2006 al lievitare del prezzo delle case si è nel contempo assistito alla crescita dell’indebitamento, con conseguente peggioramento della qualità del credito; quest’ultimo ha necessitato di un ricorso sempre maggiore al trasferimento del rischio di credito al mercato attraverso l’utilizzo di nuovi strumenti finanziari detti prodotti strutturati, concepiti appunto per spostare verso creditori terzi gli alti rischi di insolvenza.

Un tipico esempio di questa classe di prodotti sono gli Asset Backed Securities (ABS), vale a dire titoli obbligazionari emessi a fronte di un portafoglio di crediti costituito da prestiti, bond, mutui o altre attività finanziarie. In altre parole, alcuni dei crediti che la banca ha concesso a suoi clienti vengono in qualche modo «impacchettati» e ceduti a una società esterna detta Special Purpose Vehicle (SPV) - “società veicolo con un obiettivo speciale” -, che nella maggioranza dei casi è creata appositamente dalla stessa banca.

Il compito svolto dalla SPV è quello di acquistare il portafoglio crediti della banca, acquisto che viene finanziato dall’emissione di una serie di obbligazioni denominate ABS. Il rimborso ai detentori di tali obbligazioni avviene mediante il denaro ricevuto dai flussi di cassa, cioè interessi e capitale, generati dal portafoglio crediti.

In conclusione, la creazione delle SPV e l’emissione da parte loro di obbligazioni ABS ha consentito alle banche di distribuire il rischio connesso alla concessione di crediti su un numero elevato di investitori.

La liquidità generata dalla vendita del portafoglio crediti poteva così essere usata dalle banche per concedere ulteriori crediti ad altri investitori, quali famiglie e imprese, e formare un circolo virtuoso di denaro. La funzione della banca passò dall'adozione dal modello di origine e detenzione dei prestiti (originate and hold) a quello di origine e distribuzione dei prestiti stessi (originate and distribute), con i vantaggi del caso riassumibili attraverso i seguenti punti:
  • crediti concessi che risultano nei bilanci come attività rischiose, essendo ceduti alle società veicolo non devono essere più contabilizzate;
  • la somma dei crediti che possono essere concessi non dipende più dal denaro raccolto attraverso i depositi a risparmio o i conti correnti;
  • nonostante i crediti concessi aumentino, le banche possono tenere un rapporto tra depositi, crediti concessi e capitale in linea con i vincoli di rischiosità e le dimensioni del portafoglio crediti che le autorità di vigilanza impongono.
Ad acquistare gli ABS erano per la gran parte altre banche pronte a rivenderle a risparmiatori e altri investitori istituzionali. Il loro effettivo valore era tuttavia difficile da stimare, dato che gli ABS appena emessi venivano venduti in mercati cosiddetti over the counter (2). Tuttavia, gli elevati rendimenti che questa tipologia di obbligazioni prometteva e la certificazione di rischiosità considerata bassa da parte delle agenzie di rating, incentivavano gli investitori a comprare questi titoli nonostante, appunto, il loro prezzo non derivasse da contrattazioni giornaliere su mercati borsistici.

La certificazione del livello di rischiosità, chiamata nel gergo rating, che era attestata da società apposite, ha contribuito non poco al gonfiarsi della bolla finanziaria. Le banche che volevano vendere i loro prodotti non potevano che fare ricorso alle agenzie specializzate per fornire una valutazione del rischio legato agli ABS, che a posteriori è risultata del tutto errata.
Le obbligazioni ABS, emesse a fronte dello stesso portafoglio crediti non avevano tutte lo stesso livello di rischio. Apprestiamoci dunque a spiegare più in dettaglio il funzionamento del meccanismo meglio noto
come cartolarizzazione.


Il trasferimento del rischio

Punto di partenza sono i derivati di credito, cioè strumenti che, come detto, permettono il trasferimento del rischio di credito, rappresentato dalla probabilità che un debitore non sia in grado di far fronte ai pagamenti (interessi e capitale).
I casi che si presentano sono in genere due:
  1. quello in cui un intermediario ha acquistato un’obbligazione (in tale situazione si può facilmente trasferire il credito vendendo il titolo);
  2. quello in cui un intermediario ha concesso un mutuo a un investitore che può essere una famiglia o un’impresa.
Tale credito non può essere ceduto tramite la vendita. Ecco perché si ricorre all’utilizzo dei Credit Default Swaps (CDS). In questa situazione, il trasferimento del rischio di credito avviene mediante l’acquisto da parte dell’intermediario A (acquirente della protezione dal rischio di default) di un titolo che obbliga il soggetto B (venditore della protezione) a farsi carico delle eventuali perdite da fallimento del debitore dell’intermediario A (debitore di riferimento). Chi acquista la protezione paga un premio (spread) a B per ricevere; in caso di fallimento del debitore di riferimento C, l’intero debito (vedi Figura 1 in basso). Da notare la seguente differenza: nel caso dell’obbligazione chi si prende il rischio deve acquistare l’obbligazione spendendo molto denaro; invece, nel caso dei CDS, ci si può assumere un rischio equivalente senza spendere nulla alla data attuale. Questo è il motivo per cui il mercato dei CDS è notevolmente cresciuto.

Figura 1: Schema del trasferimento di rischio
Il meccanismo illustrato si collega bene al processo di cartolarizzazione. Un esempio può aiutare a chiarire le idee.

A fronte di un portafoglio di titoli di credito, nella fattispecie rappresentati da mutui per un valore complessivo di $100 milioni, la SPV emette tre tranches di ABS, la cui scadenza è a 5 anni: la tranche equity, la tranche mezzanine e la tranche senior, i cui valori nominale sono pari rispettivamente a $5, $20 e $75 milioni, mentre i tassi di rendimento sono rispettivamente 30%, 10% e 6%. Chi acquista una tranche si assume l’impegno di coprire parte delle perdite dell’eventuale fallimento dei mutui sottostanti, in analogia al caso del soggetto B nel CDS. I pagamenti che affluiscono al portafoglio vengono canalizzati verso le tre tranche mediante un insieme di regole detto a «cascata». Tali pagamenti vengono per primi utilizzati per corrispondere agli investitori della tranche senior il tasso del 6% loro promesso. Se è possibile, vengono successivamente utilizzati per corrispondere ai possessori della tranche mezzanine il tasso del 10%, e, infine, sempre se possibile, per corrispondere agli investitori della tranche equity il tasso del 30%. Nel caso in cui si verifichino insolvenze, i primi a subirne le conseguenze saranno gli investitori della tranche equity. Il loro tasso di rendimento diverrà inferiore al 30%, con probabili perdite in conto capitale. Successivamente, se le insolvenze dovessero essere numerose, saranno gli investitori della tranche mezzanine a subire un decremento del loro tasso di rendimento e così anche per quelli che avevano acquistato la tranche equity.

La procedura di cartolarizzazione veniva implementata in modo tale da attribuire il rating più alto (AAA) alla tranche senior. Tale meccanismo permetteva alla SPV di poter vendere facilmente questo tipo di tranche a investitori istituzionali come i fondi pensione, per esempio, che potevano da regolamento investire in attività finanziarie con il massimo livello di qualità creditizia. La tranche equity spesso rimaneva nei bilanci della banca così da guadagnarsi la fiducia del mercato, segnalando che la parte più rischiosa del prodotto non era in vendita, se non per investitori, come gli hedge funds, la cui propensione al rischio è per loro natura molto elevata. La tranche mezzanine, la parte più difficile da collocare, subiva nuovamente un processo simile a quello descritto nell’esempio precedente, permettendo così ancora una volta di riprocedere alla generazione di titoli con rating ancora migliore a partire da un portafoglio di titoli rischiosi.

I vantaggi che la cartolarizzazione porta agli investitori sono legati:
  1. alla diversificazione del rischio, la quale deriva dalla acquisizione di una partecipazione in un pool di crediti;
  2. alla possibilità di possedere prodotti che, tramite il procedimento della suddivisione in tranche, avevano rischi e rendimenti differenti.
Il principio di diversificazione del rischio entra in gioco nel momento in cui i mutui vengono «impacchettati»; la suddivisione in tranche ha invece agevolato l’offerta di prodotti finanziari adatti sia a investitori più propensi al rischio sia a quelli che lo erano in minore misura, allargando nel contempo la possibilità di acquisire obbligazioni con elevati tassi di rendimento, che quindi pagavano cedole più alte rispetto ai bond governativi a parità di rating con tripla A.


Conclusione

In sostanza, l'errata valutazione del rating creditizio di questi prodotti ha fatto sì che si innescasse un meccanismo tramite il quale gli investitori possedevano, a loro insaputa, titoli certificati secondo un livello di rischiosità che in realtà non era quello effettivo. Nel momento in cui il mercato immobiliare e i prezzi delle case cominciarono a contrarsi, dunque un crescente numero di mutuatari iniziò a saltare il pagamento delle rate dei mutui, i flussi di cassa che avrebbero dovuto alimentare l'acquisto delle tranche e il pagamento degli interessi ai sottoscrittori di queste ultime venne meno. Le conseguenze della rottura di questo meccanismo furono devastanti. La rete di compravendita tra i vari investitori, che come detto erano per la gran parte le banche stesse, venne a recidersi  proprio a seguito del fallimento del colosso Lehman Brothers - allora quarta potenza bancaria statunitense -, contagiando tutti i partecipanti al "gioco" e trascinando dietro di sé perdite di ricchezza enormi.

Dopo che il mondo intero ha pagato e ancora oggi continua indirettamente a pagare le conseguenze di questa catastrofe finanziaria, le domande che a molti sorgono spontanee sono: abbiamo imparato qualcosa da ciò che è accaduto? Possiamo davvero ritenerci al sicuro e pensare che una crisi del genere non possa più ripresentarsi?




(1) Fannie Mae è il nome comune della Federal National Mortgage Association; Freddie Mac è il nome comune della Federal Home Loan Mortgage Corporation.

(2) Tale termine nasce dall’abitudine che vi era in passato di trattare affari nei dintorni di Wall Street. Spesso, infatti, le trattative avvenivano sul bancone dei bar (over the counter, appunto). La negoziazione si riferiva a titoli che non erano presenti nei circuiti ufficiali di Borsa. Oggi tali tipi di contrattazione avvengono via telefono o in maniera telematica.

Così cinque anni fa cominciava la crisi...

di Roberto Marino 

"Era una notte buia e tempestosa...", questo è l'incipit dell'interminabile romanzo che Snoopy, il simpatico e cinico bracchetto uscito dalla penna - pardon, dalla matita - di Charles Monroe Shulz, prova continuamente a scrivere. Interminabile come questa durissima crisi economico-finanziaria iniziata cinque anni fa.

Quello di cui oggi ricorre un triste anniversario, del quale avremmo fatto volentieri a meno, non è però una notte - seppure altrettanto buio e tempestoso - ma un giorno, passato alla storia (recente) come "black Monday". Era infatti un lunedì il 15 settembre 2008, giorno in cui la Lehman Brothers, una delle più grandi e potenti banche americane d'investimento del mondo, annunciava di avvalersi del Chapter 11 del Bankruptcy Code statunitense; il che significa che dichiarava bancarotta. Quella data ha segnato l'inizio del grande putiferio che ha caratterizzato la fine degli anni Zero e l'inizio dei Dieci di questo XXI secolo e da cui non si riesce ancora ad uscire. Black Monday che ci ricorda un altro "black day" rimasto famoso nella storia, il Martedì nero del 29 ottobre 1929, che diede inizio alla Grande Crisi.

Se i paragoni storici risultano spesso un po' azzardati e grossolani, almeno dal punto di vista delle cause, possono non esserlo per quello che riguarda le conseguenze. Il contesto che caratterizzava il mondo e l'Europa alla fine degli anni Venti e all'inizio dei Trenta del secolo scorso era ben diverso da quello odierno. Non esisteva la globalizzazione dei mercati economici e finanziari come la conosciamo oggi, esisteva invece una forte determinazione nazionale dei singoli Paesi europei. La speculazione finanziaria era meno o diversamente aggressiva e gli Stati Uniti si trovavano ancora in una posizione geopolitica prevalentemente isolazionista, nonostante i forti flussi di capitali indirizzati verso la Germania che avviarono il processo di ricostruzione. 

Il forte protezionismo americano fu sicuramente, dal punto di vista strettamente economico, una delle concause della grande crisi degli anni '30, perché non permise una libera circolazione di merci e un riassorbimento all'esterno delle sovrapproduzioni interne delle stesse. E' anche vero però che l'Europa visse una situazione meno drammatica rispetto a quella americana (ad accezione della Germania che dipendeva fortemente dai capitali americani e che per le gravi difficoltà imboccò quella via dittatoriale che conosciamo bene e che le consentì di diventare una tra le grandi potenze) proprio a fronte di una forte caratterizzazione nazionalistica, che impegnava i governi (spesso dittatoriali) a forti interventi di pianificazione. In America invece la situazione fu di gran lunga più nera e soltanto l'intervento dello stato con il varo del New Deal rappresentò un tentativo di risposta (pubblica) al problema. In ogni caso, ci vollero anni ed una guerra da 50 milioni di morti per la ripresa vera e propria, mentre intanto, proprio negli Stati Uniti, si verificava più o meno quello che accade oggi in Europa e nell'area mediterranea in particolare: crollo dei consumi, chiusura delle aziende, perdita del lavoro, disoccupazione.

Se la forte caratterizzazione nazionale fu uno dei punti di "forza" dell'Europa di ottanta anni fa, oggi è di sicuro un punto di debolezza. La difesa di interessi nazionali, che si regge sulla mancanza di una Unione forte di carattere politico, sulla carenza di regole certe ed uniformi di stampo economico-finanziario, sulle differenze che spesso sono divenute lacune di tipo culturale, ha creato una Europa a due velocità. Un organismo simile non ha potuto e non può dare risposte nette e decise alla crisi, che diventa, per questo ed altri motivi, globale o quasi. 

Sì, perché altri Paesi, i cosiddetti emergenti come la Cina - ma lista è lunga - ad esempio, hanno registrato tendenze opposte rispetto all'Occidente, con punte di crescita anche del 7-8% l'anno di Pil. Ovviamente, la specificità della crescita della Cina è stata caratterizzata dalla capacità di sapersi incuneare nelle debolezze dell'economia europea, in particolare italiana, sfruttando, come sempre accade, la difficoltà di qualcuno per avvantaggiarsene, così come dalla presenza di una tutela legislativa e sociale decisamente inferiore rispetto a quella dei Paesi della vecchia Europa e dell'Italia nello specifico.

E' innegabile però che la crescita ci sia stata, a parte tutte le specifiche del caso, anche e soprattutto per la maggiore flessibilità dei Paesi emergenti di fronte al cambiamento globale. L'Europa, almeno una certa parte, e l'Italia non sono state in grado di adeguarsi, rinunciando ad impostare un programma di riforme legislative ed economiche strutturali in grado di resistere alla crisi e provare a superarla. 

Proprio due giorni fa il commissario dell'Ue, Olli Rehn, ha messo in guardia l'Italia per quanto riguarda la situazione economica, mostrando preoccupazione per l'ulteriore calo del prodotto interno dello 0,2% nel secondo trimestre di quest'anno. E c'è anche il rischio che il rapporto deficit/Pil possa nuovamente superare la soglia critica del 3%, riportandoci nella procedura di infrazione chiusa poche settimane fa. E' innegabile dunque che si avvi un processo di riforme nazionali (ed europee) così come lo stesso Rehn ha invitato a fare, che potrà partire solo quando si deciderà di mettere da parte le beghe politiche di altro genere, si smetterà di temporeggiare e si comincerà a lavorare. Nulla di nuovo vero, ma rimasto ancora lettera morta.

22 maggio 2013

Come i giovani vivono la crisi

di Roberto Marino

La profonda crisi economica che stiamo vivendo contiene dei caratteri di novità che la rendono sui generis. E' la prima crisi del nuovo secolo, la prima del nuovo millennio, la prima dal dopoguerra, se si esclude la crisi petrolifera degli anni '70, la prima per l'Europa "unita". Motivazioni storiche queste, ma non mancano anche quelle più strettamente economiche e politiche. 

Nata come crisi finanziaria d'oltreoceano a causa dei mutui subprime e delle pericolose operazioni finanziarie attraverso le speculazioni sui titoli spazzatura, si è diffusa a macchia d'olio anche in Europa, intrecciandosi con i già latenti problemi che il Vecchio Continente aveva. Problemi legati alle diversità economico-finanziarie e di progettualità unitaria degli stati membri, alla debolezza politica e dei tessuti produttivi dei singoli stati, alla mancanza di politiche di crescita ed investimenti, alla carenza di un sistema bancario unificato. 

Questa crisi però porta con sé un'altra caratteristica peculiare, che è destinata a segnare non soltanto il presente, ma anche il futuro. Ovvero la percezione - che è più una consapevolezza ormai - per i giovani che il loro futuro sarà peggiore di quello dei propri padri. In particolare, il fenomeno è particolarmente accentuato in Italia. Secondo la ricerca "I giovani e la crisi", effettuata dalla Coldiretti/Swg e presentata all'Assemblea di Giovani Impresa Coldiretti, risulta che il 51% dei giovani sotto i 40 anni sarebbe pronto ad espatriare per trovare occasioni di miglioramento della propria condizione lavorativa, il 64% sarebbe pronto a cambiare città, il 71 è convinto che l'Italia non offra futuro e il 61% ritiene che in futuro la propria condizione economica sarà peggiore di quella dei propri genitori.

Quest'ultimo è un dato veramente allarmante, soprattutto perché dimostra un pessimismo giovanile che non si vedeva in Italia dal secondo dopoguerra. Anzi, guardando la storia europea, non soltanto italiana, l'ottimismo culturale delle nuove generazioni è una prospettiva che si colloca con l'affermazione del grande capitale industriale, intorno ai primi decenni dell'Ottocento. Con la grande Rivoluzione industriale e la formazione del sistema produttivo moderno, si innesca un processo di grande mobilità sociale ed economica, che porta a scommettere positivamente sul futuro. Poi sono arrivati il secondo grande conflitto mondiale e soprattutto la ricostruzione, resa possibile grazie ai programmi economico-finanziari americani, che ha innescato un grande processo di produzione e di miglioramento delle condizioni materiali degli europei - italiani compresi - che va sotto il nome di «boom economico». 

Ebbene, in tutto questo lasso di tempo gli italiani - che hanno avvertito la crescita economica in modo molto sensibile, viste le condizioni più svantaggiate di partenza rispetto agli altri Paesi europei - hanno mantenuto sempre un certo ottimismo di fondo, che oggi sembra scomparso o quantomeno sopito. Anche durante i periodi di grandi migrazioni, come quelle degli anni '50 e '60 - che non a caso erano sì esterne, ma anche rivolte verso l'interno - i giovani italiani di allora erano pieni di speranza nei confronti del futuro, mentre oggi serpeggia profonda sfiducia in primis verso il domani e successivamente nei confronti della possibilità che il proprio Paese possa garantire una vita dignitosa e, se non superiore, quantomeno pari a quella della generazione precedente. Sfiducia che li porta a ritenere che l'Italia non offra nulla, e che molto spesso li conduce - qualora non possano avere l'opportunità di lasciare la patria - di ritornare o rimanere a vivere in famiglia. 

Tutto ciò è drammatico per qualsiasi comunità civile. E' necessario invertire questa tendenza, innanzitutto attraverso politiche seriamente orientate al lavoro visto che, con una disoccupazione giovanile che si attesta intorno al 40%, fenomeni come quello appena analizzato sono ovviamente fisiologici. Al vaglio del governo, ci sono proposte per rilanciare l'occupazione - in particolare giovanile - come una possibile staffetta generazionale fondata sul part-time, revisione dell'apprendistato versione Fornero e revisione della formula di contratto a tempo determinato, con accorciamento dei tempi di pausa tra la stipula di un contratto e il successivo con lo stesso datore di lavoro. 

Questo non basta però, perché è necessario operare un buon piano di razionalizzazione e reperimento delle risorse, tagliando laddove non serve o si spende male sprecando. E' stato annunciato tante volte, ma non è mai stato fatto seriamente. Sarebbe finalmente ora, rinunciando anche alla tutela di qualche privilegio per pochi, per avere qualche diritto in più per molti. 

10 maggio 2013

Questione Imu

di Roberto Marino

Il nuovo governo a trazione integrale (Pd, Pdl, Scelta Civica) rischia di fare il primo scivolone. E questo nonostante avrebbe dovuto rappresentare il governo dei sogni, così come il premier Enrico Letta aveva lasciato intendere nei giorni scorsi senza troppe velature. La buccia di banana su cui potrebbe inciampare si chiama Imu.

Secondo quanto prevede il decreto Salva Italia, varato lo scorso anno dal governo Monti, anche a giungo di quest'anno si dovrebbe pagare la prima rata dell'imposta sugli immobili su abitazioni di residenza, ulteriori case di proprietà, immobili ad uso commerciale e produttivo.

Vista la grave situazione economico-finanziaria delle famiglie però e vista soprattutto la grande pressione che il Pdl ha fatto e sta facendo sulla necessità dell'abolizione della tassa - pena lo scioglimento dell'accordo di maggioranza che tiene in piedi anche il governo - e visto ancora il clamore mediatico-elettorale sollevato sull'Imu, il governo ha quasi deciso - nei prossimi giorni dovrebbe arrivare il decreto ufficiale - di rimandare il pagamento dell'acconto della tassa sulla prima casa a settembre. Nel frattempo, l'esecutivo e il parlamento si riserveranno il margine per trovare una soluzione legislativa al problema dell'intera tassazione sugli immobili. Come dire, un po' d'aria per poter respirare.

A soffocare però saranno le attività produttive, che dovranno comunque pagare l'importo della prima rata e addirittura con maggiorazioni rispetto allo scorso anno, in alcuni casi dell' 8% in più (fonte Tg2). 

Dal Ministero dell'Economia fanno sapere che la mancata riscossione del gettito non un avrà impatto sui conti dello Stato e ciò si capisce bene perché l'intero importo sarebbe dovuto finire nelle casse dei comuni, i quali riceveranno una copertura attraverso un prestito della Cassa depositi e prestiti. Questi soldi dovranno poi essere restituiti con gli interessi, ragion per cui gli enti locali saranno costretti ad innalzare le aliquote (possono farlo) su coloro che non beneficeranno del momentaneo stop. Le attività produttive appunto, come aziende, società, esercizi commerciali.

Una soluzione non proprio congeniale se si pensa che lo scopo dovrebbe essere quello di facilitare la ripresa economica in un momento di crisi. L'aggravamento della tassa sulle attività produttive si tradurrà, come si può ben capire, in minore produzione, riduzione del numero dei dipendenti, in alcuni casi ulteriore chiusura dei attività, incapaci di far fronte ad un ulteriore aggravio fiscale, diminuzione dei consumi.  La diminuzione dei consumi potrà essere in parte coperta - ma bisognerebbe avere dei dati precisi per capire se ciò sarò possibile, dati di cui si potrà disporre soltanto più avanti - con un aumento dei prezzi, che tuttavia si scaricherà su tutte le fasce di consumatori. I più colpiti saranno ovviamente i ceti sociali più deboli.

Infine, il provvedimento di slittamento della prima rata dell'Imu ha una portata trasversale sui contribuenti, il che vuol dire che le temporanee esenzioni non saranno legate al reddito o al valore del bene, bensì coinvolgeranno indistintamente tutte le fasce sociali, basse, medie e alte. Senza contare tutti gli effetti distorsivi, come ad esempio l'obbligo di pagamento per tutti coloro che possiedono un solo immobile (in teoria beneficiari della sospensione) ma non di residenza, perché residenti in un'altra città per motivi di lavoro o altro. Tutti costoro saranno obbligati non soltanto a pagare la prima rata, ma a subire una tassazione corrispondente a quella per le seconde abitazioni.

Insomma, un provvedimento, se ci sarà e se in questi termini, che vede allontanarsi sempre di più non solo la ripresa economica, ma anche l'equità e la giustizia sociali.

08 aprile 2013

Lo Stato ce l'ha fatta. Presto i primi soldi alle imprese

di Roberto Marino

Sembrava che il problema dello sblocco dei pagamenti dei debiti che la Pubblica Amministrazione deve alle imprese italiane fosse una bolla continuamente crescente. Bolla, perché una situazione del genere sembrava davvero surreale - come surreale appare una bolla di sapone - ; il perché di crescente, beh, lo si capisce da soli. Da ieri però si è messa la parola "fine" a questa storia infinita. Così pare, almeno a giudicare dal decreto varato dalla Presidenza del Consiglio in collaborazione con il Ministero dell'Economia e con quello dello Sviluppo Economico. 

Il Governo ha ormai presumibilmente compiuto una delle sue ultime azioni prima di venire sostituito dal seguente, qualunque esso sia. Azione che sicuramente doveva eseguita molto tempo prima, visto che non è tollerabile che uno stato contragga debiti per un ammontare così esoso (si parla di una cifra che oscilla tra i 90 e 130 miliardi di euro) e per un periodo così lungo (un anno circa) con imprese che hanno lavorato, erogando beni e servizi di cui proprio lo Stato ha beneficiato. Ciò non soltanto per una questione di principio e di comportamento onorevole - tanto più che lo Stato dovrebbe dare il buon esempio piuttosto che limitarsi a sollecitare, con una certa solerzia, i cittadini al pagamento delle imposte - ma anche e soprattutto per una necessità economico-finanziaria urgentissima in un periodo di paralisi economica come quella che stiamo attraversando. 

A parte le questioni di principio e di giustizia, che ormai in Italia lasciano il tempo che trovano, il decreto prevede lo sblocco immediato (o quasi) di un importo pari a «40 miliardi nei prossimi 12 mesi con meccanismi chiari, semplici e veloci, senza oneri o complicazioni inutili». Queste le parole del premier Monti, sabato in conferenza stampa, che non ha poi esitato a levare dalle proprie scarpe - diventate ormai troppo strette a causa dei risultati venuti fuori dalle elezioni, del fuoco incrociato della campagna elettorale - l'ultimo sassolino della denuncia dell'ipocrisia con cui le forze politiche hanno lanciato «tante espressioni di severa critica al governo, che ha impiegato due o tre giorni in più del previsto» per risolvere il problema, nonostante sarebbero state proprio loro a contribuire alla determinazione di simili distorsioni.  

Le modalità di smaltimento dei debiti saranno diverse e ovviamente si aspetta la pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale per conoscerle nel dettaglio. A giudicare da quello che il ministro Passera ha annunciato e dal testo modificato che oggi il Corriere della Sera pubblica in anteprima, sembra che si utilizzeranno formule di «compensazione tra debiti e crediti», emissione di titoli di stato. 

Per l'estinzione dei debiti, viene istituito un fondo - denominato Fondo per assicurare la liquidità per pagamenti dei debiti certi, liquidi ed esigibili - che ammonta a 26 miliardi di euro complessivi - dieci per l'anno 2013 e 16 per l'anno 2014 - ripartito in tre sezioni: 1) Sezione per assicurare la liquidità dei pagamenti certi, liquidi ed esigibili degli enti locali, con una dotazione di 2 mld per il 2013 e 2 mld per il 2014; 2) Sezione per assicurare la liquidità alle regioni e province autonome per pagamenti di debiti certi, liquidi ed esigibili diversi da quelli finanziari e sanitari, con una dotazione di 3 mld per il 2013 e 5 mld per il 2014; 3) Sezione per assicurare la liquidità per pagamenti di debiti certi, liquidi ed esigibili degli enti del Servizio Sanitario Nazionale, con una dotazione di 5 mld per il 2013 e 9 mld per il 2014. 

Entro la data del 30 aprile, gli enti locali dovranno richiedere l'autorizzazione al Ministero dell'Economia per lo smaltimento dei primi debiti, che sarà rilasciata entro il 15 maggio. Nel frattempo, comuni e province potranno cominciare a pagare i propri debiti immediatamente, utilizzando eventuali proprie disponibilità liquide. Nel caso in cui non abbiano in cassa denaro sufficiente per estinguere i debiti, potranno servirsi di anticipazioni fornite dalla Cassa depositi e prestiti entro il 15 maggio 2013 per i debiti contratti nel 2013 ed entro il 31 gennaio 2014 per quelli dell'anno successivo, restituibili entro un massimo di 30 anni. 

Per quello che riguarda la compensazione tra crediti e debiti fiscali, il limite è stato innalzato a 700 mila euro, dal vecchio tetto di 500 mila, ma questa sarà possibile soltanto a partire dal prossimo anno. Evidentemente, i problemi riguardanti la possibilità di sforamento del rapporto deficit/Pil per l'anno 2013 hanno pesato molto sulla scelta di posdatare la compensazione. 

Nella parte finale del decreto, si fa presente inoltre che lo Stato è autorizzato all'emissione di titoli per un massimo di 20 miliardi di euro per l'anno 2013 e 20 per l'anno successivo, al fine di assicurare le risorse finanziarie necessarie all'attuazione di tutti gli interventi precedentemente esaminati.

28 marzo 2013

La crisi cipriota: che diavolo è successo? (Parte I)

di Tommaso Andreoli

Alzi la mano chi fra voi è in grado di fare il resoconto, quantomeno per grandi linee, di ciò che sta accadendo da qualche settimana a questa parte in quella sperduta isola di nome Cipro, situata ai confini dell’Europa. “Lontana dagli occhi, lontana dal cuore” – qualcuno potrebbe dire. “Godetevi lo bello mare e stateve buoni” – qualchedun altro aggiungerebbe. E invece no. Di Cipro e della sorte dei suoi abitanti a noi ci importa. Eccome se ci importa, perbacco! Sapete perché? Anche loro fanno parte dell’Unione Europea. Pertanto, nel bene o nel male (in questo caso la seconda) i fattacci loro sono anche fattacci nostri.
In quel che segue, mi accingerò, cercando di non sbagliare (e se lo faccio, correggetemi), a fare il punto di quanto è successo in quella lontana – geograficamente ma non economicamente e finanziariamente – isola mediterranea. 

L’identikit cipriota 
Con i suoi 9.250 km2, Cipro è la terza isola per estensione fra quelle dell’azzurro Mediterraneo dopo le italiche Sicilia e Sardegna, e, secondo la leggenda, luogo di nascita di Afrodite, dea dell’amore e della bellezza. Insomma, una perla incastonata nel mare vicino al Medio Oriente, che però oggi si vede funestata dalle ire del dio Finanza, al quale – ahi lei – deve rendere conto per i peccatucci (poi mica tanto piccoli!) commessi dai suoi rappresentanti e dalle autorità di vigilanza in un passato non troppo lontano. 
Diciamo subito che la Repubblica cipriota (la parte sud dell’isola), ormai nel club dei Paesi dell’Unione Europea dal lontano maggio 2004, ha adottato come valuta l’euro cinque anni fa, a partire dal primo giorno del 2008. Nonostante il suo Pil (Prodotto interno lordo, ossia il valore dei beni e servizi finali prodotti nell’economia nel corso di un anno) pesi solamente lo 0,18% dell’Eurozona (dunque poco se riferito a quello greco che si attesta intorno al 3%), Cipro tiene in ansia tutte le altre economie di Eurolandia, perché, si sa, basta anche una piccolissima infezione per ammalarsi seriamente. 
Vediamo pertanto di capire come questa infezione è nata e i motivi che l’hanno indotta a ritenerla molto pericolosa. 

Segnali di pericolo 
Lo dicono i numeri: tanto più il sistema bancario risulta grande, tanto maggiore è il rischio per gli Stati di vedere crollare a picco la loro economia. Basta dare un’occhiata ai quattro casi di crisi precedenti a quella cipriota per capire le cose come stanno: 
• l’Irlanda ha banche più grandi 5,3 volte l’ammontare del Pil; 
• il Portogallo 3,7; 
• la Grecia 2,6; 
• la Spagna 4,3. 
In questa speciale classifica, tra i 17 membri dell’Eurozona Cipro si posiziona al terzo posto con un moltiplicatore di 7,8, dietro a Lussemburgo e Malta, il cui rapporto tra attivi bancari e Pil risulta rispettivamente pari a 19,8 e 8. Per ora in queste ultime la situazione sembra reggere per via della loro buona salute del sistema bancario e dei conti pubblici, tuttavia il Fondo monetario internazionale ha già segnalato un annetto fa alle autorità dei due Paesi la possibilità che la loro stabilità finanziaria possa essere minata dall’intensificarsi della crisi europea. La preoccupazione che quanto già avvenuto nell’isola cipriota possa ripetersi è grande: si vuole cioè evitare di incappare negli stessi errori per l’ennesima volta, evidenziando il fatto che un eventuale dissesto non sarebbe gestibile autonomamente, vista la sproporzione tra sistema bancario ed economia reale. Dunque occhio a non sottovalutare gli avvertimenti. 
E Cipro? Cosa diavolo è successo Cipro? Tu quoque, Cipro, come hai potuto cacciarti in guai così grossi? 

All’origine della crisi 
Cattiva supervisione bancaria. È con queste parole che si potrebbe sintetizzare quanto avvenuto. Le autorità dell’isola hanno infatti permesso alle loro banche di crescere fino a divenire giganti tali da non rendersi più conto che in caso di barcollamento non avrebbero potuto più trovare un appoggio stabile sul quale sorreggersi per continuare a farcela da sole. Si sono così concesse il lusso di prestare ingenti somme di denaro alla Grecia e di esporsi, inoltre, al rischio altissimo legato ai titoli di Stato greci (tramutatisi in junk bond), investendo malamente ampi pezzi dei loro patrimoni. Mosse finanziarie che sono costate ben l’80% di quanto impiegato. 
E come se tutto ciò non bastasse, per molto tempo le medesime banche cipriote hanno lasciato confluire nei loro forzieri i miliardi di euro di oligarchi russi e di ricchi investitori del vicino Medio Oriente, da sempre alla ricerca di paradisi (fiscali) come quello cipriota, senza porsi troppe domande sul cattivo odore di riciclaggio emanato da questi capitali. Sebbene con la crisi del debito gran parte di questi investitori (soprattutto russi) si siano decisi a far fare marcia indietro ai loro denari, Cipro e la Russia sono riuscite ad accordarsi su un finanziamento da 2,5 miliardi di euro, che non sono però bastati all’isola per ripianare il conto, tanto che si è stati costretti a rivolgersi più a oriente, in Cina, e chiedere un altro miliardo e mezzo. 
In realtà la situazione è risultata così grave che il governo cipriota non si è più potuto nascondere, tentare altri escamotage, o chiedere aiuti che non fossero quelli europei: il 15 e 16 giugno scorsi, Nicosia ha dovuto ufficialmente bussare alla porta dell’Ue e, dalle cronache dei quotidiani economici-finanziari, si apprende che oggi di miliardi di euro ne serviranno quasi 16.