Sabato in Poesia: "Vendemmia" di Marino Moretti

Vendemmia di Marino Moretti è una poesia tratta dalla raccolta Sentimento: pensieri, poesie...

Roma capitale d'Italia

Chissà quanti studenti ed ex studenti liceali si sono trovati a tradurre la famosissima frase del De Oratore...

L'origine della crisi finanziaria statunitense

La crisi che ha interessato i mercati finanziari dei paesi maggiormente sviluppati, e che gli esperti...

Così cinque anni fa cominciava la crisi...

"Era una notte buia e tempestosa...", questo è l'incipit dell'interminabile romanzo che Snoopy...

Sabato in Poesia: Estratto di "Beppo, racconto veneziano" (George Gordon Lord Byron)

Beppo è un poemetto satirico in ottave ariostesche (secondo lo schema metrico ABABABCC), attraverso il quale Byron affronta...

23 maggio 2014

Quali europee?

di Roberto Marino 

Immaginate una piazza, piuttosto grande e piena di persone. Ci troverete dentro diversi tipi umani, ognuno con le proprie caratteristiche e diversi atteggiamenti. Ci sarà chi urla e sbraita per avere ragione e per raggiungere il proprio obiettivo non tralascia nessun metodo, neanche quello dell'insulto e della denigrazione.

Poi ci troverete magari quello che vuole convincere a tutti i costi della bontà delle proprie convinzioni e dei propri metodi, ma che per farlo usa i termini della dialettica. E allora eccolo impegnato a lusingare, a vendere sogni, a tranquillizzare e rassicurare, insediando nella mente di chi ascolta, in modo blando, pacato, suadente tutto ciò di cui è convinto.

Immaginate ora un calderone con dentro un minestrone composto da tanti ingredienti. Ci sarà quello dal gusto forte e deciso, quello che non sa di nulla, quello che prova a fare da collante tra gli altri per tenere unita la brodaglia.

Ecco, queste sono le metafore con cui ho provato a rappresentare il modo come è stata svolta la campagna elettorale per queste elezioni europee. Campagna elettorale strutturata su un copione già visto, un canovaccio già letto e riletto migliaia di volte, in cui non ci si risparmia colpi bassi, insulti, chiacchiericcio vuoto e vociante, ronzio da zanzare e mosche fastidiose che si sentono nei caldi e fiacchi pomeriggi estivi. E come al solito da questa bagarre sono rimasti fuori i veri temi, i problemi, in questo caso, di una Europa a diverse velocità e il modo come provare a dare delle soluzioni: la questione dell'unione politica (se e come farla: federativa o confederativa e con quali poteri); la questione dell'unione bancaria; la questione delle riforme da architettare per far ripartire la crescita e con quali proporzioni per componenti di rigidità e solidarietà; il problema dell'immigrazione e le proposte italiane al parlamento di Bruxelles per ripartire il peso delle questioni su tutti gli stati membri e sull'Unione.

Se non si capisce che i cittadini hanno bisogno di risposte concrete, reali e realizzabili e se non si spiega loro che questioni apparentemente lontane dall'orticello che sta dietro casa propria hanno ripercussioni sulla loro stessa vita e su quella dei propri figli, allora non ci si può poi sorprendere della disaffezione nei confronti della politica. In questa tornata elettorale europea, infatti, l'astensionismo è dato ipoteticamente come primo partito da diversi sondaggi incrociati; e non solo in Italia. E' vero che spesso i sondaggi lasciano il tempo che trovano, ma è pur vero che il senso di insoddisfazione e di disagio è molto elevato presso i cittadini e questo dato non può essere affatto sottovalutato.

Tornando alle metafore iniziali, però una cosa va detta: mentre una piazza non è una entità organica e per questo non ha una finalità eteroreferenziale e il minestrone lo si può mangiare e magari è anche buono, questa campagna elettorale è l'ennesima dimostrazione dell'autoreferenzialità della politica. Concludendo, si può dire che se è vero che queste elezioni saranno sonsultazioni europee, la campagna elettorale è stata interamente italiana.

16 maggio 2014

La democrazia ha fallito

di Roberto Marino

La democrazia è la migliore forma di governo di cui disponiamo e che la Storia ci ha consegnato. Sembra un refrain vuoto e privo di sostanza, in particolare in un periodo storico in cui gli scandali politici ed economici sono all'ordine del giorno; eppure è così. Almeno in teoria. 

Potere appartenente ai cittadini, che lo esprimono attraverso le consultazioni elettorali; criterio di rappresentanza che implica la delega nella mani di persone che ne fanno le veci; divisione dei poteri; alternanza dei governi di diverso schieramento (il che implica o dovrebbe implicare una diversità di programmi e soluzioni ai problemi) secondo l'idea della discontinuità. Questi sono i principi su cui si basa la democrazia ed è per la loro affermazione che nei secoli scorsi centinaia e centinaia di giovani e uomini hanno rischiato la vita; e spesso l'hanno anche persa.

La democrazia l'hanno inventata senza dubbio gli inglesi quattro secoli fa, in seguito alla lotta contro la corona di Giacomo II Stuart e prima di lui del fratello Carlo II, sfociata poi nella gloriosa rivoluzione guidata dal parlamento dei whigs e dei tories. Il popolo di sua maestà ha poi trasmesso questo ideale ai cugini americani, che hanno voluto rinfrescare loro la memoria, visto che appena un secolo dopo si rifiutavano di concedere loro libertà ed indipendenza; in barba a tutti i principi democratici. Poi è arrivata la rivoluzione francese ed anche la Francia ha fatto proprio il vessillo democratico.

Noi italiani siamo arrivati molto tardi alla democrazia e i risultati si vedono. Ci siamo avvicinati ad essa con l'unità nel 1861, ma all'epoca il criterio di rappresentanza era molto esiguo visto che il suffragio era basato sul censo e per questo appannaggio di pochi. Poi abbiamo avuto la parentesi ventennale della dittatura fascista e solo dal 1945 in poi abbiamo sviluppato una forma di democrazia soddisfacente.

Bene, dopo l'esperienza avuta, possiamo dire che la democrazia è un sistema che funziona se ha la capacità di rinnovarsi al suo interno; rinnovamento che in Italia è ancora un lontano miraggio. Gli scandali degli ultimi giorni non solo lo dimostrano, ce lo schiaffano direttamente in faccia, al punto che l'ansia di fare di questa classe politica governativa (nuova?) appare appunto solo ansia. Il resto è retorica, comunicazione, marketing.

La classe dirigente degli ultimi trenta anni ha dimostrato di non riuscire ad impostare un vero rinnovamento che parta dall'alto, non ci resta quindi che giocare l'altra carta disponibile: quella del rinnovamento imposto dal basso. Le elezioni europee possono essere la prima occasione utile ed importante da cui partire per raggiungere questo obiettivo, dando alla nostra classe dirigente un segnale forte, ciascuno nel modo che ritiene più opportuno: voto di protesta, astensionismo, annullamento della scheda elettorale.

E' ora infatti che i cittadini si sveglino dal sonno politico, che genera anch'esso solo situazioni mostruose, e chiedano risposte efficaci ai propri governanti. Se essi non sono in grado di darne sotto il profilo politico, economico, morale, possono tranquillamente andare a casa. Anche questo, lo abbiamo detto, è democrazia.

10 maggio 2014

L'occasione mancata

di Roberto Marino 

Se avevamo bisogno di conferme circa la situazione italiana, eccole qua arrivate puntuali come un orologio svizzero. E poi dicono che solo loro sono affidabili. Pochi giorni fa l'Unione Europea e gli istituti di ricerca più accreditati - Censis e Istat - si sono dati battaglia di cifre al ribasso, per ricordarci che l'Italia è ancora immersa in una crisi drammatica. E ci resterà ancora per qualche tempo, nonostante si parli del 2015 come anno della svolta. 

Eppure la crisi non è solo economica ed anche questo sapevamo già prima che i fatti di cronaca giudiziaria di ieri lo dimostrassero. Come dire: la prova del nove. I veri dramma italiani si chiamano: corruzione, malaffare, intreccio malavitoso e vischioso tra politica e affari, contiguità illegale che sempre più spesso diventa continuità sempre dello stesso tipo.

Tutto questo oggi ha preso le sembianze di Expo 2015, che ha rivelato come Tangentopoli non sia mai terminata. Sostenere con buona pace di qualcuno che così non è, perché i partiti non sono coinvolti come venti anni fa, significa chiudere gli occhi sui casi Unipol, Monte dei Paschi di Siena, Expo. Ma le elezioni europee sono alle porte e questo basta a salvare il salvabile.

Che l'affare Esposizione Mondiale poi puzzasse di illegalità ce ne eravamo già accorti qualche mese fa, quando abbiamo appreso della notizia dell'arresto di Antonio Rognoni, allora direttore generale di Infrastrutture Lombarde - società controllata dalla Regione Lombardia che si occupa della valorizzazione del patrimonio immobiliare regionale - coinvolta in una serie di appalti in occasione dell'evento internazionale. Ieri invece il cattivo odore dell'illegalità lo abbiamo percepito in tutto il suo fetore con l'arresto di Primo Greganti (già vecchia conoscenza della procura milanese durante l'inchiesta Mani Pulite), Gianstefano Frigerio (ex segretario della Dc lombarda e parlamentare berlusconiano, Angelo Paris, direttore dell'ufficio contratti dell'Expo), Sergio Catozzo (ex sindacalista Cisl, poi parlamentare Udc e infine Forza Italia - l'imprenditore Enrico Maltauro e l'ex senatore Pdl Luigi Grillo. Certamente, dal punto di vista penale, le singole responsabilità saranno accertate dalla magistratura, tuttavia le vicende rappresentano, nella loro globalità, la cartina di tornasole della società italiana.

Expo 2015 poteva essere una occasione reale di rilancio per la società italiana. Dal punto di vista morale, culturale, economico, politico. Poteva essere una vetrina agli occhi dell'Europa e del mondo per mostrare che l'Italia non è solo pizza, mandolino e mafia, ma anche capacità di provare ad uscire da una situazione oggettivamente complicata e di farlo a testa alta. Poteva essere un'ottima occasione appunto e l'abbiamo sprecata. Ma questo forse lo sapevamo fin dal principio.

03 maggio 2014

Sabato in Poesia: "Disoccupato" di Umberto Saba

Disoccupato è un un breve componimento di Umberto Saba, tratto dall'opera più nota e voluminosa, Il Canzoniere. La sensibilità del poeta per il mondo quotidiano si concentra su una figura emarginata e dimenticata come quella del disoccupato. Questi - a cui il poeta si paragona in parte - viene colto nel momento del girovagare senza meta con il viso stanco già di buon mattino e gli occhi disperati. Il richiamo alla semplicità della vita quotidiana - tema caro al poeta fin dagli esordi - è decisamente molto evidente e trasforma la sua lirica in una sorta di narrazione, di racconto. Nella seconda strofa, il poeta si abbandona all'immaginazione per ricostruire il passato del viandante, accostandolo al periodo di una guerra passata - probabilmente la Grande Guerra - definita guerra patriottica. Infine, l'attenzione del poeta si posa sulla lunga fila di persone all'entrata delle botteghe, a cui lo stesso disoccupato si avvicina; immagine questa che descrive ancor meglio il senso di solitudine, anonimato e atomismo esistenziale.


Dove sen va cosí di buon mattino 
quell’uomo al quale m’assomiglio un poco?
Ha gli occhi volti all’interno, la faccia 
sí dura e stanca. 


Forse cantò coi soldati di un’altra 
guerra, che fu la guerra nostra. Zitto 
egli sen va, poggiato al suo bastone 
e al suo destino,


tra gente che si pigia 
in lunghe file alle botteghe vuote. 
E suona la cornetta all’aria grigia 
dello spazzino.

Umberto Saba


Umberto Saba (1883-1957), pseudonimo di Umberto Poli, è stato un poeta, scrittore e aforista italiano. Figlio di ebrei triestini, fu perseguitato per motivi razziali al punto da fuggire prima in Francia per poi andare a Roma e Firenze, sotto la protezione di Ungaretti e Montale. Visse un'infanzia travagliata a causa dell'assenza dei genitori e dopo i primi infruttuosi e svogliati studi scolastici ed un'esperienza da marinaio, si iscrisse all'università. Nel 1908, dopo una serie di esperienze da girovago, sposò con rito ebraico Carolina Wörfeller. Nel 1913 si trasferì a Bologna per tentare di superare un periodo di crisi dovuto al tradimento della moglie e qui collaborò con il quotidiano Il Resto del carlino, mentre l'anno dopo si recò a Milano per gestire il caffè del teatro Eden. Fervente interventista, collaborò con il giornale Il Popolo d'Italia, fondato da Mussolini e allo scoppio della guerra partì per il fronte. Terminata la guerra, ritornò a Trieste e rilevò la libreria antiquaria Mayländer entrando in contatto con la rivista Primo Tempo e con i letterati della rivista Solaria. Nel '38, a causa dell'emanazione delle leggi razziali, è costretto a fuggire a Parigi per poi fare ritorno a Roma l'anno dopo. Dopo l'8 settembre '43 fu costretto a fuggire con la famiglia a Firenze e soltanto nel dopoguerra cominciò ad essere riconosciuta la sua valenza letteraria e poetica. Nel '46 vinse, ex aequo con Silvio Micheli, il Premio Viareggio; nel 1951 ottenne il Premio dell'Accademia dei Lincei e il Premio Taormina; nel 1953 l'Università di Roma gli conferì la laurea Honoris causa. Nel '55 si rinchiuse in una clinica a Gorizia, dalla quale uscì soltanto in occasione del funerale della moglie, gravemente ammalata. Ormai stanco, malato anch'egli e sconvolto, morì il 27 agosto dell'anno successivo, impegnato nella stesura dell'opera Ernesto, rimasta incompiuta.
Le opere di Saba comprendono: Poesie (1911); Coi miei occhi (poesia 1912); La serena disperazione (poesia 1920), Cose leggere e vaganti (poesia 1920); Il canzoniere (1921); Preludio e canzonette (1922); Autobiografia. I Prigioni (prosa 1923); Figure e canti (1926); L'uomo (1926); Preludio e fughe (1928); Tre poesie alla mia balia (1929); Ammonizioni ed altre poesie 1900-1910 (1932); Tre composizioni (1933); Ultime cose 1900-1945 (1944); Il Canzoniere (1900-1945) (1945); Mediterranee (1946); Scorciatoie e raccontini (racconti 1946); Storia e cronistoria del Canzoniere (prosa 1948); Il Canzoniere (1900-1947) (1948); Poesie dell'adolescenza e giovanili 1900-1910 (1949); Trieste e una donna 1910-1912 (1950); Uccelli (1950); La serena disperazione 1913-1915 (1951); Uccelli e quasi un racconto 1948-1951 (poesia 1951); Preludio e canzonette 1922-1923 (1955); Il Canzoniere (1900-1954) (1957); Epigrafe. Ultime prose (poesie e prose 1959); Quel che resta da fare ai poeti (articolo 1961); Parole. Ultime cose 1933-1943 (1961); Il piccolo Berto 1923-1931 (1961); Ernesto romanzo incompiuto 1975); La Capra in Poesie e prose scelte (1995);

27 aprile 2014

Selfiemania

di Roberto Marino

Certo che ne sono passati di scatti - pardon di autoscatti - da quando è nato il primo selfie della storia, anche se all'epoca non aveva neppure un nome. 

La genesi di questa pratica, che oggi viene persino accolta nel novero delle definizioni dell'Oxford Dictionary, ha nobili natali e risale nientemeno che alla Granduchessa Anastasija Nikolaevna Romanova, figlia dell'ultimo zar di Russia. Sicuramente la tredicenne quartogenita di Nicola II non poteva immaginare nel lontano 1914, all'epoca del galeotto scatto effettuato con la sua Kodak Brownie, che un secolo dopo sarebbe divenuta l'antesignana di una moda così invasiva e pervasiva. Eppure su questa origine sembrano non esserci dubbi; infatti nella lettera che accompagna la foto si legge: «Ho scattato questa foto di me stessa guardandomi allo specchio. Era molto difficile perché le mie mani tremavano». 

Oggi non tremano più le mani degli amatoriali fotoreporter, che immortalano se stessi nelle situazioni più disparate e spesso strampalate. Anzi, tutti loro ostentano una certa sfrontatezza nell'esibire corpi seminudi sui social media o nel testimoniare visibilmente qualsiasi evento della loro giornata, esponendosi a commenti e critiche di amici e sconosciuti. Ma il prezzo del "successo", si sa, non può essere basso, quindi ben venga tutto, purché se ne parli. 

Eppure c'è qualcosa che trema ancora in queste persone, qualcosa di instabile, e non appartiene all'ambito fisico. Un recente studio scientifico, pubblicato dalla American Psychiatry Association, ritiene la moda del selfie un vero e proprio disturbo psichico, definito selfite, e ne individua tre livelli o gradi di gravità. Secondo il rapporto degli psichiatri americani, si passa dalla selfite borderline (malessere di chi fotografa se stesso almeno tre volte al giorno, ma non pubblica le proprie foto su internet) alla selfite acuta (da cui sarebbe affetto chi scatta almeno tre foto al giorno e sente la necessità di condividerle on line) fino alla selfite cronica (il disturbo di chi scatta da sei foto in su al giorno e le pubblica incontrollabilmente sui social media). 

Al di là di quanto sostiene l'equipe medica e dell'attendibilità dello studio, basta poco per capire che la necessità di immortalare se stessi e lanciare il tutto in balia delle fauci mediatiche istantanee nasconde una preoccupante mania di esibizionismo, di desiderio di farsi notare, mettersi in mostra; da qui poi a comprendere che dietro un simile comportamento ci sia molta insicurezza, da cui consegue un bisogno di approvazione sociale, il passo è breve. 

Già nei primi anni Venti del secolo scorso, lo psicoanalista svizzero allievo di Freud, Carl Gustav Jung, parlava di tipi psicologici estroversi ed introversi. I primi - che in questa sede ci interessano particolarmente - vengono classificati come coloro che a livello conscio concentrano la propria attenzione sul mondo esterno, mentre inconsciamente tendono a concentrare la propria attenzione sull'io. Nell'epoca della ipercomunicazione immediata, della diffusione virale a macchia d'olio di contenuti audio-video, in cui basta un semplice telefonino per essere in relazione continua con il mondo, il tipo dell'estroverso è decisamente cambiato e sarebbe interessante recuperare quella categoria e adattarla al nuovo contesto psico-socio-culturale. 

Lo storico inglese Eric J. Hobsbawm, che nell'opera Il secolo breve compie una analisi panoramica sul Novecento, lo definisce come il secolo dell'uomo della strada, «dominato da forme d'arte prodotte dall'uomo comune e a lui destinate». Ora, se è vero che sarebbe inappropriato definire forma artistica una pratica come il selfie, perché dell'arte mancano tutte le caratteristiche, in ogni caso essa testimonia come questo processo di concentrazione sul proprio io e di diffusione della propria intimità sia divenuto sempre più necessario, sentito, seppure, in questo caso, ad un livello leggero, superficiale.

Detto ciò, nessuno vuole demonizzare le nuove tecnologie, né bandirne l'utilizzo ludico. Internet è un mezzo di comunicazione straordinario. La logica con cui è stato progettato, costruito e sviluppato è decisamente rivoluzionaria. Se però lo si usasse in maniera un po' più consapevole e intelligente, sfruttando le enormi potenzialità che possiede, si riuscirebbe a dare un contributo significativo al miglioramento della società e si lascerebbe un indelebile segno positivo nella Storia. Migliorando la società, infatti, miglioriamo noi stessi. Comunicare contenuti culturali, informativi, artistici, valoriali, modi di leggere ed interpretare la realtà, suscitare dibattito, confrontarsi e scambiarsi idee per incontrare culture diverse è sicuramente un passo in questa direzione. Passo compiuto, per giunta, facendo parlare di sé. Anzi, raccontandosi in prima persona.

11 gennaio 2014

Sabato in Poesia: "Amico fragile" di Fabrizio De André

Il testo riportato è tratto dall'album Volume VIII, scritto a due mani con Francesco De Gregori e pubblicato nel 1975. Il brano è invece del solo De André, che lo scrisse in una sola notte, ubriaco, dopo aver litigato con alcuni amici e conoscenti con cui avrebbe voluto discutere una sera a cena di questioni religiose, come l'esorcismo, e che invece lo obbligarono a suonare per loro. Da questo episodio si scatena l'ironia dell'autore, sottile ma aggressiva, nei confronti del formalismo, dell'ipocrisia, della superficialità, dell'insensibilità di alcuni personaggi colti, appartenenti alla classe medio-alta, interessati al proprio personale divertimento, al ripetersi del rito, all'epifania del fenomeno da baraccone in azione. E' un testo amaro, che illumina una condizione esistenziale fragile ma quantomeno più consapevole della presunta sanità dei sicuri di sé.


Evaporato in una nuvola rossa 
in una delle molte feritoie della notte 
con un bisogno d'attenzione e d'amore 
troppo, "Se mi vuoi bene piangi " 
per essere corrisposti, 
valeva la pena divertirvi le serate estive 
con un semplicissimo "Mi ricordo": 
per osservarvi affittare un chilo d'erba 
ai contadini in pensione e alle loro donne 
e regalare a piene mani oceani 
ed altre ed altre onde ai marinai in servizio, 
fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli 
senza rimpiangere la mia credulità: 
perché già dalla prima trincea 
ero più curioso di voi, 
ero molto più curioso di voi. 

E poi sorpreso dai vostri "Come sta" 
meravigliato da luoghi meno comuni e più feroci, 
tipo "Come ti senti amico, amico fragile, 
se vuoi potrò occuparmi un'ora al mese di te" 
"Lo sa che io ho perduto due figli" 
"Signora lei è una donna piuttosto distratta." 
E ancora ucciso dalla vostra cortesia 
nell'ora in cui un mio sogno 
ballerina di seconda fila, 
agitava per chissà quale avvenire 
il suo presente di seni enormi 
e il suo cesareo fresco, 
pensavo è bello che dove finiscono le mie dita 
debba in qualche modo incominciare una chitarra. 

E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci, 
mi sentivo meno stanco di voi 
ero molto meno stanco di voi. 

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta 
fino a farle spalancarsi la bocca. 
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli 
di parlare ancora male e ad alta voce di me. 
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo 
con una scatola di legno che dicesse perderemo. 
Potevo chiedere come si chiama il vostro cane 
il mio è un po' di tempo che si chiama Libero. 
Potevo assumere un cannibale al giorno 
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle. 
Potevo attraversare litri e litri di corallo 
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci. 

E mai che mi sia venuto in mente, 
di essere più ubriaco di voi 
di essere molto più ubriaco di voi.

Fabrizio De André

Fabrizio De André (1940 - 1999) è stato un cantautore italiano. Nacque a Genova nel quartiere Pegli da Giuseppe De André e Luisa Amerio. Trascorse i primi anni di vita nella campagna astigiana per sfuggire ai bombardamenti e perché il padre era ricercato dai fascisti. Dopo la guerra, la famiglia ritornò nella città di Genova con sommo rammarico del piccolo Fabrizio, amante della vita in campagna. Dopo i primi anni turbolenti delle scuole elementari e medie, si iscrisse al liceo Colombo e successivamente frequentò alcuni corsi delle facoltà di Medicina e Lettere. Si iscrisse poi alla facoltà di Giurisprudenza, ispirato dal fratello Mauro, ma a 6 esami dalla fine si ritirò, intraprendendo la carriera di musicista e cantautore. Già dal 1961 cominciò a pubblicare i suoi primi lavori con la casa discografica Karim, a cui resterò legato fino al 1969. Influenzato dalla canzone d'autore francese, soprattutto da George Brassens, cominciò ad affermarsi nell'ambiente musicale, inaugurando in Italia il genere della canzone d'autore colta. Durante il periodo di attività ebbe molte collaborazioni importanti, soprattutto per quanto riguarda la stesura dei testi: Riccardo Mannerini, poeta anarchico e libertario, con cui scrisse il testo della canzone Cantico dei drogati, inserita nell'album Tutti morimmo a stento, Giuseppe Bentivoglio con cui scrisse i testi dell'album Storia di un impiegato, Francesco De Gregori, con cui scrisse alcuni testi dell'album Volume 8, Ivano Fossati con il quale collaborò per la stesura di Anime salve. Nel 1962 nacque il figlio Cristiano, avuto con Enrica Rignon detta Puny, una ragazza di famiglia borghese che Fabrizio sposò nello stesso anno e dalla quale si separò poco più di dieci anni dopo. Al 1974 risale l'incontro con una bella ragazza bionda, Dori Ghezzi, conosciuta in sala di registrazione durante l'incisione del disco intitolato Canzoni, pubblicato nel 1974, che diventerà ben presto la sua nuova definitiva compagna e moglie nel 1989 dopo quindici anni di convivenza. Un evento traumatico verificatosi, alla fine di agosto del 1979, scosse in maniera indelebile l'esistenza di Fabrizio e Dori: il rapimento e il sequestro della coppia, avvenuto nella Sardegna tanto amata da Fabrizio, ad opera di una banda facente parte dell'anonima sequestri sarda, durato 4 mesi. La liberazione avvenne soltanto dietro il pagamento di un riscatto. Dall'esperienza nacque un nuovo disco dal titolo Fabrizio De André, pubblicato nel 1981. Nell'82 fondò insieme a Dori un'etichetta discografica dal nome Fado, che pubblicò i dischi di Massimo Bubbola, dei Tempi Duri e della stessa Dori Ghezzi. Nel 1997 ricevette da Fernanda Pivano il Premio Lunezia e definito dalla stessa traduttrice e scrittrice come «il più grande poeta in assoluto degli ultimi cinquant'anni in Italia». Morì l'11 gennaio 1999 a causa di un carcinoma polmonare, diagnosticato nell'estate precedente. Venne sepolto nella tomba di famiglia nel cimitero di Staglieno.  
Tra le opere di De André troviamo: Volume I (1967), Tutti morimmo a stento (1968), La buona novella (1970),  Non al denaro, non all'amore né al cielo (1971), Storia di un impiegato (1973), Canzoni (1974), Volume 8 (1975), Rimini (1978), Fabrizio De André (L'indiano) (1981), Crêuza de mä (1984), Nuvole (1990), Anime salve (1996), Testimonianza in Gianni Borgna, Luca Serianni (a cura di), La lingua cantata. L'italiano nella canzone dagli anni Trenta ad oggi (saggio 1994), Un destino ridicolo scritto in collaborazione con Alessandro Gennari (1996), Prefazione a François Villon Poesie (1996). 
     

Un poeta con la chitarra

di Roberto Marino

Carattere schivo, una cultura vastissima, come testimonia chi ha avuto modo di parlare con lui, spirito arguto, grande sensibilità per la realtà nascosta, marginale, e un senso di libertà appagante, soddisfacente quanto pericoloso. Questo e molto altro ancora è stato Fabrizio De André, il primo poeta in Italia ad aver preso in mano una chitarra, il primo musicista e cantante e paroliere aver dimostrato di saper usare la penna come un poeta.

Poeta è infatti colui che riesce a rappresentare la realtà sotto una luce inconsueta attraverso la parola, dimostrando di padroneggiarla perfettamente, di conoscerne pienamente i significati intimi, le implicanze che possiede, le evocazioni e allusioni che suscita, i mondi che svela a chi legge o ascolta, di combinarla efficacemente e creativamente con altre.

Eppure De André ironizzava argutamente sulla definizione di poeta che gli veniva attribuita. Prendendo in prestito le parole di Benedetto Croce, che nell'Estetica scriveva che da ragazzini tutti provano a scrivere poesie, ma che poi continuano solo i veri poeti o i cretini, Fabrizio proseguiva aggiungendo che lui, per non sbagliare, si era rifugiato nella canzone.

Poeta però lo è stato veramente, nonostante le critiche, spesso dure, nonostante l'atteggiamento elitario degli storici della letteratura, i quali, non potendo ignorarlo, degradano i suoi testi a poesia popolare e fenomeno della cultura di massa del secondo Novecento, nonostante le apologie troppo a buon mercato.

Come nella buona tradizione poetica e letteraria anticonformista, in particolare quella francese da cui fu molto influenzato, De André fu genio ribelle e "maledetto", bohèmien nella vita come nell'arte. Frequentava i bassifondi di Genova pur appartenendo ad una famiglia di estrazione alto-borghese (il padre, Giuseppe, era professore, direttore di una scuola privata da lui fondata, manager e vicesindaco); era un nottambulo che passava le serate a fare scherzi, ridere, fare casino con gli amici della giovinezza - Paolo Villaggio su tutti - molto spesso tra le braccia crudeli dell'alcol; era attratto dal mondo reale nella sua crudezza e rifiutava con altrettanta forza e passione quello ipocrita e ovattato della cultura e della società di livello elevato della Genova degli anni '50-'60, specchio eloquente dell'Italia del boom economico.

Questo rifiuto, questa rabbia, questa attrazione per il brutto ma vero - di contro al bello troppo borghese e conformista - Faber (così chiamato da Villaggio per la sua passione per i pastelli della Faber-Castell) lo scopre ancora ragazzo nelle canzoni di George Brassens, cantautore allora molto famoso in Francia, nelle poesie di François Villon, poeta maledetto francese del XV secolo. Dopo aver assorbito quei contenuti, quell'atteggiamento nei confronti della vita, riesce a riversare tutto nei testi e nelle musiche delle sue canzoni, filtrati dalla sua sensibilità umana ed intellettuale e adattati al contesto in cui vive. Così riesce a superare le barriere dello spazio e del tempo e a restituire un'immagine della realtà scomoda ma reale. In questo modo nascono Il testamento, La Canzone di Marinella, Bocca di rosaLa ballata dell'eroe, La città vecchia, Via del campo, La ballata del MichéSi chiamava GesùPreghiera in gennaio, dedicata a Luigi Tenco morto suicida nel 1967 durante lo svolgimento del Festival di San Remo. 

I protagonisti di questi testi sono tutti antieroi, personaggi sconfitti dalla vita e ripudiati dalla società, ma «pur sempre figli / vittime di questo mondo» e De André è interessato a mostrare come la realtà vera sia proprio quella che vivono le prostitute, i poveri, i diversi, «chi viaggia in direzione ostinata e contraria» come dirà diversi anni dopo nella canzone Smisurata preghiera, il suo testamento spirituale.

Poi arrivano gli anni '70, la contestazione si fa più "politica" e anche De André in qualche modo risente del clima mutato. Album come la Buona novella, Non al denaro, non all'amore né al cielo e soprattutto Storia di un impiegato dimostrano la maturazione del suo pensiero poetico, la capacità di andare più in profondità su certe questioni e di dare organicità alle sue creazioni. Gli attacchi nei confronti del potere, della cultura dominante si fanno più decisi, tanto che De André può essere considerato da questo periodo in avanti un vero maestro del sospetto e un punto di riferimento della controcultura di stampo anarchico e libertario.

Molto si è detto sulle traduzioni, fatte di suo pugno, di canzoni Brassens, Dylan e Cohen e inserite nei suoi album, in particolare durante i periodi di crisi creativa. E' innegabile questo fatto, così come innegabili risultano la necessità di intense collaborazioni importanti con poeti e parolieri come Riccardo Mannerini, Giuseppe Bentivoglio, Massimo Bubola, Francesco De Gregori, Ivano Fossati, il ricorso ad ispirazioni e rifacimenti provenienti dal mondo letterario, rilette come necessità di appoggiarsi a qualcosa o a qualcuno. Per dirla con le parole parole di Enrica Rignon, prima moglie di De André: «Se lavori da solo vuol dire che sei un presuntuoso, se invece hai una persona ti confronti e discuti le tue insicurezze». Insicurezza, mania estrema di perfezionismo, che testimoniano la grande passione di quest'uomo per uno dei mestieri più belli del mondo, scrivere, e che non sminuiscono la capacità di lasciare la propria grande impronta e rielaborare in modo personale certe idee.

Quello che di più bello e quindi di poetico ci ha lasciato De André è il risultato di umanizzazione dei personaggi che si muovono nella realtà delle sue canzoni, sia in una direzione orientata verso l'alto che verso il basso. Nel primo caso, personaggi completamente discriminati e marginalizzati dalla culturale e dalla morale benpensante italiana, e relegati il una dimensione subumana, vengono tratti fuori dal nulla in cui annaspano e resi umani pur con tutti i loro difetti e problemi, che rimangono comunque incollati loro come una seconda pelle. Marinella e Bocca di rosa da prostitute nella realtà diventano personaggi illustri nel racconto: una principessa sfortunata, corteggiata dal suo principe azzurro ancora dopo la morte in circostanze misteriose, la prima; una dispensatrice di gioia, vitalità e piacere ad una comunità consumata dalla noia e dall'abitudine, la seconda. Nel secondo caso, l'umanizzazione compie il percorso inverso, per cui personaggi che nell'immaginario collettivo occupano un grado elevato vengono ridotti ad individui comuni. Ecco quindi Gesù Cristo, sua madre e suo padre diventare uomini e donne di cui si analizzano le debolezze. Stesso discorso vale per i personaggi della dimensione laica come Carlo Martello, celebrato dalla storia come fiero difensore della fede cristiana contro i musulmani miscredenti ed invasori e diventato, sotto l'occhio irriverente di Villaggio e De André che sembra spiare dal buco di una serratura senza tempo, un normale uomo in preda a desideri sessuali insopprimibili dopo un lungo periodo di astinenza.  

Tutte le cose però hanno una fine e quelle belle, come lo stesso De André sapeva bene, per ironia della sorte scompaiono molto prima delle altre. Faber è stato stroncato, all'età ancor giovane di 58 anni, da un tumore ai polmoni, probabilmente causato da quella sigaretta che non si staccava mai dalla sua bocca, al punto da non capire dove finisse l'una e dove iniziasse l'altra. Chissà come la sua penna, le sue note avrebbero raccontato questi anni difficili, lenti e stabili eppure veloci e in continuo cambiamento, incerti, senza punti di riferimento. Si sente proprio la mancanza di una voce scomoda, arguta, graffiante.