Sabato in Poesia: "Vendemmia" di Marino Moretti

Vendemmia di Marino Moretti è una poesia tratta dalla raccolta Sentimento: pensieri, poesie...

Roma capitale d'Italia

Chissà quanti studenti ed ex studenti liceali si sono trovati a tradurre la famosissima frase del De Oratore...

L'origine della crisi finanziaria statunitense

La crisi che ha interessato i mercati finanziari dei paesi maggiormente sviluppati, e che gli esperti...

Così cinque anni fa cominciava la crisi...

"Era una notte buia e tempestosa...", questo è l'incipit dell'interminabile romanzo che Snoopy...

Sabato in Poesia: Estratto di "Beppo, racconto veneziano" (George Gordon Lord Byron)

Beppo è un poemetto satirico in ottave ariostesche (secondo lo schema metrico ABABABCC), attraverso il quale Byron affronta...

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09 novembre 2014

Vaffanmuro! Così 25 anni fa cadeva il Muro di Berlino

di Roberto Marino 


In 25 anni accadono e cambiano tante cose. Si cresce, si invecchia, si realizzano progetti di vita. Tanti ne sono passati dalla caduta del "Muro della Vergogna", definizione con cui in Occidente veniva chiamato il muro di Berlino. 

Costruito nell'agosto del 1961, lungo 155 chilometri, circondato da filo spinato, illuminato a giorno durante la notte, sorvegliato e protetto 24 ore al giorno da soldati di frontiera con l'ordine di sparare a vista contro chiunque avesse provato ad oltrepassarlo, divideva uomini e donne di una stessa città, separava per sempre vite che avevano scelto o si erano ritrovate ad essere unite, lacerando per ben 28 anni il tessuto sociale di una intera comunità urbana e spezzando un continente. Fu voluto dalla Repubblica Democratica Tedesca come "muro di protezione antifascista" - si diceva - allo scopo di impedire aggressioni da parte del blocco occidentale capeggiato dagli americani, ma in realtà fu uno strumento coercitivo per bloccare la consistente emorragia demografica che affliggeva la Berlino comunista.

Alle spalle della costruzione del muro c'era ovviamente la Guerra Fredda tra l'Est e l'Ovest, tra due modelli politico-economici e culturali alternativi e rivali, iniziata subito dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale. Nonostante le fasi più dure dell'aspro confronto a distanza tra i due blocchi fossero state superate - l'apice delle quali fu toccato con il blocco di Berlino del giungo 1948 - e la Guerra Fredda proseguisse in una direzione più distesa (la crisi dei missili a Cuba del '62 fu soltanto un episodio isolato e di breve durata), i sovietici furono "costretti" ad adottare la misura restrittiva della chiusura della città di Berlino alla libera circolazione tra i due settori, per arginare la dilagante fuga dei berlinesi orientali verso il mondo libero dell'Ovest. Si stima infatti che tra il 1949 e il 1961 circa 2,5 milioni di persone passarono dal settore sovietico a quello americano. Una vera piaga per l'immagine dell'URSS, che, nell'ottica della continua corsa alla superiorità sul nemico, non poteva durare. 

Ma la Storia non si adagia sulle logiche umane - fossero anche regolate da sapienti, pianificatissime e raffinate strategie geopolitiche - e il sistema comunista non resse ai colpi, soprattutto interni, delle generazioni di uomini che aspiravano alla libertà e all'ottenimento dei più elementari diritti civili, e a quelli esterni dell'avanzare del libero mercato. Così mostrò evidenti scricchiolii, che portarono a crepe profonde. Se ne accorsero, relativamente in ritardo, anche i quadri dirigenti della Germania Est, nonostante i tentativi di resistenza ad oltranza dei primi mesi di quell'89 carico di grandi novità e la reticenza alle indicazioni di apertura date da Gorbačëv per cercare di salvare il salvabile. 

E si giunse così a quel 9 novembre in cui un giovane si arrampicò sul muro e, invece di essere sparato con i fucili dalle guardie di frontiera, fu innaffiato dai loro idranti. Dopo una lunga passeggiata sul bordo superiore del mostro di cemento, simbolo dell'oppressione durata 28 interminabili anni, saltò nella parte libera della città. Nel corso della giornata fu imitato da centinaia e centinaia di giovani, che iniziarono poi a picconare la lunga costruzione. Nei giorni successivi l'entusiasmo generale portò alla vendita di pezzi di muro, come souvenir di un regime ormai scomparso. Era la fine di un'epoca, il mondo era cambiato, aperto per sempre. 

E' passato un quarto di secolo da quel giorno. Il mondo è ulteriormente cambiato. Ci sono state guerre, attentati, l'11 settembre, il terrorismo islamico, la globalizzazione, internet che ha ulteriormente accelerato il processo di unificazione della popolazione mondiale, contribuendo ad avvicinare le persone e ad uniformare abitudini, stili di vita e di consumo. Eppure in un mondo apparentemente senza barriere qualche "muro" esiste ancora. Quello della contrapposizione ideologica, dell'odio politico-religioso e culturale, della sperequata distribuzione della ricchezza, dell'indifferenza verso gli sconvolgimenti climatici che abbiamo causato e stiamo ancora causando (tutti sì) al pianeta. Ci sono i muri, sì, ma ci sono anche tante persone (giovani in particolare) armate di desiderio di libertà, che si impegnano a superare e picconare tutti gli ostacoli della società odierna. Per trasformare questi muri in vecchi cimeli, residuo di un'epoca chiusa. Come il muro di Berlino appunto.

28 giugno 2014

28/06/1914 - 28/06/2014: uno sguardo a volo d'uccello.

di Roberto Marino
                                                                                           (foto www.magicoveneto.it)
E' passato un secolo, l'intera vita di un uomo, il distendersi nel tempo di tre, anche quattro generazioni. Esattamente il 28 giugno di cento anni fa, l'Europa saltava in aria. O meglio veniva accesa la miccia - l'uccisione, a Sarajevo, dell'erede al trono dell'impero austro-ungarico, l'Arciduca Francesco Ferdinando, ad opera del giovane studente irredentista bosniaco Gavrilo Princip - , che nel giro di un mese avrebbe mostrato il suo effetto detonante e fatto esplodere il Vecchio Continente.

Esplodere non tanto e non solo perché proprio in quell'anno scoppiò la Prima Guerra Mondiale, ma perché quell'evento segnò la fine di un mondo e l'inizio di un altro. Finiva la belle époque; finiva il secolo dei grandi ideali liberali, che avevano portato a rivoluzioni sociali e politiche importantissime (leggi l'unità d'Italia, l'unificazione tedesca, la fine dei regimi assoluti con tutto il corredo culturale, politico e giuridico che questi eventi hanno portato con loro); finivano i tre grandi imperi europei (austro-ungarico, tedesco e ottomano), Finiva un periodo secolare di eurocentrismo politico, economico e culturale; finiva la fiducia (quasi) religiosa nelle potenzialità infinite di dominio dell'uomo sul mondo della natura (il Titanic era affondato solo due anni prima, proprio lui, l'inaffondabile) e finiva la concezione della Storia come eterno ed infinito progresso per l'uomo.

Finiva tutto questo ed iniziava, meglio si rivelava, un mondo nuovo; non migliore o peggiore, semplicemente diverso. Cominciava infatti il mondo delle grandi ideologie politico-razziali, il mondo delle masse protagoniste della Storia, rappresentate, supportate ed aizzate dai grandi partiti politici, di massa appunto. Cominciava il mondo dell'imperialismo economico- finanziario, ma anche di un nuovo tipo di imperialismo politico. E ancora, cominciava il mondo delle grandi crisi finanziarie, della connessione e del collegamento globali, dell'"io ho ragione e tu hai torto, perché sei diverso da me" e delle armi di distruzione, anch'esse di massa.

Non solo morte e vita di vecchio e nuovo mondo però, ci fu anche ciò che si mantenne nel tempo. Ad esempio, rimasero intatti (o quasi) i principi della nazione e della nazionalità, ovvero della sovranità nazionale e del senso di appartenenza dei popoli ad una comunità di questo genere. Principi che vennero poi condensati e coniugati, a fine conflitto, nei Quattordici punti del presidente Wilson come autodeterminazione dei popoli - libertà riconosciuta a tutti i popoli di costituirsi come stati indipendenti - e che sancirono la pace. Almeno per il momento.

Poi ci furono il primo dopoguerra, i grandi totalitarismi, la Grande Crisi del '29, il Secondo Conflitto Mondiale, eventi che lo storico inglese Hobsbawm racchiude in un unico blocco temporale, che definisce, non a torto, "Età della catastrofe". E con la nascita dell'Onu e dopo l'esperienza traumatica della divisione del mondo in due blocchi, durante la Guerra Fredda, esperienza che schiacciò la vecchia Europa come fosse un cuscinetto, si cominciò a costruire, mattoncino dopo mattoncino, un progetto a vasto raggio. Un progetto che avrebbe dovuto portare, e che ancora viene rimandato nel tempo, ad un'Europa unita. Ciò che abbiamo adesso è soltanto un'Europa meno divisa, tuttavia l'obiettivo di Adenauer, Schuman, Monnet, De Gasperi era decisamente molto più prestigioso di quello fino ad ora raggiunto. Sottinteso, c'è ancora tanto da fare. 

C'è da superare la logica della sovranità nazionale senza rinunciare al proprio passato, alle proprie diversità culturali ed economiche, controbilanciando il tutto con la tutela reale dei diversi interessi in gioco ed evitando di nascondere la soddisfazione dei propri sotto il vessillo della tenuta del progetto. Il pericolo è reale ed è sempre in agguato. Se intendiamo però dimostrare a noi stessi ed alle generazioni future di aver imparato la lezione della Storia e non vogliamo che errori già fatti si ripetano, pur sotto altre forme e in diverse modalità, non basta solo l'impegno; è necessaria la riuscita. Certo, il primo è condizione necessaria ma non sufficiente, la seconda è un obbligo morale, civile, storico.

29 ottobre 2013

Martedì 29 ottobre 1929: cominciava la Grande Crisi

di Roberto Marino

Il 29 ottobre 1929 era martedì e quella data segnò un momento tragico per gli Stati Uniti d'America, l'economia mondiale, il capitalismo, la tenuta dei regimi liberal-democratici. Quel giorno è passato alla storia come il martedì nero, preceduto dal giovedì nero, 24 ottobre, e il giorno prima, 28 ottobre, il lunedì nero. 

Una settimana a dir poco pesante l'ultima di quell'ottobre di 84 anni fa, nella quale si arrivò a stabilire record negativi difficilmente superabili in termini di denaro perso (30 miliardi di dollari in una settimana, di cui 14 nella sola giornata di martedì), di azioni scambiate (quasi 13 milioni il giovedì per arrivare a 16,4 milioni del martedì 29) e di percentuale di valore perso dell'indice Dow Jones (-17% ai primi di ottobre, -13% il lunedì 28 e un altro -12% del martedì). 

A poco valse la riunione fiume di venerdì 25 ottobre tenuta dai grandi banchieri Lamont, Wiggin e Mitchell, i quali provarono a gettare sul mercato, attraverso la direzione di Richard Whitney - vice presidente del maggiore mercato finanziario americano per volume di affari, l'Exchange - una enorme quantità di liquidi, acquistando ben sopra il valore di mercato grandi pacchetti azionari della U.S. Steel e di altre società. L'operazione stabilì una tregua, ma non la fine della tragedia. L'andamento dell'indice di borsa si mantenne altalenante, mostrando grande volatilità per il resto dell'anno e per l'anno successivo. Iniziò così la Grande Depressione, che costò agli Stati Uniti gran parte della crescita che avevano sviluppato nel corso dei decenni precedenti e all'Europa, la Germania in particolare, l'estremizzarsi del panorama politico fino alla vittoria dei fascismi con le tutte le conseguenze che sappiamo. 

Il sistema democratico liberale ottocentesco dimostrò con la crisi di non essere in grado di saper affrontare forti criticità e di riformarsi. Il liberismo economico classico, con il sistema del laissez-faire, aveva creato forti guadagni speculativi negli anni successivi alla Grande Guerra. Gli Stati Uniti beneficiarono fortemente della grande crescita legata al treno degli investimenti per la ricostruzione in Europa, mentre questa aveva perso enormemente la leadership internazionale e le sue potenze (Gran Bretagna, Francia, Germania), sia dal punto di vista politico che economico, erano ormai state declassate o addirittura enormemente impoverite. Basti pensare che il tasso medio di disoccupazione nei paesi europei tra il 1924 e il 1929 (periodo in cui la ricostruzione andava a pieno regime) si aggirava intorno al 14%, mentre oltreoceano era al 4. 

La crescita post guerra era in realtà un fenomeno aleatorio. Dai dati di cui si dispone (W. W. Rostow, The World Economy: History and prospect p. 669) risulta che il commercio mondiale alla fine degli anni Venti era tornato ad un livello pressoché simile a quello del 1913 prima di capitombolare negli anni Trenta. Tra il 1927 e il 1933 il prestito internazionale si ridusse del 90%. Questi dati fanno capire che era in atto in realtà un fenomeno di stagnazione dell'economia mondiale, che non riusciva ad elevarsi oltre i limiti toccati prima della guerra. Causa principale: l'isolazionismo americano e la politica protezionistica sui propri prodotti, attraverso l'imposizioni di dazi sulle importazioni, che innescò un effetto domino. 

Tappa importante per proseguire il viaggio all'interno della realtà che portò alla crisi è il crollo del sistema monetario in Germania. Il paese era stato fortemente penalizzato dalle riparazioni di guerra imposte dalle potenze vincitrici, in particolare la Francia che voleva un ridimensionamento drastico e duraturo del potente e insidioso vicino e che impose il risarcimento in denaro anziché in beni. Ciò comportò la necessità di un ingente flusso di capitali provenienti dal solo paese che poteva permettersi una vasta elargizione creditizia, gli Stati Uniti. Il flusso ci fu, tanto che l'America accrebbe la propria potenza finanziaria, mentre la Germania si indebitò fortemente e fu esposta ad una grande vulnerabilità che sfociò nel crollo del valore della moneta. 

Intanto nel resto d'Europa, con una disoccupazione cresciuta a livelli record e una capacità produttiva enormemente cresciuta, soprattutto ad opera degli Stati Uniti che nel 1929 producevano circa il 42% del totale mondiale contro il 28 di Gran Bretagna, Francia e Germania insieme, il mercato non poteva assorbire la produzione, generando un tragico crollo dei prezzi. Crollo dei prezzi, impossibilità di assorbire la produzione accentuarono maggiormente la disoccupazione, che nel periodo peggiore della crisi (1932-1933) raggiunse il 22-23% in Inghilterra e Belgio, il 24% in Svezia, il 27% in America, il 29% in Austria, il 31% in Norvegia e il 44% in Germania (fonte dati Hobsbawm, Il secolo breve). 

Non si può capire però la grande crisi e il malfunzionamento del sistema economico mondiale senza analizzare il funzionamento del sistema economico americano e il suo modello di consumo interno. Abbiamo già detto che gli Stati Uniti uscirono fortemente arricchiti dalla guerra. Essi non avevano subito distruzioni sul proprio territorio, avevano aumentato la propria produzione e il volume di affari dei crediti prestati alle nazioni europee sia durante la guerra ma soprattutto dopo. Anche la prosperità americana però aveva radici deboli. I salari non crescevano e l'agricoltura era in difficoltà. La crescita rapida generò così effetti distorsivi. La domanda, essendo bassi i salari, era molto lenta rispetto alla produttività galoppante del sistema industriale e si generarono fenomeni di sovrapproduzione e speculazione finanziaria, che a loro volta alimentarono il crollo. 

Negli Stati Uniti poi il collasso del sistema fu ancora più duro, perché per alimentare una domanda fiacca rispetto alla crescita le banche concessero iniezioni di credito ai consumatori, portando avanti pericolose politiche speculative. I consumatori, entusiasti del credito concesso a buon mercato, lo usarono in maniera sregolata, acquistando beni di consumo durevoli propri di una moderna e compiuta società di consumi come automobili, immobili, senza avere redditi tali da sopportarne il carico e soprattutto bloccando ben presto il mercato. I beni durevoli sono tali proprio perché hanno una durata lunga nel tempo e una volta acquistati non si esauriscono nel breve periodo. I beni di consumo immediati (cibo, vestiario, etc.) sono invece di continuo ricambio, perché finiscono velocemente. Costruire una crescita su beni considerati elastici, la cui domanda si contrae con l'imperversare di una crisi, invece che su consumi anelastici significa rendere il sistema fortemente vulnerabile. Infatti tra il 1929 e il 1931 la produzione di automobili dimezzò.

Con la fine della crisi, che arrivò dal 1933 in poi, e con il varo del New Deal da parte del presidente Roosevelt qualcosa cambiò, le gravi difficoltà per le fasce sociali più deboli furono parzialmente attenuate, ma il decollo non ci fu. Soltanto con la nuova e terribile guerra mondiale l'economia si riprese. 

Il sistema economico mondiale e i governi dei paesi occidentali impararono dai propri errori. Un sistema di crescita senza controllo era illusorio; erano necessarie regole, accordi ed interventi di natura economica e politica, seppure non turbativi del libero gioco economico, per indirizzare l'economia verso una crescita sostenibile. Che cosa invece stiamo imparando noi dalla crisi attuale?

20 settembre 2013

Roma capitale d'Italia

di Roberto Marino 


Chissà quanti studenti ed ex studenti liceali si sono trovati a tradurre la famosissima frase del De Oratore di Cicerone: «Historia magistra vitae», "La storia è maestra di vita". Ed effettivamente il grande oratore latino non si sbagliava affatto. In particolare, la Storia diventa ancora più maestra quando ci passa molto vicino, proprio come è accaduto il 20 settembre 1870, giorno della Breccia di Porta Pia. 

L'episodio dello sfondamento delle mura della Porta - disegnata da Michelangelo e fatta costruire da Papa Pio IV tra il 1561 e il 1565 - segna l'effettivo completamento del processo risorgimentale, che ha portato all'unificazione del regno d'Italia. Va precisato però che l'attuale superficie del territorio italiano (con l'aggiunta dell'Istria) si raggiunse soltanto in seguito alla fine della I Guerra Mondiale con i trattati di Parigi e Rapallo, attraverso i quali l'Italia ottenne il Trentino, Trieste e, appunto, l'Istria. 

Come ormai tutti sanno - non solo grazie allo studio della storia fatto a scuola, ma anche alle celebrazioni del 150° anno della unificazione italiana che si sono svolte due anni fa e che hanno rinfrescato la memoria a chi ne aveva bisogno - il 17 marzo 1861 l'Italia fu dichiarata regno unitario con l'assunzione del titolo regale da parte di Vittorio Emanuele II. Rimaneva però ancora aperta la questione romana. 

Il 27 marzo 1861, il presidente del consiglio dei ministri, Camillo Benso conte di Cavour, aveva affermato, in un solenne discorso tenuto alla Camera dei deputati, che soltanto Roma avrebbe potuto ricoprire il ruolo di capitale del nuovo stato. Per motivazioni di elevato spessore morale, culturale, storico ed intellettuale precisa Cavour nel suo discorso, in quanto «Roma è la sola città d'Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali, tutta la storia di Roma, dal tempo dei Cesari al giorno d'oggi, è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè, destinata ad essere la capitale di un grande stato». 

Uomo d'altri tempi Cavour, non c'è dubbio, in grado di suscitare grandi passioni, infiammare i cuori in vista della realizzazione di un grande progetto - del resto lo aveva già dimostrato guidando politicamente e culturalmente il processo di unificazione - stemperando, contemporaneamente, l'eccessivo interventismo sia delle forze di sinistra che di quelle nazionalistiche di destra attraverso un richiamo alla grandezza storica e morale di Roma e alla sua neutralità culturale. Le prime avrebbero infatti voluto marciare su Roma già in quello stesso 1861 per realizzare uno stato laico, le seconde avrebbero voluto fare altrettanto per orgoglio nazionale. 

Un'azione di quel tipo e in quelle condizioni storiche e politiche non era però possibile e neppure auspicabile. A difendere la città di Roma, sede pontificia e simbolo del potere temporale del papa e della cristianità, c'erano i francesi di Napoleone III. Lo stesso imperatore francese che aveva aiutato l'Italia a realizzare la propria unità a spese dell'Austria e che doveva difendere il cattolicesimo dalle incursioni italiane, pena l'abbandono dell'elettorato cattolico. Invadere Roma avrebbe significato scatenare una guerra con la Francia, che il neonato regno d'Italia non avrebbe potuto sostenere.

Per questa ragione, nel settembre 1864 i due Paesi firmarono una convenzione che risolveva la questione romana. Il documento stabiliva che Napoleone III accettava di ritirare le proprie truppe da Roma e lo stato italiano si impegnava a non invadere lo Stato pontificio e a trasferire la capitale da Torino a Firenze. Fu scelta la città toscana, sia per la sua posizione strategica che la poneva al riparo da eventuali invasioni della valle Padana, e sia logistica in quanto posta al centro del Paese. Ma la soluzione lasciava ovviamente delusi i protagonisti e sostenitori del Risorgimento - soprattutto i democratici - che volevano dare un taglio netto con la storia preunitaria e con ciò che restava di essa, che si manifestava nel potere temporale della Chiesa. 

L'occasione per realizzare il progetto della presa di Roma si manifestò nel 1870, durante la guerra franco-prussiana. L'1 settembre di quell'anno, l'esercito francese fu sconfitto a Sedan dal comandante in capo dell'esercito prussiano, Helmuth von Moltke, che lo costrinse alla resa. Napoleone III perdeva il potere e l'Italia, cinque giorni dopo, pensò di approfittarne chiedendo al papa Pio IX il consenso per annettere Roma e il Lazio al regno d'Italia in cambio di alcune garanzie. Il pontefice rifiutò e il 20 settembre le truppe italiane entrarono a Roma, violando la sovranità dello stato pontificio e causando simbolicamente uno squarcio nelle mura della Porta Pia a segno della rottura di un sistema di potere secolare. Nel gennaio dell'anno successivo, la capitale fu spostata a Roma e il 13 maggio fu approvata la legge delle guarentigie (garanzie), che assicurava al papa l'inviolabilità della persona, gli onori sovrani, il diritto ad un corpo di guardia armato a difesa dei palazzi vaticani, il pieno esercizio delle proprie funzioni di capo spirituale e una generosa dote finanziaria annua come risarcimento pari a 3.225.000 lire (rivalutato dall'Istat al 2009 in circa 13,5 milioni di euro).

Il Papa non accettò la legge, definendola un «mostruoso prodotto della giurisprudenza rivoluzionaria», si dichiarò prigioniero politico e promulgò il decreto Non expedit (non conviene), attraverso il quale vietava ai cattolici di partecipare come elettori e come eletti alla vita politica dello Stato italiano. Soltanto in epoca giolittiana, nel 1913 con il patto Gentiloni, la questione fu risolta. Il nuovo papa Pio X accettò la partecipazione dei fedeli alla vita politica, allo scopo di fermare l'avanzata delle forze socialiste e anarchiche e nel 1919 nacque, ad opera di don Luigi Sturzo, il primo partito cattolico italiano col nome di Partito Popolare Italiano (PPI). 

Ciò che accadde dopo è storia del Novecento, che ben conosciamo. Certo è che il popolo italiano difficilmente toccò, nei decenni che seguirono, punte di alto valore morale come durante il Risorgimento, se si escludono rare eccezioni. Grandi ideali, passioni, impegno civile da parte di intellettuali e gente comune, che, in prima persona e spesso rischiando la propria vita e la libertà, si impegnarono a realizzare un sogno secolare; questo fu il Risorgimento. Oggi sembra che quei valori siano stati messi da parte, perché sempre più spesso notiamo grandi difficoltà nel riuscire a fare squadra e realizzare il bene comune. Individualismo fine a se stesso, corruzione, mancanza di visione d'insieme e senso della collettività, scarsa lungimiranza della classe dirigente, litigiosità inconcludente ed autoreferenziale della politica stanno generando un cocktail pericoloso per la società. Tutti elementi che "fruttano" all'Italia una cattiva fama all'estero, simbolo di una vulgata forse un po' approssimativa ma anche quadro di una gran fetta di società esistente. 

Riprendere in mano valori sani è invece il miglior modo per onorare la nostra cultura - fatta anche di elementi dignitosi e invidiati -, dimostrare di aver imparato la lezione della Storia, non lasciare che questa ci passi di lato. 

15 settembre 2013

L'origine della crisi finanziaria statunitense

di Tommaso Andreoli

La crisi che ha interessato i mercati finanziari dei paesi maggiormente sviluppati, e che gli esperti hanno indicato come la più grave dal dopoguerra, trae origine nell’agosto del 2007 dal segmento dei mutui immobiliari statunitensi: i cosiddetti subprime.

Nonostante il complesso scenario economico rimanga ancora oggi tutt’altro che di semplice lettura, è comunque possibile, in estrema sintesi, giungere a evidenziare quattro elementi di tipo strutturale e comportamentale, la cui interazione ha di fatto innescato lo scoppio della crisi:
  1. una politica monetaria che la Federal Reserve (Fed), la banca centrale americana, ha per lungo tempo perseguito, mantenendo bassi i tassi di interesse a breve termine;
  2. l’eccessivo trasferimento del rischio di insolvenza a soggetti terzi da parte di istituti finanziari mediante prodotti ad hoc che facilitassero l’espansione del credito;
  3. l’inefficace e lacunosa regolamentazione delle istituzioni finanziarie;
  4. l’errata valutazione da parte delle società di rating circa le rischiosità legate alle attività finanziarie.
Nel periodo che va dal terzo trimestre 2001 al primo trimestre 2005, la Fed fissò tassi di interesse nominalmente bassi per attutire l’impatto recessivo dovuto all’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre e allo scoppio della bolla dot.com. Tale provvedimento - unito alla precisa volontà del governo statunitense di dare concretezza allo slogan «Una casa per tutti» e consentire anche ai cittadini delle fasce meno abbienti d'essere possessori di una casa (nel 2003 venne approvata la legge American Dream Downpayment Act che introdusse un sussidio federale all’acquisto di case interamente finanziate con i prestiti) - diede un forte impulso all’espansione degli impieghi delle banche, in particolare nel settore immobiliare.

A tal proposito risulta significativo notare la crescita dei volumi dei mutui residenziali concessi negli Stati Uniti, che dal 2000 al 2006 quasi raddoppiarono il loro ammontare fino a giungere a 11.000 miliardi di dollari, di cui 6000 miliardi risultavano cartolarizzati. È necessario altresì ricordare che nel mercato statunitense questi mutui si dividono in quattro categorie: i) Agency; ii) Jumbo; iii) Alt-A; iv) Subprime.

Le prime due tipologie vengono concesse a persone considerate «affidabili»; la terza a creditori che lo sono di meno; mentre la quarta e ultima categoria viene concessa a mutuatari poco «bancarizzabili», vale a dire con un’elevata probabilità di insolvenza (spesso si dice con basso merito di credito). La concessione di mutui subprime avvenne anche attraverso la particolare formula dei cosiddetti contratti NINJA (No Income, No Job, No Asset), e grazie appunto alla modifica della regolamentazione dei mutui ipotecari da parte delle amministrazioni democratica e repubblicana, rispettivamente sotto la Presidenza Clinton e quella Bush, che si servirono dei noti istituti Freddie Mac e Fannie Mae (1) per favorire la concessione di finanziamenti.

Dal punto di vista delle condizioni contrattuali, i mutui subprime sono generalmente caratterizzati da:
  • rapporto tra ammontare del prestito e valore dell’immobile (loan-to-value ratio o LTV) uguale o persino al superiore al 100%;
  • tasso variabile (Adjustable Rate Mortgages);
  • tasso definito “allettante” (teaser rate), chiamato così perché molto basso per i primi due o tre anni e successivamente destinato a incrementare per via della revisione delle condizioni contrattual (reset).
A regime, i mutui subprime furono tutt’altro che alla portata di chi li accese. Questi erano infatti caratterizzati in media da tassi più alti di quelli destinati a clienti primari. Nonostante ciò, gli intermediari finanziari specializzati in mutui (le finanziarie e mortgage brokers) e le banche commerciali in qualità di mortgage originators hanno addirittura venduto mutui subprime a questi ultimi, adottando spesso pratiche di offerta insistenti, talvolta aggressive, al limite della legalità.

La valutazione del merito di credito è stata in genere molto approssimativa, con concessione di mutui di tipo low doc e no doc, ossia basati su scarsa e totale assenza di documentazione. Si è calcolato che all’incirca il 50% dei mutui subprime sono stati effettuati da mortgage brokers, intermediari che non erano soggetti alla supervisione della vigilanza e scarsamente regolati dai singoli Stati, incentivati nella loro vendita da forti guadagni.

La costante immissione di liquidità nel sistema bancario aveva, tra gli altri, l’obiettivo di espandere il credito al consumo, così da favorire una maggiore capacità di spesa pro capite e di riflesso una crescita delle aziende e dell’intero sistema americano. La politica creditizia alimentò dunque una politica del debito, che portò le famiglie americane a investire sempre di più in beni di consumo e immobili, aumentando fino all’eccesso il loro livello di indebitamento.

Dal 2001 al 2006 al lievitare del prezzo delle case si è nel contempo assistito alla crescita dell’indebitamento, con conseguente peggioramento della qualità del credito; quest’ultimo ha necessitato di un ricorso sempre maggiore al trasferimento del rischio di credito al mercato attraverso l’utilizzo di nuovi strumenti finanziari detti prodotti strutturati, concepiti appunto per spostare verso creditori terzi gli alti rischi di insolvenza.

Un tipico esempio di questa classe di prodotti sono gli Asset Backed Securities (ABS), vale a dire titoli obbligazionari emessi a fronte di un portafoglio di crediti costituito da prestiti, bond, mutui o altre attività finanziarie. In altre parole, alcuni dei crediti che la banca ha concesso a suoi clienti vengono in qualche modo «impacchettati» e ceduti a una società esterna detta Special Purpose Vehicle (SPV) - “società veicolo con un obiettivo speciale” -, che nella maggioranza dei casi è creata appositamente dalla stessa banca.

Il compito svolto dalla SPV è quello di acquistare il portafoglio crediti della banca, acquisto che viene finanziato dall’emissione di una serie di obbligazioni denominate ABS. Il rimborso ai detentori di tali obbligazioni avviene mediante il denaro ricevuto dai flussi di cassa, cioè interessi e capitale, generati dal portafoglio crediti.

In conclusione, la creazione delle SPV e l’emissione da parte loro di obbligazioni ABS ha consentito alle banche di distribuire il rischio connesso alla concessione di crediti su un numero elevato di investitori.

La liquidità generata dalla vendita del portafoglio crediti poteva così essere usata dalle banche per concedere ulteriori crediti ad altri investitori, quali famiglie e imprese, e formare un circolo virtuoso di denaro. La funzione della banca passò dall'adozione dal modello di origine e detenzione dei prestiti (originate and hold) a quello di origine e distribuzione dei prestiti stessi (originate and distribute), con i vantaggi del caso riassumibili attraverso i seguenti punti:
  • crediti concessi che risultano nei bilanci come attività rischiose, essendo ceduti alle società veicolo non devono essere più contabilizzate;
  • la somma dei crediti che possono essere concessi non dipende più dal denaro raccolto attraverso i depositi a risparmio o i conti correnti;
  • nonostante i crediti concessi aumentino, le banche possono tenere un rapporto tra depositi, crediti concessi e capitale in linea con i vincoli di rischiosità e le dimensioni del portafoglio crediti che le autorità di vigilanza impongono.
Ad acquistare gli ABS erano per la gran parte altre banche pronte a rivenderle a risparmiatori e altri investitori istituzionali. Il loro effettivo valore era tuttavia difficile da stimare, dato che gli ABS appena emessi venivano venduti in mercati cosiddetti over the counter (2). Tuttavia, gli elevati rendimenti che questa tipologia di obbligazioni prometteva e la certificazione di rischiosità considerata bassa da parte delle agenzie di rating, incentivavano gli investitori a comprare questi titoli nonostante, appunto, il loro prezzo non derivasse da contrattazioni giornaliere su mercati borsistici.

La certificazione del livello di rischiosità, chiamata nel gergo rating, che era attestata da società apposite, ha contribuito non poco al gonfiarsi della bolla finanziaria. Le banche che volevano vendere i loro prodotti non potevano che fare ricorso alle agenzie specializzate per fornire una valutazione del rischio legato agli ABS, che a posteriori è risultata del tutto errata.
Le obbligazioni ABS, emesse a fronte dello stesso portafoglio crediti non avevano tutte lo stesso livello di rischio. Apprestiamoci dunque a spiegare più in dettaglio il funzionamento del meccanismo meglio noto
come cartolarizzazione.


Il trasferimento del rischio

Punto di partenza sono i derivati di credito, cioè strumenti che, come detto, permettono il trasferimento del rischio di credito, rappresentato dalla probabilità che un debitore non sia in grado di far fronte ai pagamenti (interessi e capitale).
I casi che si presentano sono in genere due:
  1. quello in cui un intermediario ha acquistato un’obbligazione (in tale situazione si può facilmente trasferire il credito vendendo il titolo);
  2. quello in cui un intermediario ha concesso un mutuo a un investitore che può essere una famiglia o un’impresa.
Tale credito non può essere ceduto tramite la vendita. Ecco perché si ricorre all’utilizzo dei Credit Default Swaps (CDS). In questa situazione, il trasferimento del rischio di credito avviene mediante l’acquisto da parte dell’intermediario A (acquirente della protezione dal rischio di default) di un titolo che obbliga il soggetto B (venditore della protezione) a farsi carico delle eventuali perdite da fallimento del debitore dell’intermediario A (debitore di riferimento). Chi acquista la protezione paga un premio (spread) a B per ricevere; in caso di fallimento del debitore di riferimento C, l’intero debito (vedi Figura 1 in basso). Da notare la seguente differenza: nel caso dell’obbligazione chi si prende il rischio deve acquistare l’obbligazione spendendo molto denaro; invece, nel caso dei CDS, ci si può assumere un rischio equivalente senza spendere nulla alla data attuale. Questo è il motivo per cui il mercato dei CDS è notevolmente cresciuto.

Figura 1: Schema del trasferimento di rischio
Il meccanismo illustrato si collega bene al processo di cartolarizzazione. Un esempio può aiutare a chiarire le idee.

A fronte di un portafoglio di titoli di credito, nella fattispecie rappresentati da mutui per un valore complessivo di $100 milioni, la SPV emette tre tranches di ABS, la cui scadenza è a 5 anni: la tranche equity, la tranche mezzanine e la tranche senior, i cui valori nominale sono pari rispettivamente a $5, $20 e $75 milioni, mentre i tassi di rendimento sono rispettivamente 30%, 10% e 6%. Chi acquista una tranche si assume l’impegno di coprire parte delle perdite dell’eventuale fallimento dei mutui sottostanti, in analogia al caso del soggetto B nel CDS. I pagamenti che affluiscono al portafoglio vengono canalizzati verso le tre tranche mediante un insieme di regole detto a «cascata». Tali pagamenti vengono per primi utilizzati per corrispondere agli investitori della tranche senior il tasso del 6% loro promesso. Se è possibile, vengono successivamente utilizzati per corrispondere ai possessori della tranche mezzanine il tasso del 10%, e, infine, sempre se possibile, per corrispondere agli investitori della tranche equity il tasso del 30%. Nel caso in cui si verifichino insolvenze, i primi a subirne le conseguenze saranno gli investitori della tranche equity. Il loro tasso di rendimento diverrà inferiore al 30%, con probabili perdite in conto capitale. Successivamente, se le insolvenze dovessero essere numerose, saranno gli investitori della tranche mezzanine a subire un decremento del loro tasso di rendimento e così anche per quelli che avevano acquistato la tranche equity.

La procedura di cartolarizzazione veniva implementata in modo tale da attribuire il rating più alto (AAA) alla tranche senior. Tale meccanismo permetteva alla SPV di poter vendere facilmente questo tipo di tranche a investitori istituzionali come i fondi pensione, per esempio, che potevano da regolamento investire in attività finanziarie con il massimo livello di qualità creditizia. La tranche equity spesso rimaneva nei bilanci della banca così da guadagnarsi la fiducia del mercato, segnalando che la parte più rischiosa del prodotto non era in vendita, se non per investitori, come gli hedge funds, la cui propensione al rischio è per loro natura molto elevata. La tranche mezzanine, la parte più difficile da collocare, subiva nuovamente un processo simile a quello descritto nell’esempio precedente, permettendo così ancora una volta di riprocedere alla generazione di titoli con rating ancora migliore a partire da un portafoglio di titoli rischiosi.

I vantaggi che la cartolarizzazione porta agli investitori sono legati:
  1. alla diversificazione del rischio, la quale deriva dalla acquisizione di una partecipazione in un pool di crediti;
  2. alla possibilità di possedere prodotti che, tramite il procedimento della suddivisione in tranche, avevano rischi e rendimenti differenti.
Il principio di diversificazione del rischio entra in gioco nel momento in cui i mutui vengono «impacchettati»; la suddivisione in tranche ha invece agevolato l’offerta di prodotti finanziari adatti sia a investitori più propensi al rischio sia a quelli che lo erano in minore misura, allargando nel contempo la possibilità di acquisire obbligazioni con elevati tassi di rendimento, che quindi pagavano cedole più alte rispetto ai bond governativi a parità di rating con tripla A.


Conclusione

In sostanza, l'errata valutazione del rating creditizio di questi prodotti ha fatto sì che si innescasse un meccanismo tramite il quale gli investitori possedevano, a loro insaputa, titoli certificati secondo un livello di rischiosità che in realtà non era quello effettivo. Nel momento in cui il mercato immobiliare e i prezzi delle case cominciarono a contrarsi, dunque un crescente numero di mutuatari iniziò a saltare il pagamento delle rate dei mutui, i flussi di cassa che avrebbero dovuto alimentare l'acquisto delle tranche e il pagamento degli interessi ai sottoscrittori di queste ultime venne meno. Le conseguenze della rottura di questo meccanismo furono devastanti. La rete di compravendita tra i vari investitori, che come detto erano per la gran parte le banche stesse, venne a recidersi  proprio a seguito del fallimento del colosso Lehman Brothers - allora quarta potenza bancaria statunitense -, contagiando tutti i partecipanti al "gioco" e trascinando dietro di sé perdite di ricchezza enormi.

Dopo che il mondo intero ha pagato e ancora oggi continua indirettamente a pagare le conseguenze di questa catastrofe finanziaria, le domande che a molti sorgono spontanee sono: abbiamo imparato qualcosa da ciò che è accaduto? Possiamo davvero ritenerci al sicuro e pensare che una crisi del genere non possa più ripresentarsi?




(1) Fannie Mae è il nome comune della Federal National Mortgage Association; Freddie Mac è il nome comune della Federal Home Loan Mortgage Corporation.

(2) Tale termine nasce dall’abitudine che vi era in passato di trattare affari nei dintorni di Wall Street. Spesso, infatti, le trattative avvenivano sul bancone dei bar (over the counter, appunto). La negoziazione si riferiva a titoli che non erano presenti nei circuiti ufficiali di Borsa. Oggi tali tipi di contrattazione avvengono via telefono o in maniera telematica.

Così cinque anni fa cominciava la crisi...

di Roberto Marino 

"Era una notte buia e tempestosa...", questo è l'incipit dell'interminabile romanzo che Snoopy, il simpatico e cinico bracchetto uscito dalla penna - pardon, dalla matita - di Charles Monroe Shulz, prova continuamente a scrivere. Interminabile come questa durissima crisi economico-finanziaria iniziata cinque anni fa.

Quello di cui oggi ricorre un triste anniversario, del quale avremmo fatto volentieri a meno, non è però una notte - seppure altrettanto buio e tempestoso - ma un giorno, passato alla storia (recente) come "black Monday". Era infatti un lunedì il 15 settembre 2008, giorno in cui la Lehman Brothers, una delle più grandi e potenti banche americane d'investimento del mondo, annunciava di avvalersi del Chapter 11 del Bankruptcy Code statunitense; il che significa che dichiarava bancarotta. Quella data ha segnato l'inizio del grande putiferio che ha caratterizzato la fine degli anni Zero e l'inizio dei Dieci di questo XXI secolo e da cui non si riesce ancora ad uscire. Black Monday che ci ricorda un altro "black day" rimasto famoso nella storia, il Martedì nero del 29 ottobre 1929, che diede inizio alla Grande Crisi.

Se i paragoni storici risultano spesso un po' azzardati e grossolani, almeno dal punto di vista delle cause, possono non esserlo per quello che riguarda le conseguenze. Il contesto che caratterizzava il mondo e l'Europa alla fine degli anni Venti e all'inizio dei Trenta del secolo scorso era ben diverso da quello odierno. Non esisteva la globalizzazione dei mercati economici e finanziari come la conosciamo oggi, esisteva invece una forte determinazione nazionale dei singoli Paesi europei. La speculazione finanziaria era meno o diversamente aggressiva e gli Stati Uniti si trovavano ancora in una posizione geopolitica prevalentemente isolazionista, nonostante i forti flussi di capitali indirizzati verso la Germania che avviarono il processo di ricostruzione. 

Il forte protezionismo americano fu sicuramente, dal punto di vista strettamente economico, una delle concause della grande crisi degli anni '30, perché non permise una libera circolazione di merci e un riassorbimento all'esterno delle sovrapproduzioni interne delle stesse. E' anche vero però che l'Europa visse una situazione meno drammatica rispetto a quella americana (ad accezione della Germania che dipendeva fortemente dai capitali americani e che per le gravi difficoltà imboccò quella via dittatoriale che conosciamo bene e che le consentì di diventare una tra le grandi potenze) proprio a fronte di una forte caratterizzazione nazionalistica, che impegnava i governi (spesso dittatoriali) a forti interventi di pianificazione. In America invece la situazione fu di gran lunga più nera e soltanto l'intervento dello stato con il varo del New Deal rappresentò un tentativo di risposta (pubblica) al problema. In ogni caso, ci vollero anni ed una guerra da 50 milioni di morti per la ripresa vera e propria, mentre intanto, proprio negli Stati Uniti, si verificava più o meno quello che accade oggi in Europa e nell'area mediterranea in particolare: crollo dei consumi, chiusura delle aziende, perdita del lavoro, disoccupazione.

Se la forte caratterizzazione nazionale fu uno dei punti di "forza" dell'Europa di ottanta anni fa, oggi è di sicuro un punto di debolezza. La difesa di interessi nazionali, che si regge sulla mancanza di una Unione forte di carattere politico, sulla carenza di regole certe ed uniformi di stampo economico-finanziario, sulle differenze che spesso sono divenute lacune di tipo culturale, ha creato una Europa a due velocità. Un organismo simile non ha potuto e non può dare risposte nette e decise alla crisi, che diventa, per questo ed altri motivi, globale o quasi. 

Sì, perché altri Paesi, i cosiddetti emergenti come la Cina - ma lista è lunga - ad esempio, hanno registrato tendenze opposte rispetto all'Occidente, con punte di crescita anche del 7-8% l'anno di Pil. Ovviamente, la specificità della crescita della Cina è stata caratterizzata dalla capacità di sapersi incuneare nelle debolezze dell'economia europea, in particolare italiana, sfruttando, come sempre accade, la difficoltà di qualcuno per avvantaggiarsene, così come dalla presenza di una tutela legislativa e sociale decisamente inferiore rispetto a quella dei Paesi della vecchia Europa e dell'Italia nello specifico.

E' innegabile però che la crescita ci sia stata, a parte tutte le specifiche del caso, anche e soprattutto per la maggiore flessibilità dei Paesi emergenti di fronte al cambiamento globale. L'Europa, almeno una certa parte, e l'Italia non sono state in grado di adeguarsi, rinunciando ad impostare un programma di riforme legislative ed economiche strutturali in grado di resistere alla crisi e provare a superarla. 

Proprio due giorni fa il commissario dell'Ue, Olli Rehn, ha messo in guardia l'Italia per quanto riguarda la situazione economica, mostrando preoccupazione per l'ulteriore calo del prodotto interno dello 0,2% nel secondo trimestre di quest'anno. E c'è anche il rischio che il rapporto deficit/Pil possa nuovamente superare la soglia critica del 3%, riportandoci nella procedura di infrazione chiusa poche settimane fa. E' innegabile dunque che si avvi un processo di riforme nazionali (ed europee) così come lo stesso Rehn ha invitato a fare, che potrà partire solo quando si deciderà di mettere da parte le beghe politiche di altro genere, si smetterà di temporeggiare e si comincerà a lavorare. Nulla di nuovo vero, ma rimasto ancora lettera morta.

08 settembre 2013

8 settembre 1943

di Roberto Marino


Quante cose sono cambiate da quell'8 settembre 1943, eppure quante cose sono rimaste simili! Oggi l'Italia è, sotto molti aspetti, profondamente mutata rispetto a 70 anni fa; ma sarà poi totalmente vero? Cerchiamo di capirlo con una breve analisi. 

Il nostro Paese, fortunatamente, si ritrova ad avere una costituzione democratica solida (anche se a volte interpretata all'occorrenza, a seconda del gruppo di potere o del singolo che deve beneficiare di uno dei suoi principi o articoli). Possiede un parlamento che è l'espressione della volontà popolare e che legifera sulle materie di interesse per la comunità (nonostante spesso accada che la volontà di una certa parte di elettorato sia più valevole di quella di un'altra). Vive una situazione di benessere economico imparagonabile sicuramente alla condizione di povertà di 70 anni or sono (però la crisi economica ruggisce e morde ancora molto e le aziende che chiudono e gli imprenditori che si suicidano sono sempre troppi). Ancora, fa parte di una unione (per adesso soltanto) monetaria di stati europei, realizzata dopo aver imboccato, proprio a partire da quel 1943 di cui l'8 settembre ne sancì l'ufficialità, la strada di un percorso di collaborazione extra statale con le potenze democratiche di allora; percorso che - si spera - si concluderà un giorno con un superamento delle logiche nazionali (le contraddizioni, i giochi di potere, la mancanza di regole veramente uniformi per tutti i Paesi sono però ancora tanti). Infine, l'Italia è ancora immersa in una dimensione in cui manca una progettualità politico-amministrativa e culturale lungimirante, in grado di traghettarla realmente verso una situazione di sviluppo e che possa mettere a frutto le sue potenzialità ancora troppo quiescenti o abbandonate a se stesse. Certamente, la confusione attuale non è storicamente assimilabile a quella del periodo di confronto, ma lo è culturalmente parlando. 

Veniamo ora a ciò che accadde in quell'8 settembre di 70 anni fa. Cinque giorni prima di quella data, ovvero il 3 settembre, il generale e Maresciallo d'Italia, Pietro Badoglio, nominato poco più di un mese prima capo del governo dal re Vittorio Emanuele III, «riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane». Il documento venne firmato a Cassibile, presso Sicuracusa.

La situazione militare, politica e sociale dell'Italia è disastrosa. Il nostro Paese era stato trascinato in una guerra che non è in grado di sopportare né dal punto di vista degli armamenti, né da quello economico e neppure dal punto di vista dell'organizzazione e del morale. Del resto, le campagne di Grecia e Albania del 1940-'41 e quelle nordafricane del '42 lo avevano dimostrato chiaramente. Ma è nel luglio di quel 1943 che la situazione diventa incandescente per il Regno d'Italia. 

Con l'entrata in guerra degli Stati Uniti (7 dicembre 1941) e lo sbarco in Sicilia (10 luglio 1943) la situazione militare e geo-politica comincia lentamente a cambiare. In particolare, questo secondo evento segna definitivamente la nuova piega degli eventi. L'operazione Husky, più famosa come sbarco in Sicilia - deciso durante la Conferenza di Casablanca da americani e inglesi - porta le truppe angloamericane ad occupare la Sicilia prima e l'Italia meridionale in seguito, sfruttando l'Africa settentrionale come ponte per raggiungere l'Europa. 

Il contraccolpo nel governo italiano è enorme. L'occupazione della Sicilia, che accoglie i neo-arrivati come liberatori attesi da tempo, porta immediatamente alla spaccatura del partito fascista e alla messa in discussione della leadership mussoliniana. Il Gran Consiglio del fascismo, l'organo presieduto dai maggiori dirigenti del partito che svolgeva compiti di vigilanza ed epurazione (deliberava sulla formulazione delle liste dei candidati da proporre al corpo elettorale, sugli statuti, ordinamenti e direttive politiche del Partito, esprimeva pareri su questioni di carattere costituzionale in genere, formava la lista di candidati per la nomina a capo del governo, da presentare al re, in caso di vacanza del posto) durante una riunione fiume, convocata d'urgenza e tenuta nella notte tra il 24 e 25 luglio, con la mozione Grandi, votata da 19 favorevoli e 7 contrari, considera decaduto Benito Mussolini. 

Il Gran Consiglio non ha però il potere di estromette Mussolini dalla sua carica di capo del governo, potere, almeno formale, che ancora spetta al re Vittorio Emanuele III. Nella mattinata del 25 luglio infatti, il sovrano convoca il duce e, dopo averlo destituito dell'incarico dichiarando di aver già mosso i primi passi per sostituirlo con il maresciallo Badoglio, lo fa arrestare mentre scende gli scalini di Villa Savoia. 

Il periodo che segue quella data e che arriva fino all'8 settembre è passato alla storia come «i quarantacinque giorni». Sono giorni duri, durissimi. L'Italia passa da un momento all'altro a perdere le proprie figure di riferimento, un quadro politico, ideologico e culturale - seppure inadeguato - che prima aveva. I soldati non sanno da che parte schierarsi e cosa fare, con i fascisti che fanno propaganda di tradimento e che, sostenuti dai tedeschi, organizzano cruente rappresaglie da una parte, gli Alleati che risalgono la penisola dall'altra e il desiderio di tornare a casa, dopo anni di dure campagne militari, da un'altra ancora. 

Alla fine, arriva la data dell'armistizio. L'Italia passa ufficialmente dalla parte degli Alleati, anche se a condizioni piuttosto dure: deve arrendersi senza condizioni, non viene accolta tra gli Alleati e le viene riconosciuto lo status, poco chiaro, di cobelligerante. Questo però è solo l'inizio della dura risalita italiana. Gli anni che seguiranno fino alla conclusione della guerra e alla ricostruzione saranno altrettanto violenti, confusi e difficili da sopportare.

Certo, dire oggi che nulla è cambiato e che, fondamentalmente, ci ritroviamo in condizioni simili a quelli del periodo bellico sarebbe storicamente assurdo e infantile. La Storia cammina avanti e non rimette mai i piedi all'interno delle proprie orme. Altrettanto certo però è che ci aspettano sfide similmente difficili da superare - non soltanto nel futuro, ma anche nell'immediato presente - e che dobbiamo essere all'altezza di chi ci ha preceduto, per riuscire a superarle con la stessa forza d'animo, determinazione e ostinazione, che da sempre caratterizzano il popolo italiano.

09 maggio 2013

Il coraggio di essere normali. In memoria di Peppino Impastato.

di Roberto Marino

Oggi è il 9 maggio e in questo giorno di 35 anni fa moriva Peppino Impastato, giornalista, conduttore radiofonico, attivista e politico italiano, ucciso dalla mafia a soli 30 anni.  La sua  storia è ormai diventata celeberrima, ed ha raggiunto ed entusiasmato il grande pubblico anche grazie alla diffusione avvenuta attraverso la ricostruzione compiuta dal regista Marco Tullio Giordana nel film I cento passi, così come grazie alla canzone I cento passi, incisa dai Modena City Ramblers in corrispondenza al film.

La storia del giovane Peppino ha commosso e spinto l'Italia a reagire, tanto che negli anni sono state portate avanti numerose iniziative. Nel 2009 è stata posta una targa commemorativa nella biblioteca comunale della cittadina di Ponteranica, suscitando anche molte polemiche in area leghista, che portarono alcuni ragazzi di Bergamo ad inaugurare una biblioteca popolare a Peppino. Nel maggio di tre anni fa, al termine della consueta cerimonia commemorativa in ricordo del giovane Impastato, ci fu la simbolica consegna delle chiavi di casa del boss di Cinisi, Gaetano Badalamenti, zio di Peppino, al sindaco del piccolo paese, il quale le consegnò a sua volta le all'Associazione Culturale Peppino Impastato. Ancora, nel 2012 la casa di Peppino viene riconosciuta bene culturale come "testimonianza della storia collettiva e per la sua valenza simbolica di esempio di civiltà e di lotta alla mafia". 

Tutte azioni celebrative, doverose, ovviamente necessarie - non soltanto in senso istituzionale, ma anche morale - e forse, nella maggior parte dei casi, anche sentite. Ma appunto soltanto manifestazioni di ricordo. Questo non significa che non debbano essere fatte; è ovvio che una comunità, uno Stato, una società debbano rispondere anche in maniera simbolica e culturale. Quello che purtroppo non si riesce ad evitare in situazioni come queste è la trasformazione in miti dei personaggi che si sono impegnati concretamente nella lotta alla mafia. 

La mitizzazione è un fenomeno abbastanza articolato, che coinvolge diverse realtà. Nel mondo iper-comunicativo in cui viviamo, i media sono direttamente coinvolti in questa operazione per cui, grazie alla rapida diffusione di notizie e all'accurato lavoro di manipolazione (che non significa modifica del contenuto di un evento o una notizia, bensì lavoro sul suo contorno in termini di presentazione e di impatto emotivo) il processo di divinizzazione di un fatto, dell'immagine di un personaggio si compie. 

La mitizzazione di un personaggio rischia però paradossalmente di offuscare il messaggio che egli ha voluto mandare, portare avanti, dimostrare con il suo esempio. Infatti, se da una parte il mito porta all'ammirazione, alla dichiarazione di lode nei suoi confronti e in qualche caso anche all'emulazione, dall'altra parte (ed è quella quantitativamente più numerosa e dunque più rilevante) il mito spinge in una direzione di deresponsabilizzazione, di assoluzione morale. Il mito viene ammirato, esaltato, venerato ma, proprio perché considerato un eroe, un personaggio dalle doti e qualità superiori rispetto agli altri uomini, viene relegato in una sfera quasi ultramondana e il suo esempio per nulla imitabile dagli uomini cosiddetti normali, comuni.

Lo sapeva bene Giovanni Falcone che non ha mai considerato se stesso un eroe e che da eroe non voleva morire né come eroe essere ricordato. Egli diceva - parlando dell'impegno che lo Stato come organismo istituzionale deve mostrare nella lotta alla mafia - che «Quando esistono degli organismi collettivi, quando la lotta non è concentrata o simboleggiata da una persona sola, allora la mafia ci pensa due volte prima di uccidere». E' questo il senso dell'impegno che uomini socialmente e culturalmente attivi come Giuseppe Impastato, e normali servitori dello Stato come Falcone, Borsellino, Rocco Chinnici, il generale Dalla Chiesa, che ricorderemo ed osanneremo retoricamente fra qualche settimana o qualche mese, hanno profuso nella lotta alla mafia, pagando con la vita la loro "impudenza". 

Uomini normali, che avevano un coraggio normale che tutti, nel piccolo o nel grande dovremmo avere. Coraggio che ci sembra eroico soltanto se visto in controluce rispetto alla nostra incapacità di comprendere il significato profondo del potere della criminalità mafiosa e gli effetti devastanti che ha sulla nostra società. Siamo noi uomini "comuni" infatti ad avere un senso di collettività al di sotto della media, che non ci permette di sentire il puzzo insopportabile della criminalità e a non vedere lo scempio che ha creato. Ricordiamoci di tutto questo oggi, ricordiamocene il 23 maggio, il 19 luglio, il 29 luglio, il 3 settembre e così ogni giorno dell'anno. Ricordiamocene e riflettiamo.