Sabato in Poesia: "Vendemmia" di Marino Moretti

Vendemmia di Marino Moretti è una poesia tratta dalla raccolta Sentimento: pensieri, poesie...

Roma capitale d'Italia

Chissà quanti studenti ed ex studenti liceali si sono trovati a tradurre la famosissima frase del De Oratore...

L'origine della crisi finanziaria statunitense

La crisi che ha interessato i mercati finanziari dei paesi maggiormente sviluppati, e che gli esperti...

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"Era una notte buia e tempestosa...", questo è l'incipit dell'interminabile romanzo che Snoopy...

Sabato in Poesia: Estratto di "Beppo, racconto veneziano" (George Gordon Lord Byron)

Beppo è un poemetto satirico in ottave ariostesche (secondo lo schema metrico ABABABCC), attraverso il quale Byron affronta...

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11 ottobre 2013

Carmine Abate si racconta...

di Giovanna Cafaro e Roberto Marino


Intervistare il vincitore del prestigioso Premio Campiello, o meglio avere la possibilità di dialogare con lui, non è un evento che capita tutti i giorni. Per la difficoltà nel reperimento dell'ultra impegnato scrittore, sempre occupato nella promozione e nella presentazione della propria opera e della propria arte. Per la difficoltà nel riuscire a superare il muro di sostenitori, fan, ammiratori - accaniti e famelici nel tentativo di portare a casa il loro trofeo autografico o fotografico - che sempre si trova durante gli incontri col pubblico. Per la ritrosia, spesso presente nei personaggi noti - che si atteggiano sempre più similmente a rockstar snob, autocompiaciute e ribelli - nei confronti di ciò che non frutta un rientro di immagine all'altezza del proprio valore e della propria fama.

Nel caso in cui invece si incontri uno scrittore come Carmine Abate, tutto questo non avviene. Perché è calabrese; un calabrese doc che ha mantenuto intatti i valori di generosità e disponibilità, tipici della cultura degli abitanti di quella, di questa regione. Perché trova sempre un attimo di tempo per tutti, anche se la somma di tutti quegli attimi si trasforma in un tempo decisamente lungo.

Quando al termine di un incontro di "passeggiate letterarie" all'interno dei suoi due ultimi libri La collina del vento (2012) e Il bacio del pane (2013), organizzato dal Lions Club in una qualunque cittadina, magari calabrese  - Cirò Marina in provincia di Crotone, tanto per citare un nome - gli si chiede quale valore aggiunto abbia la cultura calabrese in un mondo globalizzato, con il rischio che questa possa diventare un racconto anacronistico del passato, dal momento che parla di valori antichi, Abate risponde con disinvoltura. «I valori non sono antichi ma sono universali, la cultura calabrese ne è piena. Ad esempio, quello che più mi sta a cuore è la dignità. I valori fanno parte della nostra storia, vanno modernizzati e trasmessi ai giovani di oggi attraverso il recupero della memoria». Questa, non è mai nostalgica, anzi come una bussola permette di «orientarci nel presente» con uno sguardo rivolto al futuro. 

I romanzi di Abate sono caratterizzati da una scrittura parlata - così direbbe Roland Barthes - in grado di coinvolgere in maniera sinestetica i sensi del lettore e di catapultarlo all’interno di un mondo fatto di riti antichissimi e valori che si tramandano di padre in figlio. Ecco perché i suoi eroi sono spesso adolescenti: ne è «attratto per lo sguardo» - spiega - «uno sguardo sul mondo» come sinonimo di «un occhio che lo illumina», che si genera e si «reinventa nel momento in cui lo si guarda», insomma uno sguardo creativo.  

La suggestiva occasione dell’incontro sembra aderire perfettamente con lo spirito del suo protagonista, fatta di atmosfere evocative che riportano alla mente viaggi culturali sospesi a metà tra il reale e la fantasia. E nell’aria vibrano i versi letterari accompagnati da una magistrale chitarra battente suonata dal maestro Cataldo Perri. La curiosità di noi spettatori si arresta sul modo in cui la musica enfatizza una certa produzione letteraria. 

In una atmosfera così densa, il pensiero si volge a ciò che ha scritto lo storico medievista Augusto Placanica. Nel libro Storia della Calabria, in cui si compie una disanima dell'evoluzione economico-sociale della regione, lo studioso pone l’accento sul carattere lugubre, triste dei canti popolari calabresi che fanno parte della letteratura di questa terra e che racchiudono la frustrazione, la sofferenza e il dolore per una condizione drammatica di povertà e sfruttamento lunga molti secoli. Lo scrittore arbëresh dimostra di conoscere, ad esempio, i canti funebri tradizionali, tanto da averli recuperati e utilizzati nelle sue opere: in La collina del vento (2012), dove è presente infatti il lamento della nonna «che canta il marito» per la perdita, il dolore e i soprusi subiti nel corso della vita; in Il ballo tondo (2000), strutturato sotto forma di Rapsodia. Naturalmente, continua Abate, «ciò a cui faceva riferimento Placanica ha a che fare con la Calabria tradizionale: le persone che scrivevano soffrivano non solo per le pene d’amore, ma soprattutto fisicamente. Non dimentichiamo che nel Mezzogiorno, fino alla Seconda guerra mondiale, si viveva come nel Medioevo. Con l’inizio del processo migratorio le cose sono cambiate: crollano il latifondo e conseguentemente i rapporti di tipo feudale. Oggigiorno, la situazione economica e sociale si è completamente trasformata, perciò come scrittore del presente sento la necessità di narrare e attualizzare questi temi».

Il viaggio rappresenta la rottura del singolo soggetto con il suo orizzonte spaziale e culturale, insieme alla fondazione dei presupposti per la nuova vita. Come molti calabresi, lo stesso Abate è stato costretto ad abbandonare il suo paesello, la sua regione, con tutte le conseguenze che questo ha comportato: quell’allontanamento dalla propria casa di affetti che l’antropologo Ernesto De Martino ha definito crisi della presenza, ossia lo spaesamento iniziale che si verifica quando spariscono i propri riferimenti domestici. La forza dello scrittore risiede nella capacità di «vivere per addizione», esplorando se stessi attraverso le altre culture. Il suggerimento che rivolge ai giovani è di «avere la possibilità di rimanere per provare a cambiare le cose dall’interno», augurandosi che essi «non partano o che comunque possano avere la possibilità tra scegliere se restare o andare, senza alcun vincolo od obbligo che costringa a cercar fortuna fuori»: questa «è una terra che andrebbe guarita nelle ferite e goduta nella sua bellezza». È quel giro lungo che permette a ognuno di noi d’esserci nel mondo.   

06 settembre 2013

Classici da (A)mare: "Beppo, racconto veneziano" di George Gordon Byron

di Roberto Marino


Se si potesse tornare indietro nel tempo, se la teoria della reincarnazione fosse vera e ognuno potesse scegliere in quale epoca rivivere dopo la morte, mi piacerebbe tornare nell'Italia del Settecento, magari nella Venezia del grande Carnevale. Questa almeno è la prima sensazione che ho avuto dopo aver finito di leggere il poemetto satirico di Lord Byron, Beppo, racconto veneziano

Mettendo insieme varie esperienze letterarie già vissute da illustri predecessori inglesi (il gusto per il tratteggio paesaggistico di Defoe, il disincanto agrodolce e fiabesco di Swift, l'interesse insistente per il quadro di costume di Fielding e infine l'ironia distaccata e la grande eloquenza di Pope, come fa notare il traduttore e critico Franco Giovanelli) Byron riesce, in sole novantanove strofe di otto versi ciascuna, a mettere su un'operetta gradevolissima e scorrevole da leggere - in linea con l'atmosfera rilassata di questi ultimi scampoli di estate settembrina. 

La storia molto semplice è perfettamente armonizzata con il gusto, i costumi, le vicissitudini, le atmosfere leggere, scanzonate e licenziose della Venezia del Settecento, patria di Casanova e, logicamente, del carnevale. Proprio durante questa festa infatti, la «Né giovane né vecchia» ma sicuramente molto avvenente Laura - dama veneziana rimasta vedeva dopo la scomparsa in mare del marito Beppo, "sostituito" dopo molti anni con un nobile cicisbeo - si accorge di essere insistentemente e passionalmente osservata, durante il ballo in maschera, da un uomo dai costumi mediorientali. La gelosia garbata ma decisa del conte, che accompagna la signora, farà svelare all'uomo misterioso la sua vera identità: altri non è egli che Beppo. 

L'ironia, pacata ma facilmente percepibile, percorre tutta l'opera. Le frecciatine del poeta si rivolgono innanzitutto verso il conformismo benpensante dell'epoca. Fingendosi cristiano pio e uomo moralmente integerrimo, Byron mette in luce le contraddizioni della cultura occidentale, vissuta con spirito puritano. Può dunque togliersi qualche sassolino dalla propria scarpa letteraria, denunciando esplicitamente la presunzione convinta di alcuni scribacchini che si atteggiano a poeti e scrittori e che si dilettano ad introdurre le donne di buona società nel sacro mondo della cultura. Smaschera, infine, attraverso l'iperbole, i luoghi comuni di uomini e donne europei nei confronti di presunti costumi primitivi musulmani, pur non rinunciando ad evidenziare la realtà di alcune usanze arabe piuttosto strane. 

Tema centrale del poemetto è il continuo confronto tra la rigida e fredda cultura nordica - inglese in particolare - e la più sensuale e passionale cultura mediterranea italiana. I punti di divergenza sono diversi a detta del poeta, il quale non si esime dall'elencarli. Ne emerge così un quadro piuttosto lusinghiero del nostro Paese, patria di libertà, arte, bellezza, sensualità, passionalità, vita. Per indole personale, scelte di vita e sensibilità letteraria, Byron infatti è molto più legato ad una visione del mondo libera, che moralmente irreprensibile. Da questo quadro poi non rimane certamente estranea l'incoerenza che si registra nella cultura italiana tra la fede e morale cattoliche da una parte e alcuni liberi costumi dall'altra. Non certo una novità nella Storia.

Da registrare inoltre l'attrazione e la curiosità che il poeta sente per la cultura esotica, araba in particolare. Tematica appartenente con pieno diritto alla letteratura romantica - così come la vita avventurosa e raminga, la spiccata emotività - emerge in più occasioni, a volte marcando la profonda ignoranza e presunzione occidentali, anche se vissute con ingenuità e superficialità. Venezia è il palcoscenico migliore dove mettere in scena l'incontro tra le due diverse culture, proprio per la sua tradizionale vocazione di città di frontiera - come si può ancora notare dalla sua architettura storica. 

Un episodio che, a mio avviso, esemplifica al meglio questo tema - mostrando la grande genialità di Byron - è quello del caffè. Nella semplice scenetta - che passa d'emblée - di Beppo e il conte davanti ad una tazza di caffè, egli è riuscito a concentrare magistralmente (ben due secoli fa!) la necessità del confronto tra culture diverse, di cui ancora oggi si parla tanto e non se ne è ancora venuti a capo. 

Un'ultima annotazione prima di lasciare al piacere della lettura. Oltre che a teatro di  incontro tra culture diverse, Venezia, colta proprio nel periodo del carnevale, serve come ambientazione geografica a cui ancorare la propria ironia di poeta satirico. Il gioco della maschera, il vedo-non vedo, l'allusione che non afferma esplicitamente creano naturalmente quel clima di leggerezza sottilmente acuta, che fa scivolare via il testo senza troppi sospetti.

17 agosto 2013

Classici da (A)mare: "Laelius de amicitia" di M. T. Cicerone

di Roberto Marino

L'amicizia, quella autentica, è un sentimento nobilissimo, forse il più bello che possa esserci tra gli uomini. Pari o, in alcuni casi, persino superiore all'amore perché, mentre questo può finire nonostante sia stato vero e profondo (a volte proprio per quello), l'amicizia dura in eterno. Marco Tullio Cicerone infatti, nel libello Laelius de amicitia, ritiene che amore ed amicizia siano sentimenti molto affini sia linguisticamente - entrambi derivano dalla stessa radice am - sia dal punto di vista sostanziale, entrambi presuppongono il «volere bene a colui che si ama, senza pensare ad alcun bisogno da soddisfare, ad alcuna utilità da ricevere in cambio». 

E' sulla base di questa concezione che viene costruito il dialogo - già a partire dal nome - in cui si affronta il problema dell'amicizia, nella sua versione romana, dalla prospettiva di Gaio Lelio, amico di Scipione l'Emiliano e console nel 140 a. C. L'opera è costruita su tre piani temporali diversi e racconta di un dialogo tenutosi nel 129 a. C., - anno della morte di Scipione - tra lo stesso Lelio, ancora triste per la morte del grande amico di una vita, e i suoi due generi Quinto Mucio Scevola e Gaio Fannio. Cicerone però apprende del dialogo tra i tre personaggi nell'88 a. C. quando, giovane apprendista avvocato, viene inviato dal padre nella casa di Scevola, per imparare l'arte retorica e completare i propri studi giuridici. L'anno della stesura dell'opera è invece il 44 a. C. , poco dopo le Idi di marzo e dunque la morte di Cesare.

L'alternanza di piani temporali diversi permette all'autore di affiancare il proprio discorso teorico a validi esempi concreti, tratti dalla vita politica e sociale del proprio tempo, per imbastire così un discorso di carattere politico, culturale, filosofico, sociale, racchiuso dal termine "amicizia". Nella cultura romana infatti il concetto di amicizia è decisamente più vasto che nella nostra. Indica non soltanto un rapporto affettivo tra due persone, ma anche una comune appartenenza politica, culturale e sociale, una visione del mondo similare, valori morali e comportamenti pubblici affini. 

Proprio per questo suo carattere così vasto, l'amicizia a Roma, in particolar modo tra individui appartenenti a classi sociali elevate, era diventata strumento di affermazione personale in ambito politico ed economico. In questo modo però, il valore del mos maiorum - l'antico patrimonio di valori, di cui Cicerone si professa strenuo difensore - era stato tradito e la cultura romana aveva subito un degrado difficilmente sanabile. Degrado che aveva trasformato il nobile sentimento di amicizia in occasione da sfruttare strumentalmente per i propri scopi e che si era concretizzato nell'epoca delle lotte tra Mario e Silla, tra Cesare e Pompeo, tra aristocratici, equites e popolari. 

Dentro questo semplice libello c'è tutta la critica della società del tempo - fatta sapientemente da chi conosce e maneggia molto bene l'arte della parola - così come si trova la nostalgia per quelli che oggi chiameremmo "i bei tempi andati". Bei tempi ormai andati anche per il sopraggiungere a Roma di concezioni culturali provenienti dalla Grecia, che hanno inquinato l'antico costume romano diffondendo i valori della mollezza morale, della cupidigia, del desiderio di beni terreni e del soddisfacimento di piaceri. Ecco dunque che l'analisi del concetto di amicizia non può fare a meno di passare attraverso l'accenno alle concezioni filosofiche greche ormai note a Roma. 

Epicureismo e stoicismo sono le dottrine filosofiche greche più diffuse a Roma. Cicerone le spiega attraverso la cartina di tornasole del concetto di amicizia e, seppure critica la concezione stoica dell'uomo superiore bastante a se stesso e che quindi non necessita dell'amico, alla fine finisce per essere molto più indulgente con la filosofia della Stoà che con l'epicureismo. Quest'ultimo individua nel piacere il principio che guida le azioni degli uomini e di conseguenza l'amicizia viene inquinata da ambizioni personali e desiderio di soddisfare i propri bisogni. 

L'immagine di uomo e di amico che risalta da questa descrizione è quella di un individuo leale, onesto, sincero, non invadente, che rispetta la vita privata degli altri uomini, che non obbliga l'amico a compiere un illecito per essere favorito, che non lo accusa di tradimento qualora egli privilegi la propria moralità rispetto ad una versione depravata del sentimento di amicizia. Tutte virtù queste che appartenevano ai due amici per eccellenza, Lelio e Scipione. 

Infine, Cicerone conclude con un consiglio, espresso da una metafora molto efficace. Mai scegliere un amico lasciandosi prendere da un entusiasmo eccessivo, perché si rischia di compiere scelte frettolose e sbagliate. Esattamente come si fa nelle corse di cavalli, è conveniente puntare su quelli che hanno già dato prova di capacità, piuttosto che su chi non ha ancora dimostrato ai nostri occhi il proprio valore. Un consiglio valido sempre, classico nel senso più antico e profondo del termine, non c'è che dire.

11 luglio 2013

Classici da (A)mare: "La morte a Venezia" di Thomas Mann

di Roberto Marino


Provate ad immaginare la bellezza surreale di una Venezia dei primi anni del Novecento. Fate un altro sforzo di fantasia e pensate alla suggestione e al fascino tutto decadente, che una città - avvolta in una decadenza ammantata di mistero - come questa può esercitare su uno scrittore dell'epoca. Aggiungeteci un improvviso risveglio della passionalità, dell'emotività che riappare nello scrittore di mezza età, Gustav Aschenbach, austero, morigerato, che ha arginato la sua vita artistica ed emotiva nella più rigida disciplina artistica e morale. Che cosa ne potrà venire fuori, se non un capolavoro?

E non a caso questo lungo racconto è riuscito, volente o nolente, a raccogliere in sé passato, presente e futuro. Le teorie nietzscheane, il fascino per la morte, il confronto con la letteratura decadente, la psicologia, l'anticipazione della tragedia che avrebbe colpito l'Europa nei decenni successivi e, perché no, l'ispirazione che avrebbe suscitato, qualche decennio dopo, nei confronti del cinema, come ci ricorda un certo Luchino Visconti. 

La morte a Venezia racconta la storia della scoperta della Bellezza, quale può esserci nel viso di un fanciullo efebico, Tadzio, incontrato per caso o per destino. Racconta la storia di un amore platonico - che resta tale - ma che, nonostante tutto, viene consumato fino in fondo, fino alla fine, nonostante l'apparente paradosso di una tale situazione. Racconta la storia di un cambiamento, di una trasformazione in ciò che non si è o non si è mai voluto essere, che avviene soltanto a seguito di una dura lotta tra forze intrapsichiche. Tutto questo con un sottofondo d'eccezione, quasi onirico: una sensuale Venezia in rovina, che sta per essere conquistata da un'epidemia di colera, tenuta nascosta dalle autorità per non danneggiarne l'economia. 

Venezia attraente dunque, Venezia venditrice e ruffiana nasconde insidie di carattere fisico e morale, che porteranno Gustav non solo ad abbandonarsi al fascino dell'evasione, ma a rincorrere, ridicolmente ai suoi "vecchi" occhi, il mito dell'eterna giovinezza e infine a crogiolarsi nel disfacimento, nella morte (liberatrice? Punitrice? Donatrice di ebbrezza e dunque di vita?). 

La contrapposizione tra forze opposte non si esaurisce però né sul solo piano psichico né su quello cosmico-filosofico, ma si esprime anche su quello geografico-culturale, come si intuisce molto bene dal ruolo che giocano le due diverse città in cui è ambientata la storia: Monaco e Venezia. La prima è città simbolo del rigorismo, della precisione e austerità prussiane, concretizzate in ambito politico, culturale, burocratico e rispecchiantisi - in quest'opera - nel moralismo e nel razionalismo quadrati di Gustav. Della seconda si è detto abbastanza. Eppure, proprio nella stessa città di Vienna accade improvvisamente qualcosa di inaspettato e lo stesso schema appena delineato subisce una rottura, anticipando così, seppure in forma embrionale, l'andamento della storia e quindi della vita del protagonista.  

La morte a Venezia è un libro da leggere tutto d'un fiato, per la brevità del racconto (meno di 80 pagine in tutto), ma soprattutto per l'intensità della storia, contraddistinta dall'articolazione e dalla complessità del carattere di Aschenbach. La lettura di questo libro dunque, oltre che un piacere intellettuale, può essere anche un buon modo per illuminare, comprendere, vivere e gestire con maggiore consapevolezza le proprie emozioni estive - magari nate sotto l'ombrellone - cogliendo la sintonia climatica e meteorologica con la stagione in corso. 

25 giugno 2013

Classici da (A)mare: "Lolita" di Vladimir Nabokov

di Roberto Marino


«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. 
«Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita».

Non c'è modo migliore per introdurre una qualsiasi riflessione su questo splendido libro, che "servirsi" direttamente delle parole dell'autore. Parole dell'incipit per giunta, che racchiudono magnificamente, con tutte le loro sfumature, l'intero contenuto del romanzo. 

Sì, perché Lolita è un romanzo d'amore, di un amore intenso, come solo un amore perverso, ossessivo, malato può esserlo fino in fondo. Storia d'amore e sofferenza quella scritta da Nabokov, in cui - come in tutte le storie d'amore finite male che si rispettino - c'è un dominatore e un dominato, un carnefice ed una vittima, ma con una differenza rispetto alle altre: in questo caso non si capisce chi sia l'uno e chi l'altro. 

Ad una prima analisi, il carnefice sembrerebbe il "vecchio" Humbert, professore di letteratura francese alla soglia dei qurant'anni, innamorato (sì, il suo è proprio amore) di una ragazzina di dodici anni, che riesce a possedere, irretire. E non inverto a caso l'ordine logico dei due accadimenti; è solo che a tutt'ora, pensandoci bene, non saprei dire quale azione delle due avvenga effettivamente prima. Strano a dirsi, ma è la magia di questo libro che opera simili modifiche nell'ordine naturale delle cose. 

Humbert carnefice dunque, perché adulto, ma anche vittima. Di se stesso, dei propri conflitti, traumi adolescenziali irrisolti, ma anche della stessa Lolita. Nonostante la ragazzina subisca gli abusi, le richieste, le pretese di questo patrigno (Humbert sposa la madre di Lolita, che morirà poco più tardi, allo scopo di stare accanto alla ragazza) un po' troppo ingombrante, si dimostra infatti tutt'altro che ingenua e sprovveduta. Sfrutta sapientemente - pur non uscendo vincitrice né dalla storia, né dalla propria vita - il proprio forte ascendente, che intuisce immediatamente di possedere sul povero professor Humbert, per ottenere ciò che vuole, o almeno per tentare di farlo. 

Personaggio complesso, sfaccettato e per questo affascinante quello di Lolita, a metà strada tra la scaltrezza adulta e l'ingenuità post infantile di una ragazzina dell'America a cavallo tra la fine degli anni '40 e l'inizio dei '50. Un'America che si avvia verso la strada dell'opulenza economica, della piena realizzazione della società di massa, con i suoi miti cinematografici, le sue stelle della televisione, la creazione di modelli culturali decisamente attraenti per un'adolescente che vive i propri anni e che si trova immersa in un mondo di luci scintillanti. Luci che illuminano il "sogno americano". 

Se c'è una cosa però che rende questo libro un vero capolavoro è il linguaggio. Preciso, articolato, ricco, appassionato, potente. Le note descrittive sono veramente affascinanti e permettono al lettore di rivivere i pensieri, le emozioni, le esperienze, i turbamenti del professor Humbert, in preda ad un lucido delirio lungo circa cinque anni. 

Un libro veramente bello quindi quello di Lolita - con il colpo di scena finale per gli amanti delle sorprese - che non si legge, bensì si divora, con quell'avidità, quella smania, quel desiderio di possesso, che colpisce tutti i lettori voraci e che instaura quasi una "corrispondenza d'amorosi sensi", un sentimento d'empatia nei confronti del povero Humbert, che porta ad essere indulgenti con lui. 

21 giugno 2013

Classici da (A)mare: Le "Satire" di Orazio

di Roberto Marino

Un "classico" rimane sempre attuale proprio in quanto classico. Non è una contraddizione e neppure un gioco di parole, ma solo la verità dei fatti. La stessa verità, detta con la stessa lucidità di cui Quinto Orazio Flacco si serve per scrivere le proprie Satire, un libello diviso in due parti e composto da dieci satire nella prima (nel primo libro, come si soleva dire nell'antichità) e di otto nella seconda.

Opera semplice e complessa quella di Orazio, a cui ci si può accostare attraverso diverse chiavi di lettura. Si possono infatti leggere le diciotto satire, gustando la sottile ironia che le caratterizza - lasciandosi coinvolgere dallo stile arguto dell'autore e dall'eternità di riflessioni senza tempo - oppure facendo sì tutto questo, ma cogliendo nel frattempo le dettagliate descrizioni della società romana del I secolo a.C., che emerge da uno sfondo più in superficie di quello che si crede. 

E allora ecco che i vizi, i difetti degli uomini, che il poeta evidenzia senza saccenteria né bigottismo, diventano caratteristiche appartenenti a tutti gli uomini, autore compreso, sancendo la sorprendente attualità del poeta latino. Con grande modernismo infatti Orazio riesce ad evidenziare «la consapevolezza del discrimine sottilissimo, eppure indubitabile, tra bene e male, tra una vita investita secondo giustizia e una dissipata senza criterio alcuno», come dice Roberto Galaverni nella prefazione all'edizione Bur, collana Classici del pensiero libero. 

Ma se i vizi colgono tutti gli uomini, come è possibile riuscire a districarsi in un mondo difficile, in una società pericolosa senza rimanerne schiacciati? Sicuramente attraverso la filosofia, nella versione di un epicureismo moderato e consapevole che non risparmia qualche  frecciatina al più morigerato e poco realistico stoicismo. Il filo conduttore della poesia oraziana, ma anche e soprattutto della sua poetica e del suo epicureismo realistico, diventa allora la moderazione; la logica del giusto mezzo che gli fa pronunciare una delle sentenze divenute memorabili: «est modus in rebus» («c'è nelle cose una misura»). 

Proprio la moderazione, il senso della misura, conquistati attraverso l'ironia, la vis comica,  e finalizzati al raggiungimento della giusta dimensione della vita, rendono la scrittura e i ragionamenti di Orazio "esistenzialmente" attuali e dunque vicini alla nostra sensibilità di uomini contemporanei. Al di là dei problemi contingenti legati al periodo infatti, quelli più profondi, più interiori, più umani diventano simili ai nostri, così come simile è lo sforzo del poeta di fondere insieme finzione letteraria (che tanto finzione poi non è) e vita reale, creando un mix equilibrato, divertente e gustoso di stile, racconto, contenuto.

26 aprile 2013

Libri da leggere: "Il tennis come esperienza religiosa" di David Foster Wallace

di Tommaso Andreoli


Roger Federer è uno di quei rarissimi campioni testimoni che qualcosa di divino, di ultraterreno c'è, esiste. E David Foster Wallace, compianto scrittore e saggista americano di quelli grandi, per i quali la penna era il mezzo di traduzione di mirabile raffinatezza e di sinuosa eleganza, il genio l'aveva visto, osservato, descritto, al pari di come solo la mente è in grado di percepirlo. Nell'armonia di quei gesti intrisi di bellezza, le parole – quelle giuste, quelle davvero appropriate   in noi spettatori non riescono a trovare lo spazio per emergere e, anzi, si fermano come estasiate dalla contemplazione del sublime.

«La spiegazione metafisica è che Roger Federer è uno di quei rari atleti preternaturali che sembrano essere esenti, almeno in parte, da certe leggi fisiche. Validi equivalenti sono Michael Jordan, che non solo saltava a un'altezza sovraumana ma restava a mezz'aria un paio di istanti in più di quelli consentiti dalla gravità, e Muhammad Ali, che sapeva davvero "aleggiare" sul ring e sferrare due o tre jam nel tempo richiesto da uno solo. Dal 1960 in qua ci saranno altri cinque o sei esempi. E Federer rientra nel novero: nel novero di quelli che si potrebbero definire geni, mutanti o avatar. Non è mai in affanno né sbilanciato. La palla che gli va incontro rimane a mezz'aria, per lui, una frazione di secondo più del dovuto. I suoi movimenti sono flessuosi più che atletici. Come Ali, Jordan, Maradona e Gretzky, pare allo stesso tempo più e meno concreto dei suoi avversari. Specie nel completo tutto bianco che Wimbledon ancora si diverte impunemente a imporre, sembra quello che (secondo me) potrebbe benissimo essere: una creatura con il corpo fatto sia di carne sia, in un certo senso, di luce».

Il saggio su Federer (Federer come esperienza religiosa), scritto per il NY Times in occasione della finale del torneo di Wimbledon 2006 contro il rivale di sempre Rafa Nadal, nel libro è preceduto dall'inedito Democrazia e commercio agli US Open
Con altrettanta bravura DFW sa farci immergere nell'americano rito tennistico dell'altro grande torneo dello Slam, in quel pomeriggio del 3 settembre 1995, nel Labor Day, dove a sfidarsi sul centrale di Flushing Meadows ci sono l'australiano Mark Philippoussis e l'idolo di casa Pete Sampras.

«Sembra brutale, Philippoussis, spartano, uno grosso e lento che gioca meccanicamente di potenza da fondocampo, con una cattiveria gelida negli occhi, e a paragone Sampras, che non è esattamente un pallettaro, appare quasi fragile, cerebrale, un poeta, saggio e triste allo stesso tempo, stanco come solo le democrazie sanno esserlo».



Il tennis come esperienza religiosa di David Foster Wallace

Einaudi Stile Libero Big
Pagine: 89
Prezzo: 10,00€